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Nicolais alla Città della Scienza. I prossimi passi

Nicolias, già ministro, già presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e già presidente del Gruppo 2003, è stato nominato Presidente del comitato scientifico della Città della Scienza. Un'ottima scelta, perché Nicolais è uno scienziato di grande valore che risponde pienamente al profilo richiesto dai firmatari dell'appello pubblicato su questo giornale, del quale resta però disattesa la richiesta di dimissioni del Consiglio d'Amministrazione. Restando immutata questa richiesta, ora è anche necessario che la Regione Campania assicuri un Comitato scientifico a livello del suo nuovo presidente, e che tale Comitato abbia reali poteri d'indirizzo. Nell'immagine: Luigi Nicolias. Crediti: EU2017EE Estonian Precidency/Flickr. Licenza: CC BY 2.0

La Regione Campania ha nominato il nuovo Presidente del comitato scientifico della Città della Scienza. Si tratta di Gino Nicolais, scienziato di grande valore, già ministro, già presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e già presidente del Gruppo 2003 e, dunque, editore di Scienza in rete. Non poteva esserci scelta migliore.

Un’unica voce: sulla ricerca cambiamo rotta

Il 15 ottobre è stata presentata la nuova Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia del Consiglio Nazionale delle Ricerche, con dati e proiezioni aggiornati al 2018. Conclusione: la ricerca italiana continua a stagnare da ormai un decennio, anche se con qualche segnale di risveglio. Serve una svolta. Il premier Conte: seguirò personalmente la partita.

La presentazione della Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia del Consiglio Nazionale delle Ricerche è stata l’occasione per tutte le autorità presenti di lanciare l’emergenza ricerca in Italia, invitando il premier Conte, presente nell’Aula magna del CNR, a invertire un trend decennale che vede il paese fermo all’1,2-1,3% dell’investimento in R&S sul PIL, circa la metà della media dell’investimento OCSE.

La morte apparente dei coralli mediterranei

Un nuovo studio riporta per la prima volta l'esistenza di una risposta adattativa nella madrepora a cuscino (Cladocora caespitosa), una specie di corallo mediterraneo, allo stress termico. Ipotizzata nei coralli fossili, non era mai stata descritta nei viventi, anche perché avviene molto lentamente nel tempo: i coralli rimpiccioliscono, lasciando la colonia apparentemente morta, solo per ricrescere e ripopolarla negli anni successivi. Tale capacità suggerisce una resilienza dei coralli maggiore a quanto pensato in precedenza, ma che potrebbe non essere sufficiente a fronteggiare ondate di calore più frequenti. Nell'immagine: polipi del corallo Cladocora caespitosa. Crediti:Diego K. Kersting

I coralli sono fortemente messi a rischio dai cambiamenti climatici, che influenzano le precipitazioni, le correnti oceaniche, i livelli e il pH del mare. Lo stress termico dovuto all'aumento delle temperature, inoltre, ha determinato la morte massiccia di diverse specie d'invertebrati, tra cui alcuni coralli, sia nei mari tropicali sia in quelli temperati.

Le notizie di scienza della settimana #110

Il nostro Paese è stato e continua a essere un crocevia di spostamenti e migrazioni che ha favorito il contatto tra i popoli. E questo, a sua volta, ha plasmato il nostro patrimonio genetico: ma allora, chi sono davvero gli italiani? Il più grande studio di genetica della popolazione italiana, recentemente pubblicato su Science Advances, ne analizza in maniera sistematica la distribuzione della variazione genetica, rivelandone l'incredibile eterogeneità. La ricerca ha anche messo in luce la presenza di un contributo genetico mai evidenziato prima, frutto di un processo di espansione delle popolazioni dal Caucaso all'Italia circa 4.000 anni fa, e il maggior contributo di DNA neandertaliano nel nord della penisola. Questo viaggio nella storia dei nostri geni racconta chi siamo: un cocktail genetico e culturale in continua evoluzione. I dettagli spiegati direttamente dagli autori della ricerca su Scienza in rete.

Arte, scienza e politica in Leonardo da Vinci

L'uomo vitruviano di Giacomo Andrea da Ferrara

Come ricordano nel loro libro “Leonardo scienziato” (Hoepli, 2019) le due giornaliste scientifiche Enrica Battifoglia ed Elisa Buson, il primo modello di un uomo iscritto in un cerchio e in un quadrato lo compose Giacomo Andrea da Ferrara, grande amico di Leonardo, decapitato il 12 maggio 1500 per le sue attività anti francesi, che un anno prima si erano impadroniti del Ducato di Milano facendo scappare Ludovico il Moro e tutta la corte degli Sforza, Leonardo compreso. Certo il disegno di Giacomo non è paragonabile a quello di Leonardo da Vinci, l’uomo è abbozzato e ha un po’ la postura di un Cristo in croce. Ci pensò Leonardo a trasformarlo nell’emblema dell’antropocentrismo rinascimentale. Crediti: Giacomo Andrea Da Ferrara, Biblioteca Ariostea, Ferrara (Cart. Sec. XVI, Fol. Figurato, Classe II, N. 176, Fol 78V).

L’Uomo vitruviano, conservato alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, è un disegno a matita e inchiostro su carta tracciato nel 1490 che raffigura le proporzioni ideali del corpo umano, armoniosamente inscritto nelle due figure perfette del cerchio, che simboleggia il cielo, e del quadrato, che rappresenta la Terra. Un ponte tra umano e divino, dunque, il simbolo dell’ideale rinascimentale che vede nell’uomo la misura di tutte le cose e il centro del Creato.

Un ritratto genetico degli italiani

Il nostro Paese è stato e continua a essere un crocevia di spostamenti e migrazioni che ha favorito il contatto tra i popoli. E questo, a sua volta, ha plasmato il nostro patrimonio genetico: ma allora, chi sono davvero gli italiani? Il più grande studio di genetica della popolazione italiana, recentemente pubblicato su Science Advances, ne analizza in maniera sistematica la distribuzione della variazione genetica, rivelandone l'incredibile eterogeneità. La ricerca ha anche messo in luce la presenza di un contributo genetico mai evidenziato prima, frutto di un processo di espansione delle popolazioni dal Caucaso all'Italia circa 4.000 anni fa, e il maggior contributo di DNA neandertaliano nel nord della penisola. Questo viaggio nella storia dei nostri geni racconta chi siamo: un cocktail genetico e culturale in continua evoluzione. (Crediti: mappa dell'Europa colorata con il primo fingerprinting genetico introdotto da Alec Jeffreys nel 1984 © Science Museum / SSPL)

Il nostro Paese è stato e continua a essere, un crocevia di spostamenti e migrazioni che ha favorito il contatto tra i popoli. E questo, a sua volta, ha plasmato il nostro patrimonio genetico: ma allora, chi sono davvero gli italiani? Il più grande studio di genetica della popolazione italiana, recentemente pubblicato su Science Advances, ne analizza in maniera sistematica la distribuzione della variazione genetica, rivelandone l'incredibile eterogeneità. La ricerca ha anche messo in luce la presenza di un contributo genetico mai evidenziato prima, frutto di un processo di espansione delle popolazioni dal Caucaso all'Italia circa 4.000 anni fa, e il maggior contributo di DNA neandertaliano nel nord della penisola. Questo viaggio nella storia dei nostri geni racconta chi siamo: un cocktail genetico e culturale in continua evoluzione

La classifica è vera gloria?

Il dibattito su come debba essere valutata la ricerca si incendia quando si invoca il criterio bibliometrico. Nonostante le classifiche in base alle citazioni vengano criticate e messe in discussione, ogni qualvolta viene diffuso un nuovo ranking, parte la caccia ai vincitori. È accaduto anche per l'ultima ricerca pubblicata da John Ioannidis, che ha presentato un algoritmo per liberare le classifiche dalle autocitazioni e restituire una fotografia più aderente alla realtà. Al di là dei nomi dei singoli ricercatori, l'Italia come ne esce?

L’Imperial College dichiara che 

“no longer considers journal-based metrics, such as journal impact factors, in decisions on the hiring and promotion of academic staff."

La Sala delle Asse svelata dal laser

La mostra “Leonardo mai visto” al Castello Sforzesco di Milano consente di apprezzare il restauro, ancora in corso, del secondo capolavoro di pittura murale di Leonardo da Vinci dopo il Cenacolo. Un restauro esemplare, che ha portato inaspettatamente alla luce nuove decorazioni e abbozzi grazie anche all’impiego del laser. Nella foto: “Sotto l’ombra del Moro. La Sala delle Asse” Rendering proiezione multimediale Progetto di Culturanuova s.r.l. - Massimo Chimenti.

La mostra “Leonardo mai visto” al Castello Sforzesco di Milano consente di apprezzare il restauro, ancora in corso, del secondo capolavoro di pittura murale di Leonardo dopo il Cenacolo. Un restauro esemplare, che ha portato inaspettatamente alla luce anche nuove decorazioni e abbozzi grazie anche all’impiego del laser.

Le notizie di scienza della settimana #109

Ma l’hamburger fa male o no? Secondo una serie di studi pubblicati su Annals of Internal Medicine dal gruppo di ricercatori NutriRECS, la carne rossa esporrebbe a un rischio trascurabile di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete e cancro. Quindi via libera, almeno per gli adulti, al consumo di bistecche e hamburger secondo le abitudini americane di tre porzioni alla settimana. La notizia ha fatto il giro del mondo anche perché sembra voler contrastare le linee guida nutrizionali più accreditate, che invece invitano a ridurre il consumo di carne rossa per motivi sia sanitari sia ambientali. Non sono ovviamente mancate le critiche e le reazioni delle più importanti società scientifiche del mondo, dall'American Heart Association al World Cancer Research Fund, fino all'organismo OMS per la studio del cancro, lo IARC di Lione, che nel 2015 aveva classificato la carne rossa lavorata come cancerogena. Chi ha ragione? E quali sono i possibili conflitti d'interesse in gioco? Leggi l’articolo di Scienza in rete per i dettagli

Cronache della ricerca

Ma l’hamburger fa male o no?

Secondo una serie di studi pubblicati su Annals of Internal Medicine dal gruppo di ricercatori NutriRECS, la carne rossa presenterebbero un rischio trascurabile di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete e cancro. Quindi via libera, almeno per gli adulti, al consumo di bistecche e hamburger secondo le abitudini americane di tre porzioni alla settimana. La notizia ha fatto il giro del mondo anche perché sembra voler contrastare le linee guida nutrizionali più accreditate, che invece invitano a ridurre il consumo di carne rossa, per motivi sia sanitari sia ambientali. Non sono ovviamente mancate le critiche e le reazioni delle più importanti società scientifiche del mondo, dall'American Heart Association al World Cancer Research Fund, fino all'organismo OMS per la studio del cancro, lo IARC di Lione, che nel 2015 aveva classificato la carne rossa lavorata come cancerogena. Chi ha ragione? E quali i possibili conflitti d'interesse in gioco? (Nella foto, l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini addenta un hamburger, dal suo profilo Istagram).

Ovviamente i media ci si sono buttati a pesce, per così dire. Secondo una serie di studi pubblicati su Annals of Internal Medicine la carne processata (tipo hamburger) o non processata (tipo bistecca), presenterebbero solo un rischio minimo, se non trascurabile, di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete e cancro. Peraltro, continuano i ricercatori, le prove esaminate sono di qualità molto debole, perché provenienti in gran parte da studi osservazionali e con molti confondenti (tipo le patatine che si mangiano con l’hamburger).