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Quegli sporchi biocarburanti

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Non c'è dubbio che l'impiego di carburanti di origine vegetale faccia diminuire la richiesta dei prodotti petroliferi, ma c'è il rischio concreto che questo vantaggio possa trasformarsi in un pesante costo ambientale.

Ne sanno qualcosa gli abitanti delle regioni che si affacciano sul Golfo del Messico. Dal 1971 è nota l'esistenza nel Golfo di una "zona morta", così chiamata perchè l'estrema povertà di ossigeno di quelle acque impedisce di fatto ogni forma di vita. Attualmente si estende per quasi 15 mila chilometri quadrati e recenti ricerche effettuate dal team di Michael Griffin (Carnegie Mellon University - Pittsburgh) indicano come alla sua origine contribuiscano in maniera determinante le coltivazioni intensive destinate ai biocarburanti.

Sotto accusa i fertilizzanti che, trasportati nelle acque del Golfo, innescano una incredibile proliferazione primaverile ed estiva di alghe. Queste vengono poi divorate dai batteri, ma tale banchetto si traduce in un drastico impoverimento dell'ossigeno dissolto nell'acqua. Il risultato finale è che a farne le spese sono pesci, gamberetti, granchi e altri esseri viventi marini.

Il governo statunitense sta cercando di correre ai ripari (suggerendo per esempio di privilegiare particolari coltivazioni) per ridurre la zona morta a un terzo della sua estensione attuale, ma - stando alle proiezioni di Griffin - tali sforzi potrebbero servire a ben poco richiedendo dunque soluzioni più radicali.

Fonti: ScienceNOW

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