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Nuove ricerche per fermare l'ecocidio

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Non chiederti quanto costa fare una bonifica, chiediti quanto costa non farla.

Questo il mio primo pensiero quando sono arrivato alla 480esima pagina del libro Ambiente e salute nei siti contaminati (Edizioni ETS, 2021, 28 euro). Curato da Mario Sprovieri, Liliana Cori, Fabrizio Bianchi, Fabio Cibella e Andrea De Gaetano, il volume ospita il contributo di decine di ricercatori di CNR, Ispra, Arpa, Istituto superiore di sanità, il cui impegno ben fa meritare al libro il sottotitolo di “Dalla ricerca scientifica alle decisioni”.

L’Italia conta 42 siti di interesse nazionale (SIN), così definiti dalla legge 152 del 2006 e la cui lista è stata più volte rimaneggiata. In queste 42 macchie sulla cartina d’Italia troviamo i settant’anni di storia industriale italiana. Quindi stabilimenti petrolchimici, impianti siderurgici, manifattura e relative centrali elettriche, stabilimenti di amianto, interramenti di rifiuti tossici, insomma, quello che la rete a strascico della storia industriale italiana ha lasciato sul territorio. A questi 42 SIN aggiungiamo circa 30.000 aree regionali.

Nella figura i siti nazionali (SIN), attualmente 42. E sono: Venezia (P. Marghera), Napoli Orientale, Gela, Priolo, Manfredonia, Brindisi, Taranto, Cengio e Saliceto, Piombino, Massa e Carrara, Casal Monferrato, Balangero, Pieve Vergonte, Sesto San Giovanni, Pioltello - Rodano, Napoli Bagnoli - Coroglio, Tito, Crotone - Cassano - Cerchiara, Fidenza, Laguna di Grado e Marano, Trieste, Cogoleto, Bari, Sulcis, Biancavilla, Livorno, Terni, Emarese, Trento nord, Brescia, Broni, Falconara Marittima, Serravalle Scrivia, Laghi di Mantova, Orbetello, Porto Torres, Val Basento, Milazzo, Bussi sul Tirino, Bacino fiume Sacco, Officine Grandi riparazioni ETR Bologna, Giugliano (Na). Altri 9 SIN sono stati attribuiti alle competenze regionali. Il complesso di questi siti principali (nazionali e regionali) ammonta al 3% del territorio, per un totale di circa il 10% della popolazione.

Il bilancio è al momento fallimentare, come ammette nella prefazione il direttore di Ispra Alessandro Bratti. Dei trentamila siti regionali, infatti, quelli che alle analisi sono risultati non inquinati sono 10mila circa, e quelli che sono stati effettivamente bonificati circa 5.000. Ne restano da caratterizzare ed eventualmente sanare circa 15.000. Delle 42 aree nazionali, solo il 16% della superficie terrestre e il 12% marina (molte di queste aree sono infatti costiere) è stato bonificato. Pochissime aree, come Porto Marghera, restituite a nuovi insediamenti e imprese.

Fra i motivi di questa lentezza c’è spesso la difficoltà di potersi rivalere su società ormai fallite o che hanno cambiato ragione sociale, l’estenuante passaggio di carte da un ufficio all’altro della pubblica amministrazione, conferenze dei servizi, ricorsi al TAR, ma anche oggettive difficoltà e incertezze scientifiche nel caratterizzare i suoli contaminati e provvedere alla loro bonifica.

In questo modo stiamo non solo condannando milioni di persone a vivere in aree degradate e pericolose, sia dal punto di vista sociale sia sanitario. Stiamo anche sprecando miliardi di euro a fronte del vantaggio anche economico rappresentato dalla rigenerazione di queste aree. Fra le altre cose il libro ricorda come per due di questi siti di interesse nazionale - Gela e Priolo, in Sicilia - a fronte di un spesa di poco meno di 1 miliardo di euro destinato a opere di messa in sicurezza, il danno sanitario complessivo è pari a circa 10 miliardi di euro.

In attesa che nuove norme e accordi sveltiscano la macchina delle bonifiche, la ricerca scientifica gioca un ruolo cruciale per rendere questi processi di decontaminazione più mirati ed efficaci, e anche per immaginare come mitigare gli effetti sanitari su popolazioni che dovranno vivere ancora per anni in luoghi altamente inquinati.

Buona parte del libro è dedicato proprio a questi sforzi. L’attenzione si concentra soprattutto sul progetto CISAS, attivo dal 2016 grazie a un finanziamento del Miur e che coinvolge circa 150 ricercatori di diversi istituti CNR, Ispra, e altri centri di ricerca. I SIN esaminati sono quelli di Augusta-Priolo, Milazzo e Crotone. I primi due sedi di raffinerie, centrali elettriche e siderurgia, Crotone invece interessato da una storia di stabilimenti in cui si produceva zinco, fosfati e fertilizzanti azotati. Tutte e tre le aree, in particolare gli specchi mare antistanti, sono diventate per decenni la discarica di metalli pesanti, idrocarburi e composti organici che hanno inzuppato i sedimenti marini, ricircolando nelle acque e quindi attraverso il plancton nei pesci e nell’uomo. Tre laboratori a cielo aperto di ecotossicologia nel mezzo degli struggenti paesaggi siciliani e calabri che hanno visto per cinque anni avvicendarsi ricercatori nel tentativo di ricostruire le catene che ricollegano i veleni ambientali dalle matrici acqua, suolo e aria da un lato alle fonti industriali per una dovuta attribuzione di responsabilità, e dall’altro alla popolazione. Per far questo i ricercatori di CISAS hanno messo a punto nuovi modelli matematici, ecotossicologici e biogeochimici per tracciare i contaminati, i loro processi di degradazione chimica e magnificazione attraverso la catena trofica, in una inquietante percorso “from sea to fork”.

Di particolare interesse sono anche gli studi epidemiologici condotti su campioni di popolazione adulta nei tre siti, in modo da cogliere in questi volontari eventuali segnali di correlazione fra interferenti endocrini, metalli pesanti, composti organici e biomarcatori della funzionalità epatica (Priolo), tiroidea (Milazzo) e renale (Crotone), in modo che possano fungere in futuro da sentinelle di una contaminazione in atto. Com’è noto, infatti, soprattutto attraverso l’alimentazione le miscele di contaminanti possono contribuire allo sviluppo di oltre 200 diverse malattie, fra cui tumori, disturbi cardiaci e metabolici.

Un’attenzione speciale il progetto ha dedicato ai bambini, il cui percorso di salute comincia già in utero attraverso esposizioni ambientali della madre. Per questo è stato disegnato un progetto di biomonitoraggio sulla coorte materno infantile delle gravide dei tre siti che ha raccolto l’adesione di circa 800 volontarie, che hanno messo a disposizione della ricerca cordone e placenta, vero e proprio sunto dell’esposoma fetale. Quando i dosaggi dei contaminanti saranno disponibili, essi verranno incrociati con i dati dei questionari fatti alle mamme in cui sono state raccolte le informazioni sugli stili di vita e alimentari, cui seguiranno visite di controllo ai nuovi nati. La ricerca non è intesa a cercare malattie in bambini di norma - e per fortuna - sani, quanto a chiarire i meccanismi epigenetici, immunologici e metabolici che possono condizionare la salute lungo tutto l’arco della vita nelle aree contaminate. Studi epidemiologi come quello storico di “Sentieri”, infatti, hanno osservato nei siti nazionali eccessi di mortalità e ricoveri rispetto alle medie regionali sia per tumori sia per altre malattie, con aumenti anche di malformazioni alla nascita.

È interessante notare come le mamme siano state coinvolte attivamente nella partecipazione al progetto attraverso una ben studiata compagna di comunicazione ambientale che ha coinvolto anche medici, autorità e scuole.

Sarebbe bello che il libro riportasse l’interesse pubblico sul tema delle bonifiche, e che queste ripartissero con il piede giusto anche grazie agli strumenti analitici messi a punto dai ricercatori di CISAS. E che i piani di ripresa e resilienza, e più in generale di transizione ecologica, immaginassero una ripartenza esemplare proprio da queste aree. Non a beneficio di chi le ha ridotte in quello stato, ma sperimentando soluzioni innovative di bioeconomia rigenerativa, come suggerito nella parte finale del libro.

Il libro "Ambiente e salute nei siti contaminati" verrà presentato in un webinar martedì 13 aprile dalle ore 14:00. Modera: Luca Carra. Intervengono: Alessandro Bratti (ISPRA), Daniela Corda (CNR), Fabio Trincardi (CNR), e gli autori. Per registrarsi clicca a questo link.

 

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