Covid-19/

04 - La rivincita del kiwi

Gli orari del pranzo e della cena sono molto soggettivi. A maggior ragione durante il periodo estivo. Ci pensano infatti i blandi ritmi del periodo di ferie, il fresco che concilia il sonno solo al mattino, il caldo che proprio non ti invoglia a metterti a tavola e simili complessi meccanismi a scandirti le operazioni di rifornimento energetico lungo la giornata. E i ritmi che ne vengono fuori, appunto, sono decisamente soggettivi. Terminato il pranzo - era ormai l'una e mezza - mi ero incamminato verso il bar per il caffè di rito. Più mi avvicinavo e più mi giungeva, sempre più intenso, il tipico vociare che solitamente caratterizza il momento degli aperitivi. Qualcuno, evidentemente, doveva ancora pranzare. E tra questi - la sua voce è un marchio di fabbrica - uno dei quattro amici che un paio di sere prima avevo bonariamente preso in giro con la storia delle stelle verdi. Difficile che ci fosse solamente lui.
Sapevo che con quei quattro avevo un conto aperto. Ma ormai ero a due passi dall'entrata, il caldo era piuttosto intenso e proprio non mi andava di girare i tacchi rendendo del tutto inutile quella passeggiata al bar. Entrai cercando di non dare nell'occhio. Impossibile.
«Eccoti qua. Capiti giusto giusto per l'ultimo giro di aperitivi. Così impari a farci cercare le stelle verdi.» 
Inutile protestare adducendo come spiegazione che ero uscito a bere un caffè, dunque la fase dell'aperitivo l'avevo ormai abbondantemente lasciata alle spalle. Mi fu concesso il caffè, ma dovetti farmi carico del giro di sangria che, a quanto mi sembrava di cogliere dalla tonalità delle voci e dal livello ormai molto basso nella caraffa, aveva davvero spopolato. Una sangria multicolore nella quale facevano mostra di sé anche dei verdi tocchetti di kiwi. Un'illuminazione: perché non buttar lì una appendice alla storia delle stelle verdi? Non mi era affatto chiaro quanto di quel discorso potesse giungere a destinazione, ma almeno mi levavo la soddisfazione di una inaspettata contro vendetta. 
























La splendida bolla di gas verde catturata
dal VLT è la testimonianza di una
stella morente che si è liberata dei suoi gusci
più esterni. Nota con il nome di IC 1295, questa
nebulosa planetaria dista 2500 anni luce dal Sole.
(PhotoCredit: ESO)

La splendida bolla di gas verde catturata dal VLT è la testimonianza di una stella morente che si è liberata dei suoi gusci più esterni. Nota con il nome di IC 1295, questa nebulosa planetaria dista 2500 anni luce dal Sole.
«Le stelle verdi non sei riuscito a vederle, ma quei pezzetti di kiwi mi accorgo che li vedi benissimo...» buttai lì con tono provocatorio mentre, con noncuranza, mescolavo il mio caffè. 
«E' vero. Come mai? L'altra sera avevi detto che non potevamo vederlo il verde...» «Calma, calma. Io ho detto che non possiamo vedere stelle verdi. Il colore verde lo vediamo benissimo. Scusa, pensa alle foglie degli alberi, all'erba e al verde pistacchio della macchina di tuo cognato...» la citazione era d'obbligo, vista la terribile tinta di quella vecchia automobile. 
A quello scambio di battute stavano assistendo anche gli altri tre del gruppo, impazienti come non mai di mostrarmi che mi ero sbagliato. Fortunatamente, quello dei tre che sembrava in grado di gestire la sangria meglio degli altri confermò la mia versione. Ma era intenzionato ad andare fino in fondo. 
«Perché le foglie sì e le stelle no? C'è qualcosa nello spazio che lo impedisce?». 
«Assolutamente no. Anzi, lo spazio è pieno di oggetti verdi e noi li vediamo benissimo. Sono solo le stelle che fanno eccezione. Mettiamola così: la differenza tra le stelle e le foglie - e la macchina di suo cognato - è che le stelle la luce la producono loro, mentre gli oggetti si limitano a farla rimbalzare verso i nostri occhi. E quando la luce colpisce un oggetto, la superficie di quell'oggetto modifica la luce prima che questa si allontani dopo il rimbalzo...». 
«Ho capito» mi interruppe il mio diretto interlocutore. «Se noi vediamo un oggetto di colore giallo è perché quell'oggetto ha fatto rimbalzare solamente il colore giallo. Giusto?» «Non è proprio così...» Guardai la brocca di sangria sempre più vuota e mi dissi: «Guai a te se tiri in ballo le idee di Joung, la teoria della tricromia, l’additività dei colori...». 
«Cosa? Chi?». 
«No, niente...» evidentemente il mio era stato qualcosa di più di un semplice pensiero. «Dicevo che il verde di quei kiwi, il rosso delle fragole e il giallo delle pesche viene dalla luce che è rimbalzata su quei frutti, è stata raccolta dal nostro occhio ed è stata interpretata dal nostro cervello. La luce iniziale - che viene dal Sole - per noi era bianca e ci hanno poi pensato le diverse superfici della frutta a modificarla. Senza contare le modifiche dovute alla presenza del vino.» 
«Lascia stare la sangria. Prima hai detto che nello spazio si possono vedere anche oggetti verdi. Non mi risulta ci siano foglie su cui rimbalza la luce. Che coloranti ci sono?» «Nessun colorante. In quel caso è colpa di alcuni gas, per esempio l'ossigeno, che se vengono riscaldati emettono luce in un solo colore, che può essere il verde. E' un po' come per i tubi al neon multicolori delle insegne luminose.» 

Anche il terzo dei miei interlocutori decise che era giunto il momento di dare il suo diretto contributo al dibattito:
«Ma le stelle verdi perché non ci sono?»
No, non potevo ricominciare da capo. Forse avevo preteso troppo, ma non dovevo assolutamente mollare. Il ferro va battuto finché è caldo. Un'illuminazione: il ferro riscaldato! L’autore dell'ultima domanda lavorava in un'officina in cui si svolgevano tipici lavori da fabbro, dunque potevo aggrapparmi a quello. «Hai presente quando scaldi il ferro con la fiamma ossidrica.» «Certo, prima diventa rosso, poi arancione, poi sempre più chiaro fino a splendere di un bel bianco brillante.»
«Proprio come le stelle: il ferro non diventa mai verde. Il fatto è che quando si scalda ed emette la luce lo fa su un ampio intervallo di colori e il nostro occhio mescola tutto.» «Beh, ma non potevi dirmelo prima che le stelle funzionano come il ferro in officina? Ma cos'è che le scalda fino a quel punto?»
La domanda era incredibilmente stimolante, ma decisi di ignorarla. La sangria nella brocca era terminata, prontamente sostituita da una fresca e invitante bottiglia di Prosecco nei pressi della quale il bravo barista aveva fatto comparire un salamino e qualche pezzetto di pane. Assolutamente impensabile buttar lì un'altra pillola astronomica.
Mentre la cifra era ancora accettabile, pagai il mio pegno e salutai. Non ci fu neppure bisogno di giustificare la mia fuga: l'attenzione di quei famelici avventori era rivolta a ben altro.

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