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06 - Stagione di caccia

L'arrivo dell'autunno solitamente coincide con l'apparizione di agguerrite compagnie di cacciatori. Ne intuisci la presenza dai colpi di doppietta che echeggiano per la campagna fin dalle prime ore del mattino e ne hai la piena conferma quando, passando dal bar in tarda mattinata, ti accorgi che per il tuo caffè dovrai attendere più del solito, dato che il barista è monopolizzato da un nutrito gruppo di persone in abbigliamento mimetico. Fu così che quella fresca domenica di inizio ottobre per riuscire a bere un caffè dovetti armarmi di santa pazienza. Mentre condividevo l'attesa con un altro paio di persone, miei conoscenti, ed eravamo praticamente immersi nostro malgrado nel vociare dei cacciatori, risultò inevitabile ascoltare gli epici racconti delle gesta venatorie appena concluse. Oltre ai colpi andati a segno, però, quel mattino affiorò anche la buona notizia di un paio di prede che erano riuscite - almeno per quel giorno - a farla franca. Le risate di scherno indicavano senz'ombra di dubbio che la grazia inaspettata per quelle bestiole non la si doveva al buon cuore del cacciatore, ma unicamente alla sua scarsa mira.
«A quanto pare non sono l'unico scarso a sparare» confidò uno dei due che, come me, era in attesa della disponibilità del barista. «Quando ho fatto il militare, il caporale continuava a ripetermi che era meglio che il fucile lo lasciassi sempre scarico.»
Era più o meno mio coetaneo, dunque potevo punzecchiarlo senza eccessivi timori su quegli anni lontani di naja: «Si vede che quando hanno spiegato come prendere la mira stavi dormendo della grossa.»
«No, no. Ero attentissimo e avevo capito alla perfezione che dovevo allineare l'occhio, il mirino e il bersaglio...»
«Allora si vede che chiudevi l'occhio sbagliato...» disse l'altro conoscente, aggregandosi a quel bonario scherzo.
«Io gli occhi li tengo sempre ben aperti entrambi» buttò lì con tono asciutto uno dei cacciatori, probabilmente infastidito che tre non addetti ai lavori si permettessero di scherzare su quel sacro rituale che è lo sparo con un fucile.
Quella precisazione non richiesta mi aveva un po' infastidito, ma mi aveva anche fatto balenare un possibile interessante sviluppo della conversazione. La faccenda, però, andava gestita al meglio.























Le osservazioni effettuate con la Terra  in punti diametralmente
opposti dell'orbita hanno permesso di individuare lo spostamento
delle stelle più vicine rispetto a quelle molto più distanti
e di risalire così alla loro distanza. L'osservazione, però, è tutt'altro
che semplice. Non facciamoci ingannare dalla figura:
lì lo spostamento è stato esagerato. (PhotoCredit: ESA/Medialab)

«Si vede che hai imparato a correggere adeguatamente la parallasse...» buttai lì quasi con noncuranza «...e il poter tenere entrambi gli occhi aperti ti garantisce il pieno controllo tridimensionale della scena.»
Lo sguardo dei miei due conoscenti, evidentemente spiazzati da quelle parole, era così perplesso che mi venne spontaneo provare a spiegare: «L'errore di parallasse è un difetto abbastanza comune non solo per chi spara, ma anche per chi deve leggere uno strumento di misura. Mai capitato di utilizzare uno strumento di misure elettriche? Non un tester digitale, ma uno di quelli che si usavano un po' di anni fa, quelli con la lancetta e la scala graduata...»
«Eccome: era una presenza fissa alle lezioni di laboratorio a scuola» disse prontamente il cacciatore. Il tono di voce era diventato più conciliante, evidentemente era curioso di scoprire dove si sarebbe andati a finire.
«Benissimo. Allora ricorderai che sul quadro di lettura vi era una zona riflettente, una finestrella a forma di arco appena al di sotto della linea con le tacche e i valori delle misure...»
«Questo me lo ricordo anch'io» disse con entusiasmo uno dei due amici. «Quando si doveva leggere una misura bisognava stare attenti che la lancetta del tester fosse proprio allineata con l'immagine riflessa nella finestrella.»
«Bravo. Vedo che degli anni trascorsi all'ITIS almeno qualcosa è rimasto. Il trucchetto serviva a evitare di fare una lettura sbagliata con il tester. Il problema lo si capisce al volo con il giochetto del dito. Allunga il braccio in direzione di un oggetto lontano e tieni un dito alzato. Ora chiudi prima un occhio e poi l'altro. Vedrai che, rispetto a quell'oggetto, il tuo dito sembra saltellare ora da una parte ora dall'altra.»
Pur essendo del tutto innocuo e suggerito dalle più buone intenzioni, non si trattava certo di un esercizio abituale per un bar. Considerando che, nel giro di qualche minuto, un altro paio di cacciatori si erano aggregati al gruppetto, anche loro col braccio teso e il dito alzato, il timore che qualcuno chiamasse un'ambulanza diventava concreto. Il che mi indusse a tagliare corto.
«E' il giochetto che sta alla base della mira: come ci dicevano ai tempi della naja dobbiamo allineare occhio, mirino e bersaglio. Ma lo sapete che l'errore di parallasse è stato un nodo fondamentale per l'astronomia?» Avevo buttato lì la domanda quasi con noncuranza. La speranza era che almeno uno dei miei conoscenti ora impegnati ad ammiccare al proprio dito raccogliesse la provocazione, ma la sponda mi arrivò dalla direzione più inaspettata.
«Cosa c'entra l'astronomia con la linea di mira?» chiese incredulo uno dei cacciatori.
«Nel 1800 gli astronomi erano alle prese con una grossa questione: quanto sono distanti le stelle? La faccenda non era per nulla chiara. Qualcuno, però, sosteneva che potesse funzionare un giochetto come quello che facevamo poco fa. In pratica diceva che, rispetto a quelle molto più lontane, una stella vicina avrebbe dovuto mostrare lo stesso comportamento del nostro dito.»
«E come la mettiamo con l'occhio da schiacciare?» mi incalzò il curioso interlocutore. «A quello ci avrebbe pensato il moto della Terra intorno al Sole. Facendo le osservazioni a sei mesi di distanza era come se si utilizzassero alternativamente due occhi abbastanza separati tra loro.» «Geniale. Ma come mai si dovette aspettare fino al 1800? Il giochetto sembra piuttosto evidente. Con gli occhi messi così distanti, poi, dovrebbe essere uno scherzo.»
«Niente affatto. Il grosso guaio è che, rispetto alla distanza tra la Terra e il Sole, anche le stelle più vicine sono tremendamente più distanti. E' dunque assolutamente impossibile riuscire a individuare quel piccolo spostamento della parallasse a occhio nudo. Occorrono strumenti sofisticati e fu solamente nel 1838 che il tedesco Friedrich Bessel riuscì nell'impresa con una piccola stellina della costellazione del cigno. Fu un successo incredibile, una data storica per l'astronomia.»
«E bravo il tedesco: ha mirato al cigno e ha fatto centro» concluse soddisfatto il mio interlocutore tradendo una notevole deformazione professionale.
Pur non condividendo la cruenta immagine venatoria, tutto sommato mi sembrava una sintesi accettabile dell'improbo lavoro dei cacciatori della parallasse. Non mostrai comunque di apprezzarla: non volevo correre il rischio di essere coinvolto in altri discorsi venatori. Con la scusa che al bancone la ressa si era diradata, sgusciai via dal gruppetto e riuscii finalmente a gustare l'agognato caffè.
Mentre mi avviavo verso l'uscita mi sembrò di notare che qualcuno tra i cacciatori avesse ancora il braccio teso. Ma forse anche la mia è deformazione professionale e il tizio stava semplicemente mostrando la posizione migliore per imbracciare una doppietta e difendersi da un leprotto riottoso che ti si sta scagliando contro.

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