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Il tracciamento manuale può essere più efficace di quello digitale

Il tracciamento manuale dei contatti è più efficace di quello digitale assumendo che la probabilità di ricordare i propri contatti sia pari al quadrato della percentuale di adozione dell'app. Questo è il risultato di un lavoro pubblicato di recente su Nature Communications da un gruppo di fisici statistici coordinato dalla professoressa Raffaella Burioni dell'Università di Parma. Il risultato è probabilmente dovuto all'importanza degli eventi di superdiffusione nell'epidemia di Covid-19. Se un superdiffusore non ha l'app di tracciamento, i suoi numerosi contatti a rischio non potranno essere allertati. È importante ricordare però che se il ritardo nell'identificazione e nell'isolamento dei contatti a rischio supera i tre giorni, il contributo del tracciamento manuale diminuisce drasticamente. Crediti immagine: Timon Studler / Wikimedia Commons.

Isolare gli individui sintomatici, tracciare gli asintomatici: questi sono due punti fondamentali nelle strategie per contenere la diffusione di Covid-19. Lo saranno ancora di più nei prossimi mesi e anni quando i vaccini ci permetteranno una migliore convivenza con il SARS-CoV-2 ma comunque non impediranno l’accendersi di nuovi focolai.

Ma quali sono le migliori strategie per il contact tracing, il tracciamento dei contatti che permette di trovare gli infetti asintomatici e isolarli perché non infettino più?

Se non è intensiva l’agricoltura sarà estensiva: ossia deforestazione

I componenti del gruppo SETA (Scienze e Tecnologia per l’Agricoltura), formato da ricercatori, agronomi, forestali e agricoltori dediti esclusivamente allo sviluppo dell’agricoltura, offrono un contributo al dibattito sul Recovery Plan e sul progetto della Commissione Europea, denominato Green Deal, nella sezione Farm to Fork che vuole delineare il futuro dell’agricoltura europea.

Crediti immagine: GRID Arendal. Licenza: CC BY-NC-SA 2.0.

Ampio spazio mediatico viene dedicato a ideologie alla moda che tendono a demonizzare gli allevamenti e le agricolture “intensive”. Al contrario gli allevamenti e le agricolture “intensive” (meglio descrivibili come “tecnologiche”) non sono in opposizione a “sostenibili”, ma dovranno convivere nell’obiettivo di fornire alla popolazione mondiale gli alimenti necessari.

Colera: Napoli 1973, Albania e Bari 1994

Le mie epidemie. Da colera a ebola al Covid-19, mezzo secolo di emergenze sanitarie in Italia e nel mondo di Donato Greco, con Eva Benelli (edizioni ScienzaExpress, 21 €), ripercorre l'esperienza professionale dell'autore in campo epidemiologico, raccontando le epidemie che ha affrontato e studiato ieri e oggi. Il libro uscirà il 26 aprile: noi ve ne presentiamo in anteprima alcuni capitoli.

Quando tutto ebbe inizio

Sono militare da trenta giorni, soldato semplice al Car di Orvieto. Ho ventisei anni e sono quasi specializzato in malattie infettive, ma già assistente di ruolo nell’ospedale per infetti Cotugno di Napoli.

Gli studi inglesi sulla letalità della variante B.1.1.7

Sono diversi gli studi di natura osservazionale incentratisi sulla “variante inglese" o, più propriamente, lineage B.1.1.7, che raggiungono la medesima conclusione: esiste un incremento di letalità che va dal 30% al 60% con la nuova variante, rispetto al virus originale. Tuttavia, al momento non ci sono spiegazioni biologiche riguardo le caratteristiche di questa mutazione che possano spiegare la maggiore aggressività del virus osservata dagli studi statistici.

Crediti immagine: Background photo created by wirestock - www.freepik.com

Era il 22 gennaio 2021. Durante una conferenza stampa, il premier inglese Boris Johnson annunciava che la nuova variante - come gli inglesi chiamano quella che noi in Italia chiamiamo variante inglese, ma più propriamente chiamata VOC 2020/01 o lineage B.1.1.7 -, «potrebbe essere più letale». Johnson aveva utilizzato il condizionale potrebbe perché le incertezze sulla stima erano molte.

Nuove ricerche per fermare l'ecocidio

Non chiederti quanto costa fare una bonifica, chiediti quanto costa non farla.

Questo il mio primo pensiero quando sono arrivato alla 480esima pagina del libro Ambiente e salute nei siti contaminati (Edizioni ETS, 2021, 28 euro). Curato da Mario Sprovieri, Liliana Cori, Fabrizio Bianchi, Fabio Cibella e Andrea De Gaetano, il volume ospita il contributo di decine di ricercatori di CNR, Ispra, Arpa, Istituto superiore di sanità, il cui impegno ben fa meritare al libro il sottotitolo di “Dalla ricerca scientifica alle decisioni”.

Il filo rosso che lega filologia e filogenesi

Filologia e filogenesi, pur essendo discipline molto diverse, possono avere una serie di analogie interessanti tra i rispettivi approcci epistemologici. Nicolò Romano ne traccia degli esempi interessanti.

Immagine: diagramma in SplitsTree dell'articolo «The phylogeny of The Canterbury Tales».

Due materie come la filologia e la filogenetica sono apparentemente molto distanti e diverse tra loro, ma in realtà negli ultimi anni mostrano sempre più affinità e somiglianze interessanti. Soprattutto con l’arrivo di metodi computazionali quantitativi nell’analisi testuale glottologica e filologica nei primi anni ’90, si è assistito in questi ultimi decenni a un rifiorire della ricerca grazie a reciproche contaminazioni.

Coded bias: sull'importanza dell'inclusività quando si progettano e impiegano gli algoritmi

Nell'immagine Joy Buolamwini. Crediti: Ars Electronica / Flickr. Licenza: CC BY-NC-ND 2.0.

“The more humans share with me, the more I learn”. Una voce metallica pronuncia questa frase all’inizio del documentario Coded Bias, diretto dalla regista Shalini Kantayya e disponibile su Netflix dal 5 aprile. Queste parole riassumono il messaggio centrale del documentario: gli algoritmi sono distorti soprattutto perché “apprendono” dagli esseri umani.