fbpx All | Page 177 | Scienza in rete

All

Nemmeno l'Europa prende la sufficienza in ambiente

L'Europa è il luogo dove ha preso avvio la Rivoluzione Industriale: una transizione epocale che ha catapultato l'intero pianeta verso una nuova epoca. In un battito di ciglia geologico l'umanità si è imposta come una forza globale capace di lasciare segni profondi e duraturi in tutti gli ecosistemi. Oggi la crisi climatica pone l'umanità di fronte alla necessità di una nuova transizione, ambientale, economica e sociale. Se in Europa questa transizione potrà davvero partire ed essere completata, potrà essere solo l'Europa stessa a deciderlo con le politiche che sceglierà di perseguire. Ma per ora, nonostante le ambizioni, la politica europea è troppo timida. Nell'immagine: cava di lignite a cielo aperto, Germania.

«Sebbene le politiche europee sull’ambiente e il clima abbiano contribuito a migliorare la situazione ambientale negli ultimi decenni, i progressi compiuti dall’Europa non sono sufficienti e le prospettive per l’ambiente nei prossimi dieci anni sono tutt’altro che rosee».

Nonne orche e menopausa

Le orche sono tra i pochissimi mammiferi noti per vivere a lungo anche dopo l'età riproduttiva, un fenomeno che affascina da tempo gli scienziati. Ora, un lavoro pubblicato su PNAS e basato sull'analisi di dati raccolti in oltre trent'anni, supporta ulteriormente la teoria secondo la quale alla base della menopausa vi sia l'effetto nonna, ossia come le nonne possano assicurare una miglior sopravvivenza ai nipoti.
Nell'immagine: l'orca denominata J8, di 78 anni. Crediti: Kenneth Balcomb, Center for Whale Research

Sono davvero pochi i mammiferi che vanno in menopausa: oltre alla nostra specie, infatti, ci sono solo le orche, il globicefalo di Grey e, secondo uno studio del 2018, narvali e beluga. Gli scienziati si interrogano da tempo sulle ragioni alla base di questo meccanismo, e le orche sono uno dei soggetti preferiti degli studi al riguardo. Allora, perché la menopausa? A cosa serve, e quali vantaggi offre all'animale?

Un problematico buco nero

Un buco nero stellare dalla massa tre volte superiore al limite teorico previsto: la scoperta è stata recentemente pubblicata da Nature, e ora gli astronomi stanno cercando di stabilire gli scenari che spiegherebbero questo dato. Come scrive Claudio Elidoro in quest'articolo, "si preannunciano tempi di intenso lavoro non solo per gli astrofisici che si occupano di evoluzione stellare, ma anche per quelli che proveranno a spremere altri dati da quel problematico sistema".
Nell'immagine: raffigurazione pittorica del sistema stellare costituito dalla giovane stella blu LB-1 in orbita intorno al buco nero. La presenza del buco nero è stata dedotta proprio dal regolarissimo moto orbitale della stella. Crediti: Jingchuan Yu

A 13 mila anni luce di distanza dalla Terra è stato scoperto un buco nero stellare la cui massa ammonterebbe a circa 70 masse solari, un valore che pone seri problemi agli astrofisici. Alla luce delle attuali teorie evolutive stellari, infatti, questo valore è almeno tre volte più grande del previsto, il che rende piuttosto complicato riuscire a spiegare la formazione del buco nero. L’annuncio della scoperta è stato pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Nature dal team di Jifeng Liu (Accademia Cinese delle Scienze – Beijing).

La sugar tax fa bene alla salute e non danneggia l’occupazione

La ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova sostiene che la tassa sulle bevande zuccherate ha effetti negativi sull’occupazione, soprattutto a suo dire nei settori agricolo e alimentare.

Questa affermazione è sbagliata. Infatti le esperienze dei Paesi in cui questa e altre tasse di scopo (sulla plastica, sul fumo, ecc.) sono state introdotte dimostrano che si è ottenuto il doppio effetto di migliorare la salute della popolazione e di aumentare l’occupazione.

Il sistema sanitario alla sfida della cronicità

L’Italia ha licenziato il Piano nazionale cronicità nel 2016, avendo accumulato un ritardo di almeno una quindicina d’anni rispetto agli altri paesi ricchi più virtuosi, ma non si può dire che questo strumento sia già in grado di incidere in maniera significativa sulla gestione della cronicità. Come spesso succede abbiamo realtà che si sono organizzate di conseguenza, ma ci sono anche Regioni che non l’hanno nemmeno preso in mano. Manca il personale dedicato, per esempio l’infermiere di quartiere, figura mitica che dovrebbe essere cardine di quell’assistenza territoriale indispensabile per una buona gestione della cronicità. Il fatto è che l’approccio del nostro, pur lodevole, Servizio sanitario nazionale guarda all’indietro. L’organizzazione, le competenze e anche la visione del proprio ruolo che la maggioranza degli operatori di sanità pubblica hanno ancora davanti agli occhi è quella delle grandi acuzie. “È in questa rete di cure che finiscono i malati cronici”, sottolinea Rinnenburger, generando inappropriatezza, come la mamma portata al pronto soccorso dalla figlia che non sapeva a chi altro rivolgersi.

“Ma perché ha portato qui sua madre, che è cronica?”, chiede l’infermiera di Pronto Soccorso a una figlia preoccupata. La risposta è semplice e disperata: “Non sapevo a chi rivolgermi”. Sarebbe ingeneroso dire che questa è la realtà per tutti i malati cronici nel Servizio sanitario nazionale, ma è innegabile che essere malati cronici nel secondo decennio del secondo millennio in Italia non è una cosa semplice. Per nessuno: pazienti, familiari e sanitari.

Test PISA: sono asini questi italiani?

I risultati del Programme for International Student Assessment (universalmente noto con il suo acronimo: PISA) sono arrivati puntuali. Agli studenti italiani è toccato nuovamente sentirsi dire che non sanno leggere, contare, non sanno nulla di scienze. Accade dal 2000, anno di nascita del PISA, e ogni tre anni gli studenti italiani per un giorno diventano gli zimbelli d’Europa. Gli organizzatori asseriscono che i test fotografano la situazione e indicano quali politiche sono necessarie perché i giovani acquisiscano le competenze utili per primeggiare nei prossimi anni. Ma esiste anche una larga e autorevole schiera di detrattori che invece hanno un'opinione opposta: semplicemente bisognerebbe evitare di partecipare alla rilevazione. Su Scienza in rete una breve rassegna di queste argomentazioni e una prima breve analisi dei dati appena pubblicati cui seguiranno indagini più specifiche. Immagine: statua colossale di Costantino I, IV sec. dC, Musei Capitolini, Roma.

I risultati del Programme for International Student Assessment (universalmente noto con il suo acronimo: PISA) sono arrivati puntuali. Agli studenti italiani è toccato nuovamente sentirsi dire che non sanno leggere, contare, non sanno nulla di scienze. Accade dal 2000, anno di nascita del PISA. Da allora ogni tre anni gli studenti italiani per un giorno diventano gli zimbelli d’Europa. Poi l’eco si esaurisce, ma lascia strascichi, critiche e buoni propositi.

Un messaggio chiaro sull’emergenza climatica

Un appello pubblicato su Nature la scorsa settimana, e firmato da sette esperti in climatologia, oceanografia, ecologia e sostenibilità, richiama l'attenzione sui tipping points, o punti di non ritorno, dei cambiamenti climatici. L'appello esamina le crisi più probabili ed evidenzia come, nonostante vi sia ancora molta incertezza su quando avverranno quelle discontinuità che potrebbero accelerare il collasso climatico e ambientale del pianeta, rischiare non sia affatto un’opzione responsabile.
Baffin Bay, Groenlandia. Immagine fornita dall'U.S. Geological Survey (USGS) EROS Data Center Satellite Systems Branch. Fonte: NASA/USGS Landsat 7; NASA Earth Observatory.

Sette ricercatori esperti in climatologia, oceanografia, ecologia e sostenibilità hanno lanciato una settimana fa su Nature un appello circostanziato che suona così: la scienza non può ancora dire se non con molta incertezza quando avverranno quelle discontinuità che potrebbero accelerare il collasso climatico e ambientale del pianeta. Ma scommettere contro i punti di non ritorno (tipping points) non è affatto saggio. Bisogna agire subito. Segue la disamina delle crisi più probabili, e del rischio che facciano massa portando il sistema fuori controllo.

L'autodomesticazione umana ha un volto. E un gene

Uno studio appena pubblicato su Science Advances e guidato da Giuseppe Testa analizza il ruolo del gene BAZ1B nello sviluppo della cresta neurale dell'embrione, da cui origina il volto umano. Il lavoro rappresenterebbe una dimostrazione sperimentale della teoria secondo cui lievi alterazioni nello sviluppo della cresta neurale sarebbero alla base dell'autodomesticazione umana.
Crediti immagine: Gerd Altmann/Pixabay. licenza: Pixabay License

Come sono modellati i volti degli esseri umani moderni? Secondo uno studio appena pubblicato su Science Advances è particolare gene, BAZ1B, a orchestrare lo sviluppo della morfologia umana del volto.

Lo sbadiglio del leone marino

Così quotidiano che di rado ci interroghiamo su di esso, lo sbadiglio in realtà ha ancora molti misteri per scienziati: tutto ciò che sappiamo, almeno per quanto riguarda lo sbadiglio spontaneo, è che nell'essere umano e negli altri primati è associato al ritmo sonno-veglia e agli stati di ansia; nelle specie con dimorfismo nella dimensione dei canini, inoltre, è indice di un arousal aggressivo. E ora, un nuovo studio evidenzia come lo sbadiglio spontaneo si presenti nelle stesse condizioni anche in un gruppo completamente diverso, quello dei leoni marini.
Crediti immagine: Reinhard Jahn/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 2.0 Germany

Sbadigliare non è certo solo umano. Sbadigliano, anzi, quasi tutti i vertebrati, pesci compresi. Di questo comportamento così ampiamente diffuso in natura e così apparentemente banale non conosciamo i meccanismi: alcune teorie suggeriscono che possa, ad esempio, abbassare la temperatura cerebrale, ma non c'è nulla di dimostrato.

Una speranza in più per la giornata mondiale dell’AIDS

Un'infermiera sottopone un neonato al test HIV durante l'Early Infant Treatment Study, Botswana. Credit: Infant treatment study team/Botswana-Harvard AIDS Institute Partnership, CC BY-SA

Nell’imminenza del 1 dicembre (giornata mondiale dell’AIDS) un articolo pubblicato sull’importante rivista Science Translational Medicine (figlia minore di Science) accende un’altra fiammella di speranza di poter scalfire la roccia apparentemente impenetrabile del serbatoio di cellule infettate da virus infettivo (replication-competent) insensibile alla terapia antiretrovirale di combinazione (cART) in quanto il virus è integrato nel genoma cellulare sotto forma di provirus, il cosiddetto reservoir.