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In difesa dei pipistrelli

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La pandemia da Covid-19 ha portato a una crescente ostilità verso i chirotteri, tanto che in alcune regioni sono stati bruciati in massa. Ma è solo il picco estremo di una persecuzione nella quale i pipistrelli sono demonizzati e, in tempi più recenti, i soggetti una disinformazione allarmistica da parte dei media. Se parte della responsabilità sta nella presentazione dei risultati nelle riviste scientifiche, bisogna anche dire che  questi animali non sembrano essere granché carismatici - nulla a che vedere con le emozioni positive suscitate, ad esempio, dall'immagine di un cuccioli di foca. Eppure, tra i chirotteri vi sono diverse specie chiave per gli ecosistemi; molte sono minacciate dall'estizione; altre, predando gli insetti, consentono di ridurre l'uso di pesticidi; altre ancora sono buoni indicatori della qualità dell'ambiente urbano. I vantaggi a tutelarli sono numerosi, a volerla vedere in termini utilitaristici, e invece di considerarli capri espiatori dovremmo concentrarci sulla corretta gestione dell'ambiente e della fauna selvatica.

Nell'immagine: un Plecotus auritus o orecchione bruno. Crediti: Leonardo Ancillotto

Fine marzo 2020. A Culden, piccolo centro abitato nella regione di Cajamarca nel nord del Perù, le fiamme si levano alte, appiccate dai contadini. A bruciare non sono sterpaglie, ma centinaia di pipistrelli. Il motivo? La paura di essere infettati da COVID-19, che da poco ha iniziato a contare i primi ammalati peruviani. Un gesto condannato da Serfor, il servizio nazionale forestale e della fauna silvestre, che è intervenuto confiscando centinaia di pipistrelli catturati e condannati al rogo, per metterli al riparo. Meno fortunati sono stati i pipistrelli frugivori di Surakarta, in Indonesia: catturati con l’intento di essere venduti e macellati nei wet market, sono finiti tra le fiamme, stipati dentro gabbie di ferro e arsi vivi.

Su Science lo zoologo Huabin Zhao, professore all’università di Wuhan, ha pubblicato una lettera in cui esprime profonda preoccupazione per la crescente ostilità contro i chirotteri in Cina. Una caccia alle streghe il cui esito può essere devastante per la conservazione di questi importanti mammiferi, che rappresentano specie chiave per l’integrità degli ecosistemi, e che devono fare i conti con numerose minacce alla loro sopravvivenza.

Un problema di inquadratura

Non è certo la prima volta che i chirotteri vengono demonizzati e ingiustamente perseguitati. La convivenza con l’uomo è sempre stata molto burrascosa. Descritti come ripugnanti e spaventose creature della notte, hanno popolato le fantasie dei racconti horror da Dracula in poi. In tempi più moderni, sono diventati un soggetto perfetto per una disinformazione allarmistica dei media. In un articolo del 2017, che ora suona incredibilmente attuale, Merlin Tuttle, un ecologo texano che ha dedicato la sua vita ai chirotteri, spiega i suoi timori per il crescente interesse verso i virus portati dai pipistrelli. Quell’estate era infatti stato pubblicato un articolo scientifico sui coronavirus presenti nei chirotteri asiatici, che aveva avuto un grande seguito mediatico. C’era stato un susseguirsi di titoli allarmistici nei quotidiani, come “I pipistrelli sono i numeri uno nel portare le malattie”, sottotitoli minacciavano i lettori con frasi quali “orde di malattie mortali sono in agguato nei pipistrelli, pronti ad assaltare le persone”, le radio parlavano di dei chirotteri come “i più pericolosi animali del pianeta”. Inutile aggiungere che, con la diffusione di SARS-CoV-2, la situazione è peggiorata.

Parte della responsabilità sta nel modo in cui vengono presentati i risultati sulle riviste scientifiche, e che evidenziano il problema di lavorare per comparti stagni nella scienza. In sociologia si parla di framing (da frame, inquadratura): è il modo in cui nei mezzi di comunicazione vengono costruiti i temi, conferendo un valore positivo o negativo ai concetti che si presentano, dando più importanza a un aspetto a discapito di un altro. Si tratta di un processo praticamente inevitabile, e che diventa automatico per i ricercatori quando devono presentare l’importanza delle loro ricerche. In uno studio, pubblicato su Mammal Review, sono stati raccolti e analizzati tutti gli articoli scientifici che contenevano le parole “bat” e “virus”. Nel 62% dei casi la trasmissione del patogeno dai pipistrelli all’uomo è ipotizzata, ma non dimostrata. Il 70% degli studi non riporta la proporzione di pipistrelli infetti. Solo il 4% degli articoli menziona il valore ecosistemico dei chirotteri e il fatto che molte specie sono minacciate. Raramente, e quasi mai nel titolo e nei riassunti (le parti degli articoli con maggior accessibilità e diffusione), è menzionato il fatto che lo spillover fosse conseguenza di contatti forzati e innaturali con i chirotteri, legati a alterazioni degli habitat o alla commercializzazione in mercati che mancano di un protocollo igienico.

Questa decontestualizzazione offre una golosa opportunità per la costruzione di notizie sensazionalistiche, che giocano sulla già scarsa popolarità dei chirotteri. Anche se non è nell’intenzione del virologo che pubblica lo studio, il risultato è una demonizzazione dei pipistrelli. È successo dopo i casi di Hendra, in Australia, in cui le volpi volanti sono state cercate e uccise in massa, è successo negli Stati Uniti per la paura della trasmissione della rabbia. Sta succedendo ora con COVID-19. Oltre al fatto che vengono uccisi in modi crudeli e immorali, che spesso le specie perseguitate non hanno nulla a che vedere con quelle reservoir (pensiamo ai chirotteri bruciati vivi in Perù e calcoliamo mentalmente la distanza dalla Cina), e soprattutto che reservoir non è sinonimo di vettore di malattia, perseguitare i chirotteri va proprio nella direzione inversa a quel che è necessario per ridurre il rischio di spillover. Si altera ancora una volta l’ecosistema, i sopravvissuti sono stressati e costretti alla fuga, si potrebbero creare le condizioni favorevoli per il virus. E non di certo per i poveri chirotteri.

Una questione di bellezza?

In uno studio del 2007, il sociologo Andrew Knight mostrò fotografie di una decina di specie protette a studenti universitari di varie discipline. Scopo dell’indagine era comprendere il ruolo delle emozioni e dell’estetica nella propensione sociale alla tutela. Il coguaro e i cuccioli di foca si classificarono ai primi posti: suscitavano una reazione positiva e un forte supporto per l’adozione di misure di conservazione. Nella lista di animali figurava anche un pipistrello, l’orecchione di Ozark. Si classificò penultimo, con un punteggio di poco migliore rispetto al ragno di Doloff. Entrambe sono sottospecie endemiche e molto rare ma che, come emergeva dal sondaggio, suscitavano paura o ribrezzo, e di conseguenza una minore propensione a investire per la loro tutela.

In biologia della conservazione le specie carismatiche sono definite bandiera, e possono fungere da ambasciatori per sensibilizzare l’opinione pubblica. Esempi classici sono le tartarughe marine, gli orsi polari e gli elefanti. Decisamente non è la categoria a cui appartengono i chirotteri. Ma non possiamo basare il supporto alla conservazione su questioni estetiche. Il rischio è che possano essere gli stessi politici a farlo, tollerando azioni sbagliate che su specie più carismatiche non passerebbero inosservate.

Preziosi alleati

Pochi sanno che i pipistrelli sono fondamentali per gli ecosistemi, perché fungono da impollinatori, o favoriscono la dispersione dei semi. Ancor meno pubblicizzato è il loro ruolo di alleati in agricoltura. Circa il 70% delle specie di chirotteri si nutre di insetti. Una femmina in allattamento può arrivare a consumare in una notte l’equivalente del suo peso corporeo. La varietà di artropodi predati è molto ampia, e include le specie nocive per l’agricoltura. «I pipistrelli diminuiscono la pressione degli insetti sui raccolti. La loro presenza consente di ridurre in modo significativo l’utilizzo di pesticidi», spiega Leonardo Ancillotto, ricercatore presso l’Università Federico II di Napoli e coordinatore del Gruppo italiano ricerca chirotteri (GIRC) dell’Associazione teriologica italiana. «Alcune specie, attirate nelle aree agricole grazie alle bat box, hanno abbassato di circa il 70% la necessità di utilizzare trattamenti parassitari nelle risaie, come dimostrato da studi condotti in Catalogna. Un risparmio importante sia in termini economici che ecologici. Proprio l’anno scorso è partito un progetto europeo con numerosi partner, Climbats, il cui scopo è quantificare il servizio ecosistemico dei pipistrelli in agricoltura e di capire l’impatto dei cambiamenti climatici».

Un vespertilio di Daubenton (Myotis daubentonii). Crediti immagine: Leonardo Ancillotto

Un articolo pubblicato su Science nel 2011 stima che il valore economico dei pipistrelli in agricoltura negli Stati Uniti ammonti a almeno 3,7 miliardi di dollari l’anno. Non tutti i tipi di gestione agricola favoriscono i pipistrelli. «Alcune specie cacciano anche in ambienti aperti, però mantenendosi sempre a qualche centinaia di metri di da zone di riparo, boschi o filari, per cui i terreni sfruttati per l’agricoltura intensiva, che mancano di questi elementi lineari, non sono idonei per i pipistrelli», spiega Martina Spada, biologa e vicecoordinatrice del GIRC. Inoltre, gli anticrittogamici sono un problema sanitario: «I pipistrelli sono animali longevi e al vertice della catena alimentare, tendono quindi col tempo ad accumulare nei loro tessuti le sostanze nocive contenute nei pesticidi, come i metalli pesanti,- continua Spada- che possono causare problemi di varia entità: da un’alterazione della riproduzione fino all’avvelenamento».

Mille minacce

L’ordine Chiroptera è secondo solo ai roditori in termini di ricchezza specifica: sono note circa 1390 specie, diffuse in ambienti disparatissimi. Ma l’elevata diversità non deve trarre in inganno: circa un terzo delle specie è minacciato o vulnerabile, almeno 24 rischiano l’estinzione imminente. Di molte specie (circa il 20%), non si hanno dati sufficienti per stabilire quale sia lo stato di conservazione. Le minacce sono tante: la perdita e la frammentazione degli habitat, il disturbo antropico, il commercio, il bushmeat, la persecuzione diretta e le malattie emergenti, come la white-nose syndrome, causata da un fungo che attacca i pipistrelli causandone la morte, e che si sta diffondendo in Nord America. Persino l’energia pulita delle pale eoliche rappresenta un rischio per questi animali, uccisi per un collasso polmonare dovuto ai cambiamenti di pressione causati dal movimento delle pale.

In Italia vivono 35 specie di chirotteri, il 70% delle quali è minacciato di estinzione e tutelato da norme italiane ed europee. «Le specie legate ad ambienti forestali sono quelle più minacciate, perché per sopravvivere hanno bisogno di foreste ben strutturate, dove possono trovare alberi molto maturi o legno morto in piedi», spiega Martina Spada. «L’urbanizzazione è una delle pressioni principali di trasformazione del suolo e perdita di habitat per i selvatici. Nelle zone urbane ci sono i pipistrelli, ma se ragioniamo in termini di ricchezza specifica vediamo che le aree urbane agiscono come un filtro», chiarisce Leonardo Ancillotto. «Solo poche specie riescono a penetrare nel tessuto urbano e viverci con successo. Sono le specie che per la loro morfologia sono adatte a volare in ambienti aperti, hanno ali strette e lunghe. La maggior parte delle specie di chirotteri invece sparisce, o riesce a vivere nei contesti urbani solo se questi sono all’interfaccia con ambienti naturali. Grandi aree verdi, con specchi d’acqua e una predominanza di piante arboree facilitano la presenza di pipistrelli».

Quindi i chirotteri sono un buon indicatore della qualità dell’ambiente cittadino. «La maggior parte delle specie patisce l’illuminazione artificiale. Si pensa che la notturnalità dei chirotteri sia un adattamento evolutivo antipredatorio. Ci sono poche eccezioni, due o tre specie in Europa si sono adattate a predare gli insetti vicino ai lampioni». Ovviamente la città è ricca di insidie, come i gatti, randagi, ma anche domestici, e poi i corvidi e i gabbiani, che, agevolati dall’illuminazione artificiale, si sono localmente specializzati per predare i pipistrelli in città.

Conoscere per rispettare

L’interesse dell’opinione pubblica verso la fauna è mediato da un insieme di fattori spesso indistricabili, tra cui le credenze, le attitudini, le norme sociali, le emozioni, la conoscenza. «Mi è capitato più di una volta di incontrare delle persone mentre stavamo facendo operazioni di cattura oppure durante il recupero degli animali. Quelli che dicono che schifo cambiano idea quando glieli fai vedere da vicino. Quando le persone li conoscono cambiano molto l’atteggiamento», racconta Martina Spada.

In Italia un cambiamento significativo per la tutela dei pipistrelli fu nel 2006 l’avvio della campagna “Un pipistrello per amico”, lanciata da Paolo Agnelli del Museo di Storia Naturale di Firenze. Con la collaborazione di Coop, vennero fabbricate e vendute al costo di produzione le bat-box, casette di legno adatte ad ospitare i pipistrelli, al cui interno c’era un opuscolo informativo dettagliato. Furono realizzate molte campagne di comunicazione, anche dei fumetti in collaborazione con i disegnatori Disney. «Questo progetto ha fatto breccia nelle persone e ha cambiato l’atteggiamento verso i pipistrelli», continua Spada.

Racconta Ancillotto: «Riceviamo molte chiamate di gente che trova animali in difficoltà, e ci chiede come aiutarli oppure ci contattano per avere informazioni sulle bat-box, su come posizionarle, e su come attirare i pipistrelli. Anche perché le specie piccole, come quelle che vivono in città, basano parte della loro dieta sui ditteri, tra cui le zanzare. E poi anche le specie urbane cacciano nelle aree agricole, come gli orti urbani».

Nel tempo sono nate anche delle collaborazioni. Dice Martina Spada: «In Lombardia c’è il progetto Speleochiro: attraverso un form sul sito gli speleologi possono segnalare le specie avvistate in grotte o miniere. Nel caso di segnalazioni particolari andiamo insieme per verificare e raccogliere dati. È una collaborazione importante che permette di ampliare il monitoraggio a molte grotte. A livello nazionale, nel 2018 è stata firmata una convenzione tra la Società speleologica italiana e il GIRC». 

Anche con gli architetti ci sono collaborazioni, e richieste di corsi di formazione, molto importanti visto che i chirotteri possono scegliere come rifugi estivi anche palazzi antichi o abbandonati, sottotetti delle chiese, ma anche soffitte e cantine. I chirotterologi spiegano che non c’è niente da temere in questi casi. I pipistrelli sono in genere molto discreti, magari potremmo capire che hanno un rifugio nei pressi di casa perché troviamo le feci. Ma anche questo ha un risvolto positivo, in realtà. «Sono secche e friabili perché contengono gli esoscheletri di insetto. Una volta raccolte possono essere usate come fertilizzante. Negli Stati uniti lo vendono anche, si chiama bat guano», spiega Spada.

Insomma, sono davvero tanti i vantaggi di tutelare i pipistrelli, se vogliamo vederla in chiave utilitaristica. Per quanto riguarda la paura delle malattie, occorre ricordare che i chirotteri sono animali estremamente elusivi, che evitano il contatto con l’uomo. Ovviamente, è buona prassi, come per qualsiasi altro animale selvatico, non toccarli mai senza guanti, nel caso li trovassimo feriti o a terra, e rivolgersi sempre a persone esperte (qui l’elenco). Lo spillover è un evento molto raro, è un lungo e complesso meccanismo, che ha bisogno di determinate condizioni per verificarsi. Inoltre, è il virus mutato quello che trasmette la malattia. Nel caso dell’attuale pandemia, SARS-CoV-2 si trasmette tra persone, non da animali a persone.

Se è verosimile che alcuni virus possano aver compiuto mutazioni a partire da quelli che vivono nei pipistrelli, è vero che lo spillover può essere evitato con una gestione attenta del territorio: tutelare l’integrità degli ecosistemi, contrastare bushmeat e wildlife trade, regolamentare i mercati in cui sono mescolati insieme animali diversi senza alcuna quarantena né attenzione al benessere animale e umano. Invece che cercare capri espiatori nei pipistrelli dovremmo iniziare a pensare a cosa cambiare nel sistema produttivo per evitare che virus e altre catastrofi diventino sempre più ricorrenti.

 

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