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Il successo di Paolini

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1,5 milioni di telespettatori in media, per uno share del 5,73%, a cui si aggiungono 3000 contatti per la diretta web. Stando ai dati auditel diffusi ieri, “Itis Galileo” di Marco Paolini andato in onda il 25 aprile su La7 ha raggiunto il suo picco di ascoltatori con l’8,06 di share. Sono i numeri che sigillano il successo televisivo dello spettacolo trasmesso in diretta dai Laboratori sotterranei dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare del Gran Sasso, diventato una delle pagine televisive più seguite degli ultimi anni.

Già in passato, Marco Paolini è riuscito ad avvicinare il grande pubblico con il format del teatro-documentario, replicando il successo dal vivo registrato a teatro attraverso il filtro dello schermo televisivo. Era successo con Vajont, Sergente – tratto dal romanzo di Rigoni Stern – e, più recentemente, con Ausmerzen. Si trattava in quei casi di temi con un impatto sull’immaginario popolare potenzialmente molto forte – la vicenda del Vajont appartiene, ad esempio, alla memoria storica comune degli ultimi anni del nostro Paese. Tuttavia combinare teatro, scienza, monologo e tempi non proprio televisivi – lo spettacolo è durato per 3 ore e mezza, con dibattito prima e dopo – è stata una sfida entusiasmante per la comunità scientifica, già in confidenza con il Sidereus Nuncius, ma non scontata per il piccolo schermo. Paolini ha ammaliato il pubblico – il triplo del pubblico dello standard da prima serata, per la precisione – anche con il  Galileo di Brecht, ben oltre la ‘nicchia’ della comunità scientifica, si direbbe.

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Itis Galileo

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Prevedere la data e il luogo esatti in cui si verificherà un terremoto è impossibile. Tuttavia, si possono formulare delle previsioni probabilistiche nel breve termine, sfruttando il fatto che i terremoti tendono a concentrarsi nel tempo e nello spazio. Da una decina di anni alcuni paesi del mondo hanno lavorato a queste previsioni, cercando di formularle in modo che fossero utili per le autorità di protezione civile e di gestione delle emergenze. Tra questi paesi c’è l’Italia, che ha cominciato a lavorarci sul serio dopo il terremoto avvenuto a L’Aquila il 6 aprile del 2009. Ma come si fa a capire quando un modello produce buone previsioni? La domanda è tutt’altro che semplice. Provano a rispondere due sismologi e due statistici in uno studio pubblicato su Seismological Research Letters.

Immagine rielaborata da https://doi.org/10.1029/2023RG000823. (CC BY 4.0)

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