Covid-19/

Laura Scillitani

Si occupa di conservazione e gestione di grandi mammiferi da più di quindici anni. Si è laureata nel 2006 in Scienze Biologiche presso l’Università degli Studi di Bologna e nel 2011 ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze Animali presso l’Università di Padova. Ha collaborato a progetti sull’ecologia dei grandi mammiferi in Svezia, Svizzera e Francia e collaborato con diverse aree protette italiane, regionali e nazionali. Al momento è collaboratrice esterna del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e sta frequentando il Master “La Scienza nella Pratica Giornalistica”, presso “La Sapienza” Università di Roma, fermamente convinta dell’importanza della comunicazione e divulgazione scientifica.

Una specie di covid delle api

Una malattia virale che provoca nelle api un forte tremore, incapacità di volare e morte certa in una settimana si sta diffondendo con una crescita esponenziale nel Regno Unito. A rivelarlo uno studio appena pubblicato su Nature Communications.
Crediti immagine: dife88/Pixabay

Una volta contratto il virus non resta molto da vivere, una settimana al massimo, poi la malattia si diffonde pian piano attraverso i contatti, mietendo centinaia, migliaia di vittime. Si tratta di un virus a RNA, il virus della paralisi cronica delle api (chronic bee paralysis virus, CBPV) che provoca gravi morie negli sciami di questi insetti.

Reinventare la tradizione per ospitare la biodiversità

Un articolo da poco pubblicato su Nature dimostra che le aree a coltivazione estensiva e differenziata ospitano un numero di specie di uccelli paragonabile agli ambienti forestali. Al contrario, nelle monocolture intensive si ha un dimezzamento della ricchezza specifica. Per un futuro sostenibile la scienza ci consiglia di recuperare elementi dell’agricoltura tradizionale.
Crediti immagine: Enrico Pighetti. Castelluccio, fioritura 2018

Il riscaldamento globale e la pandemia di COVID-19 ci indicano che l’attuale sovrasfruttamento delle risorse naturali non solo depaupera la natura, ma è un’arma a doppio taglio che ci si rivolta contro. Le conseguenze sono ormai note: siamo di fronte a quella che viene definita la sesta estinzione di massa, con numerose specie animali in costante declino numerico, fino all’estinzione.

Quando gli animali selvatici entrano in città

Sui social e nei media impazzano le notizie di animali selvatici in città, che conferiscono un sapore ancora più surreale e fantascientifico alla attuale situazione di pandemia. Ma perché gli animali entrano nelle città? Sono una novità portata dal COVID o semplicemente ce ne accorgiamo di più?
Crediti immagine: Pikrepo. Licenza: CC0

Caprioli che guardano le vetrine del centro in un paese della pianura piemontese, un tasso che corre per le strade a Firenze, lupi solitari sui marciapiedi…e persino una giovane aquila reale sui cieli di Milano! E non solo: leoni che prendono il sole sonnacchiosi sull’asfalto in Sudafrica, canguri che saltellano per le strade di Adelaide, scimmie che invadono viali in Tailandia, branchi di bufali sulle superstrade di Nuova Dehli. L’elenco potrebbe andare avanti ancora molto a lungo. Sui social impazzano le condivisioni di foto e video, con il tag #naturerevives, la natura rivive.

In difesa dei pipistrelli

La pandemia da Covid-19 ha portato a una crescente ostilità verso i chirotteri, tanto che in alcune regioni sono stati bruciati in massa. Ma è solo il picco estremo di una persecuzione nella quale i pipistrelli sono demonizzati e, in tempi più recenti, i soggetti una disinformazione allarmistica da parte dei media. Se parte della responsabilità sta nella presentazione dei risultati nelle riviste scientifiche, bisogna anche dire che  questi animali non sembrano essere granché carismatici - nulla a che vedere con le emozioni positive suscitate, ad esempio, dall'immagine di un cuccioli di foca. Eppure, tra i chirotteri vi sono diverse specie chiave per gli ecosistemi; molte sono minacciate dall'estizione; altre, predando gli insetti, consentono di ridurre l'uso di pesticidi; altre ancora sono buoni indicatori della qualità dell'ambiente urbano. I vantaggi a tutelarli sono numerosi, a volerla vedere in termini utilitaristici, e invece di considerarli capri espiatori dovremmo concentrarci sulla corretta gestione dell'ambiente e della fauna selvatica.

Nell'immagine: un Plecotus auritus o orecchione bruno. Crediti: Leonardo Ancillotto

Fine marzo 2020. A Culden, piccolo centro abitato nella regione di Cajamarca nel nord del Perù, le fiamme si levano alte, appiccate dai contadini. A bruciare non sono sterpaglie, ma centinaia di pipistrelli. Il motivo? La paura di essere infettati da COVID-19, che da poco ha iniziato a contare i primi ammalati peruviani.

Quando l’untore è Homo sapiens

Si chiamano antropozoonosi o zoonosi inverse quei meccanismi nei quali è la nostra specie a fare da reservoir per un patogeno che si trasmette alla fauna selvatica. E purtroppo gli esempi non mancano, soprattutto per quanto riguarda le antropozoonosi che coinvolgono le scimmie antropomorfe. Una lettera recentemente pubblicata su Nature avverte che anche SARS-CoV-2 potrebbe rappresentare una minaccia per scimpanzè, bonobo, alcune specie di gorilla e oranghi, tanto che alcuni parchi nazionali africani hanno interrotto le attività turistiche o adottato specifiche restrizioni

SARS-CoV-2, il coronavirus responsabile dell’attuale pandemia, potrebbe rappresentare una grave minaccia per i nostri più prossimi “parenti”: le scimmie antropomorfe.

Aids, Hendra, Nipah, Ebola, Lyme, Sars, Mers, Covid…

Deforestazione e cambiamenti climatici stanno trasformando profondamente gli ecosistemi e creano un'interfaccia innaturale tra essere umano e animali. Ma la salute dell'ambiente è legata a doppio filo a quella della nostra specie. Laura Scillitani ripercorre i meccanismi per i quali la pressione antropica - e i cambiamenti climatici - favoriscono l'insorgenza di alcune malattie e altera le dinamiche della trasmissione di patogeni

“Quando l’epidemia sarà finita torneremo alla vita di prima”, ci ripetiamo come un mantra in questi giorni di reclusione forzata in casa, mentre osserviamo la primavera avanzare oltre le nostre finestre. In realtà, se volessimo trarre un beneficio dalle avversità, dovremmo inquadrare ciò che è accaduto in una cornice più ampia. Covid-19 è l’ennesima dimostrazione di quanto la nostra sopravvivenza sia strettamente legata alla tutela della natura e alla integrità della biosfera.

Invasione di locuste nel Corno d’Africa: parola d’ordine prevenire

L'invasione di locuste in alcuni Paesi africani sta già facendo enormi danni, e si stima abbia messo milioni di persone in condizioni di grave insicurezza alimentare. Ma da cosa dipende questo fenomeno? E soprattutto, si poteva prevenire?
Nell'immagine: una locusta Schistocerca gregaria, la specie responsabile dell'attuale invasione. Crediti: Amanda44/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 3.0

Il cielo è scuro nel Corno d’Africa, tanto scuro da non poter più vedere il sole. Non si tratta di nuvole o di fumo, ma di milioni di insetti che si spostano in sciami devastando le coltivazioni. In questi mesi si sta infatti verificando un’invasione di locuste, la peggiore delle ultime decadi secondo la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura).

La migliore medicina per Covid-19 è la biodiversità

L'epidemia di SARS-CoV-2 ha riacceso l'attenzione sul mercato della fauna selvatica. Dimensioni difficili da quantificare, soprattutto in considerazione del commercio illegale, ma effetti ben noti: danni alla biodiversità, autoctona e non, minacce alla conservazione delle specie e potenziale trasmissione di patogeni, sia in modo diretto sia in modo indiretto.
Crediti immagine: Illustrations of Indian Zoology - volume 2, 1833 circa. Wikimedia.

All’inizio si pensava fosse colpa dei serpenti. Poi sono stati condannati i pipistrelli, come reservoir. Ora gli ospiti intermedi parrebbero essere i pangolini. Quello che sembra essere certo è che il nuovo coronavirus, SARS-CoV-2, si sia originato a Wuhan in un mercato alimentare in cui si vendevano animali selvatici vivi e le loro carni. Il coronavirus della SARS che nel 2003 allarmò il mondo e causò circa 800 decessi si diffuse allo stesso modo a partire da un mercato, a Foshan, nel sud-est della Cina.

Undicesimo comandamento: proteggi le migrazioni

Viaggi intercontinentali o più brevi, migrazioni parziali o obbligate sono raccontate in "Senza confini. Le straordinarie storie degli animali migratori", di Francesca Buoninconti, vincitore del Premio Biblioteche di Roma per la saggistica. Ma tutti i migratori, dal piccolo culbianco alla grande balena franca, devono fronteggiare i disturbi posti dalla nostra specie e i cambiamenti climatici. La recensione di Laura Scillitani
Nell'immagine: riscaldamento globale e attività antropiche stanno mettendo a dura prova le renne norvegesi, le cui migrazioni stagionali si sono pesantemente ridotte. Crediti: Arne Nyaas/Pixabay. Licenza: Pixabay License

Ci sono animali che fermi in un posto per tutta la vita non possono proprio restare: sono i migratori. Anno dopo anno si spostano nell’aria, per terra, per acque, sopportando la fatica, affrontando condizioni climatiche avverse, spesso ignorando la fame. La loro esistenza è il viaggio stesso.

Sulle Pontine sconfitti i ratti, tornano le berte

Grazie al progetto Life PonDerat, sull'isola di Ventotene tornano a involarsi i pulcini di berta maggiore, a lungo minacciati dalla presenza del il ratto nero, una delle specie più invasive al mondo, che ne preda uova e nidiacei. Un successo per la conservazione e un primato positivo tutto italiano; ora la sfida è impedire ai ratti di tornare sull'isola.
Nell'immagine: un pulcino di berta sull'isola di Palmarola. Crediti: Camilla Gotti, Life PonDerat

Una piccola buona notizia per la conservazione arriva dall’Italia, precisamente dalle isole Pontine. A Ventotene, grazie agli interventi realizzati nel progetto Life PonDerat, i pulcini di berta possono nuovamente spiccare il loro primo volo dalle coste di questa isola. Il progetto ha infatti eradicato il ratto nero, che comprometteva la sopravvivenza dei nidiacei.

Se 30.000 specie vi sembran poche

rallo di Guam

La IUCN ha annunciato l'ultimo aggiornamento delle liste rosse, che comprende la valutazione dello stato di conservazione di 112.432 specie; di queste, il 27% è considerato a rischio di estinzione. Le attività antropiche e l'effetto dei cambiamenti climatici pesano su specie animali e vegetali, in mare e in terra, spesso con ripercussioni a catena su tutto il loro ecosistema. Ci sono però anche dieci storie di successo, nelle quali è stato possibile invertire una tendenza negativa: sono le storie che dimostrano, per dirla con le parole di Grethel Aguilar, direttrice generale della IUCN, “che la natura può ristabilirsi, se le si dà almeno una mezza possibilità di farlo”.
Nell'immagine: un rallo di Guam, una delle specie per le quali si sono registrati segnali di ripresa. Crediti: Jean/Flickr. Licenza: CC BY 2.0

Sono ben 30.178 le specie di animali e piante che potrebbero scomparire nel breve termine. Rischiano l’estinzione il 41% degli anfibi, il 25% dei mammiferi e il 13% degli uccelli valutati. Ma anche il 34% delle specie di conifere e il 33% dei coralli che formano le barriere coralline. Sono questi i numeri ufficiali comunicati dall’unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN).