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Pensione a 65 anni: non ci sto

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 In occasione dell'approdo in Senato del ddl sulla riforma dell'Università, il ministro Gelmini dichiara: “La cosa migliore sarebbe abbassare l’eta’ pensionabile a 65 anni, e non escludo che il governo possa presentare un emendamento in tal senso'' Con quale scopo? Liberare posti di docente per i giovani.

Queste dichiarazioni hanno avuto l'effetto di una bomba nell'ambiente universitario, che ha già visto nel giro di tre anni una riduzione di 5 anni dell'età pensionabile.

Ma una riduzione a 65 anni dell'età pensionabile sarebbe in netta controtendenza con il resto d'Europa, dove  l'innalzamento dell'aspettativa di vita ha portato a rivedere al rialzo l'età pensionabile. Per esempio, il 63% degli inglesi è favorevole ad innalzare a 68 anni l'attuale limite di 65, una proposta sostenuta anche dai laburisti.

D'altra parte, il pensionamento obbligatorio è in contrasto con il principio, stabilito dalla UE nel 2000, della non discriminabilità per età, un principio di pari opportunità simile a quello per sesso, razza e religione. Secondo questo principio, l'età avanzata non è criterio sufficente per interrompere un rapporto di lavoro: nel caso dei docenti universitari, non l'età ma l'efficenza didattica e la produttività scientifica dovrebbero essere i criteri.

Questo è quello che succede negli USA, dove un docente può continuare ad insegnare e fare ricerca fino a che è in grado di mantenere gli standards qualitativi dell'università nella quale lavora.

Ma, secondo Sylos Labini e Zapperi (Nature), non ha senso trapiantare in Italia la normativa USA perchè i due paesi utilizzano diversi criteri di progressione di carriera universitaria, meritocratico gli USA, anzianità di ruolo l'Italia. A questo si può obbiettare che l'Italia si appresta a introdurre il criterio meritocratico nella selezione dei docenti.

Così, la proposta di Michele Salvati sul Corriere della Sera, pur fissando a 65 l'età pensionabile, prevede che i docenti attivi nella ricerca possano rimanere oltre i 65 anni. La proposta Salvati è in effetti ciò che da tempo viene attuato in UK, dove il lavoratore può ottenere di rimanere oltre i 65 anni, l'età pensionabile regolamentare. Così nelle università di Cambridge e Oxford i professori ordinari più attivi possono, previa domanda, rimanere in servizio fino a 68 anni. Il sistema universitario inglese, già piuttosto selettivo e meritocratico, può così disporre di un ulteriore meccanismo di selezione.

Ma cosa succederebbe se in Italia si applicasse la proposta Salvati? Le università non virtuose, afflitte da uno sfondamento della quota per stipendi oltre il 90% dell’FFO (fondo statale di finanziamento), utilizzerebbero la norma per risanare il bilancio e finirebbero per mandare in pensione anche i loro docenti migliori.

Ma il fatto è che in Italia l’abbassamento dell’età pensionabile a 65 anni mancherebbe comunque il suo target, che è quello di liberare posti per i giovani. Infatti, stante la legge Tremonti, il sacrificio dei docenti ultra65enni sarebbe compensato solo in minima parte da nuovi posti di professore. Risultato: una perdita secca di posti di docente, una drastica riduzione dell’offerta formativa e, per le università non virtuose, un crollo del livello qualitativo. Insomma, una specie di suicidio di massa, a carico, sopratutto, delle università del Sud.

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