Guido Poli

Laureato in Medicina e Chirurgia a Ferrara (1982) inizia a fare ricerca su HIV/AIDS nel 1984 nel laboratorio di Alberto Mantovani all’Istituto “Mario Negri” di Milano. Dal 1986 al 1993 lavora nel laboratorio di Tony Fauci all’NIAID, NIH di Bethesda, USA e dal 1994 dirige l’Unità d’Immunopatogenesi dell’AIDS all’IRCCS San Raffaele di Milano. Dal 2002 è Professore Associato di Patologia Generale (Professore Ordinario dal 2016) presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. È autore di oltre 250 pubblicazioni scientifiche, per la maggior parte dedicate ad HIV, per un IF complessivo >1.200 e un indice h di 54.

Possiamo predire l’andamento dell’epidemia sulla base dei dati attuali?

Al momento non disponiamo di un accurato tasso di letalità, né del numero esatto dei contagi, nè di una diagnosi certa per i decessi causati da COVID-19. Queste condizioni rendono arduo, se non impossibile, creare un modello predittivo dell'epidemia. Poter stimare con più precisione il numero dei positivi attraverso più test sembra una strategia percorribile, ma non priva di insidie e limiti. Perché sia efficace, l'allargamento del numero di tamponi a soggetti asintomatici dovrebbe essere applicato in modo epidemiologicamente rilevante sul territorio nazionale e dovrebbe prevedere il coinvolgimento di epidemiologi e modellisti in modo che possano raccogliere informazioni utili sull’andamento dell’epidemia.

Ogni giorno seguiamo i numeri che ci fornisce la Protezione civile (nuove infezioni, nuove guarigioni, nuovi decessi) dopodiché dividiamo il numero dei deceduti per quello del numero totale delle infezioni e otteniamo un indice di letalità (Case fatality rate, CFR”) e lo compariamo a quello di altre nazioni. Per esempio, se lo facciamo oggi (sui dati di ieri) risulta che il CFR italiano è 2.978/35.713 = 0,083 (8,3%), mentre, per esempio, quello della Corea del Sud è 91/8565 = 0,010 (1%), molto più basso…giusto?

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COVID-19, punti fermi (dell’OMS) e domande aperte

Se su SARS-CoV-2 abbiamo alcuni punti fermi, restano anche questioni aperte, ad esempio sul ruolo di geni specifici del virus, soprattutto in termini di modulazione della sua contagiosità, o perché bambini e adolescenti appaiano relativamente resistenti. In questo, la ricerca scientifica ricopre un ruolo chiave.
Crediti immagine: NIAID/Flickr. Licenza: CC BY 2.0

Questa settimana, il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che l’attuale diffusione dell’infezione da SARS-CoV-2, agente causale della malattia respiratoria nota come “Covid-19”, ha raggiunto lo stato di pandemia.

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Coronavirus e salute umana. Dalla SARS al nuovo virus di Wuhan

Coronavirus

L’ultima emergenza globale che riempie i notiziari e le pagine dei quotidiani è una malattia respiratoria, in alcuni casi grave e anche mortale, causata da un nuovo Coronavirus (CoV) definito “2019-nCoV” scaturito dalla città di Wuhan, in Cina. Come le altre epidemie da CoV pericolose per la salute umana, causando la SARS e la MERS, anche quest’ultima è quasi sicuramente una zoonosi, ovvero una patologia innescata dal “salto di specie” di un virus da un serbatoio animale all’uomo. E’ da sottolineare che prima della SARS questa famiglia di virus era considerata di scarsa rilevanza per la salute umana causando principalmente il banale raffreddore (Immagine: coronavirus, 1975; crediti:  Centers for Disease Control and Prevention's Public Health Image Library).

SARS-CoV

Alla fine di gennaio 2003 ricevemmo un campione biologico (sputo) di un paziente italiano tornato dalla Cina e ricoverato al Dipartimento di Malattie Infettive dell’Ospedale “Luigi Sacco” di Milano con sintomi respiratori gravi e dove fu diagnosticato affetto da questa nuova patologia virale (“Severe Acute Respiratory Syndrome, SARS”). Rapidamente isolammo il virus su colture di cellule VERO (prive della capacità di sintetizzare interferone e quindi molto permissive alle infezioni virali) (Figura 1) e, altrettanto rapidamente, lo sequenziammo (1); fu il seco

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In memoria di uno scienziato atipico

Guido Poli ricorda Claudio Casoli, una figura atipica nel panorama della ricerca scientifica: autore di numerosi studi di grande rilevanza, non aveva mai conseguito una laurea accademica, a testimonianza del fatto che l’interesse, l’amore e la dedizione alla ricerca possono superare la mancanza di titoli universitari.
Crediti immagine: LucusTimotei/Pixabay. Licenza: Pixabay License

Chiunque abbia collaborato o solo discusso qualche volta con Claudio Casoli (1947-2019) non lo può dimenticare. Il tratto gentile e sempre un pò scherzoso, una certa “ingenuità” tipica di chi ama la ricerca e ha fede nel suo ruolo salvifico della società.

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Una speranza in più per la giornata mondiale dell’AIDS

Un'infermiera sottopone un neonato al test HIV durante l'Early Infant Treatment Study, Botswana. Credit: Infant treatment study team/Botswana-Harvard AIDS Institute Partnership, CC BY-SA

Nell’imminenza del 1 dicembre (giornata mondiale dell’AIDS) un articolo pubblicato sull’importante rivista Science Translational Medicine (figlia minore di Science) accende un’altra fiammella di speranza di poter scalfire la roccia apparentemente impenetrabile del serbatoio di cellule infettate da virus infettivo (replication-competent) insensibile alla terapia antiretrovirale di combinazione (cART) in quanto il virus è integrato nel genoma cellulare sotto forma di provirus, il cosiddetto reservoir.

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Liberi da HIV: dal paziente di Berlino al paziente di Londra

Scanning electron micrograph of HIV-1 budding

Scanning electron micrograph of HIV-1 budding (in green) from cultured lymphocyte. This image has been colored to highlight important features; see PHIL 1197 for original black and white view of this image. Multiple round bumps on cell surface represent sites of assembly and budding of virions (Wikipedia).

Esattamente 6 anni fa, nel marzo del 2013, ho scritto su questa rivista un articolo dal titolo HIV: il "paziente di Berlino", forse, non è più soloMi

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Un vaccino antiHIV, sogno o realtà?

Credit: ISO Republic. Licenza: CC0.

"If you think research is expensive, try disease" è una famosa citazione di Mary Lasker, filantropa americana nata nel 1900 a cui è intitolato uno dei più prestigiosi premi della Medicina dopo il Nobel. Il principio si applica bene all’estenuante ricerca di un vaccino preventivo dell’infezione da virus dell’immunodeficienza umana (HIV) con cui convivono circa 37 milioni di persone sul pianeta e che, nel solo 2016, nonostante i numerosi e convergenti sforzi di prevenzione, ha causato 1,8 milioni di nuove infezioni.

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HIV: eradicare o controllare?

"HIV and antibodies, HIV viral life cycle, illustration" di David S. Goodsell. Credit: David S. Goodsell, The Scripps Research Institute. CC BY

Basterebbe la battuta di Anthony S. Fauci (direttore NIAID) in apertura del workshop “HIV Persistence During Therapy. Reservoirs & Eradication Strategies” (Miami 12-15 dicembre 2017) a riassumere lo stato dell’arte della ricerca sulla Cure (eradicazione del virus da uno o più individui): 

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Buone e cattive notizie sull'AIDS

E’ da pochi giorni disponibile il rapporto di UNAIDS (Joint United Nations Programme on HIV/AIDS) sulla situazione globale dell’infezione da HIV e sull’AIDS che ne è la conseguenza in assenza di terapia antiretrovirale di combinazione (cART).

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HIV/AIDS: anticorpi in pole position

Dopo 16 anni, la Conferenza Internazionale su HIV/AIDS (AIDS 2016) torna a Durban, Sud-Africa, dove il virus HIV mantiene livelli di prevalenza (con oltre 6 milioni di persone infettate) e di trasmissione da record, nonostante i molti progressi degli ultimi anni, soprattutto grazie al sempre migliore uso dei farmaci antiretrovirali che, in vari cocktail di “combination Anti-Retroviral Therapy (cART)” sono in grado di arrestare la replicazione virale, fermare la progressione di malattia nonché diminuire grandemente la trasmissione del virus ad altri e, in genere,

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Infezione da HIV: progressi scientifici e battute d’arresto

Si è da poco conclusa a Melbourne la XX Conferenza Internazionale sull’HIV/AIDS, che ha raccolto quasi 14.000 partecipanti tra clinici, ricercatori, attivisti e giornalisti. Un incontro funestato prima del suo inizio dall’assurda tragedia del volo MH17 abbattuto da “folli ribelli” al confine russo-ucraino in cui hanno perduto la vita anche diversi ricercatori e attivisti diretti alla Conferenza.

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Onorevoli Ministri, in Italia l'HIV è scomparso?

Alla c.a.

On. Enrico Letta,
Presidente del Consiglio

On. Beatrice Lorenzin,
Ministro della Salute

p.c.:

On. Maria Chiara Carrozza,
Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica

Dr. Fabrizio Oleari,
Presidente, Istituto Superiore di Sanità, Roma

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HIV: il "paziente di Berlino", forse, non è più solo

Il limite della terapia anti-retrovirale  di combinazione (cART) è quello di fermare la replicazione di HIV in modo quasi assoluto (emergenza di ceppi resistenti a parte), ma di non scalfire i serbatoi d’infezione latente o persistente [1].

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I nuovi studi presentati alla XIX Conferenza Internazionale

Del contesto e del “feeling” generale percepito alla conferenza internazionale, tornata negli USA dopo 22 anni, abbiamo recentemente scritto. Di seguito, le novità principali secondo chi scrive (a proposito, tutte le sessioni dei diversi “track” sono state riassunte da un team di relatori e possono essere visualizzate a questo indirizzo).

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La cura a un punto di svolta. Ma l’Italia (forse) non lo sa

Si chiude la XIX Conferenza internazionale su HIV/AIDS - con oltre 23.000 partecipanti - tornata negli USA, a Washington DC, dopo 22 anni, a causa del divieto di accesso ai sieropositivi che ha stigmatizzato la xenofobia americana fino alla sua rimozione da parte del presidente Obama. Il tema della Conferenza è stato “TurningThe Tide Together” (ovvero "invertiamo la rotta – dell’infezione - insieme") perché si percepisce che la realtà dell’AIDS su scala globale sta cambiando.

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La situazione del (non) finanziamento italiano sull'AIDS

La prestigiosa rivista scientifica Science ha proclamato lo studio HPTN052 (in cui si dimostra in modo inequivocabile la capacità della terapia anti-retrovirale di prevenire la trasmissione sessuale di HIV-1) quale “breakthrough” del 2011.1 Inoltre, è di questi giorni l’annuncio del magnate Bill Gates di aver rilanciato con 750 milioni di dollari l’impegno della sua Fondazione nella lotta contro le tre principali “malattie della povertà”: AIDS, malaria e tubercolosi.2 E l’Italia?

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AIDS: cauto ottimismo per il "vaccino italiano"

Recentemente in Italia ha ricevuto grande attenzione mediatica uno studio coordinato da Barbara Ensoli dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicato dalla rivista Plos One (Ensoli 2010). Questo studio ha riguardato un’analisi in corso d’opera (interim) fino a 48 settimane successive alla somministrazione intradermica di un vaccino terapeutico della proteina virale Tat (poco studiata all’estero quale immunogeno vaccinale anti-HIV) somministrata per 3-5 volte in due dosaggi (7,5 o 30 µg) intra-dermici in 8-16 settimane.

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Standing ovation per il microbicida che previene l'AIDS

Non capita spesso in una conferenza scientifica di assistere, anzi partecipare, a ripetute “standing ovation” quasi che sul palco ci fossero rockstar e non ricercatori. Eppure è quanto successo alla XVIII Conferenza Internazionale sull’AIDS tenutasi a Vienna dal 18 al 23 luglio quest’anno – oltre 20.000 partecipanti - quando sono stati presentati i risultati dello studio clinico di fase III (efficacia clinica) “CAPRISA 004”.