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Università e società: qualche cifra

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Economia

L’università è, finalmente, al centro di un dibattito pubblico sempre più esteso. Se ne parla sui media. Intervengono nella discussione politici, sociologi, economisti.

Se ne parla in termini quantitativi. E ci si chiede: gli atenei sono troppi o troppo pochi? I giovani laureati sono troppi o troppo pochi? E lo stato investe troppo o troppo poco nell’università?

Se ne parla anche in termini qualitativi. Ci si chiede: le università italiane hanno tutte la medesima qualità? La qualità delle università italiane è migliore o peggiore rispetto alle straniere? E come si fa a valutare la qualità? Le risorse pubbliche, infine, devono essere distribuite sulla base della qualità?

Si tratta di domande complesse. Le risposte possono essere anche diverse: molto dipende dall’idea di università che ciascuno di noi ha. Tuttavia è bene partire da alcuni dati consolidati. Un aiuto ci viene fornito dagli esperti dell’OECD, che periodicamente redigono un rapporto sui sistemi educativi dei paesi membri. L’ultimo è Education at a Glance 2010. Da questo documento abbiamo estratto e manipolato alcuni tra i dati più significativi (i dati si riferiscono all’anno 2008, salvo diversa indicazione), che ci consentono di proporre alcune affermazioni se non certe, certo consolidate.

1. Laurearsi conviene alle persone

Siamo nell’economia della conoscenza, sostengono i  redattori del rapporto OECD. E investire nella propria eduzione conviene. Un lavoratore maschio che ha un livello di studio superiore a quello della scuola obbligatoria guadagna molto di più nel corso della sua vita di un lavoratore con il titolo di studio che non va oltre la scuola dell’obbligo. In media nei paesi OECD guadagna 335.000 dollari in più. In Italia, Portogallo e Regno Unito il guadagno è addirittura superiore: 500.000 dollari.

2. Laurearsi conviene allo stato

La laurea conviene allo stato. Perché, in media, nei paesi OECD un laureato porta allo stato nell’arco della sua vita 119.000 dollari in più (al netto della spesa statale per farlo laureare) di un lavoratore che ha solo il titolo della scuola dell’obbligo. Gli stati che investono in alta educazione, dunque, ci guadagnano.

3. In Italia i laureati sono meno che in altri paesi

La percentuale di laureati nel nostro paese nella fascia di età compresa tra 25 e 64 anni è pari al 14%. La media dei paesi OECD è del 28%. La media dei paesi dell’Unione Europa a 19 è del 27%. In Corea del Sud è del 37%, negli Usa del 41% in Giappone del 43%. Tutti i grandi paesi europei hanno una media più alta.

Grafico 1 | Percentuale di laureati sulla popolazione totale (25-64 anni)

4. In Italia i giovani laureati sono meno che in altri paesi.

La percentuale di laureati nel nostro paese nella fascia di età compresa tra 25 e 34 anni è pari al 20%. La media dei paesi OECD è del 35%. La media dei paesi dell’Unione Europa a 19 è del 34%. Negli Usa del 42%, in Giappone del 45%, in Corea del Sud è del 58%. Tutti i grandi paesi europei hanno una media più alta.

Grafico 2 | Percentuale di laureati sulla popolazione totale (25-34 anni)

5. Il numero di disoccupati tra i laureati italiani è minore che tra altri gruppi con titolo di studio inferiore.

I disoccupati tra i laureati italiani risultavano, nel 2008, pari al 4,3% del totale. La disoccupazione tra i diplomati è superiore: 4,6%. È decisamente superiore tra coloro che hanno un titolo di studio inferiore: 7,4%.

L’andamento è analogo in ogni paese e da molti anni.

Se ne può dedurre che la laurea consente un più facile accesso nel mondo del lavoro. Anche in Italia.

Grafico 3 | Disoccupati per titolo di studio

Anche in periodo di crisi i giovani occupati a un anno dalla laurea sono stati pari al 75% in area OECD. Lo stesso valore che nel 2003. La crisi scoppiata nel 2007 non ha dunque eroso la capacità d’impiego dei luareati.

4. La spesa per studente universitario in Italia è inferiore a quella di altri paesi.

La spesa per studente universitario (al netto degli investimenti in ricerca) è in Italia pari a 5.447 dollari/anno. La media dei paesi OECD è di 8.970. La media dei paesi dell’Unione Europa a 19 è di 8.013. Negli Usa è di 24.230. Tutti i grandi paesi europei fanno registrare una spesa più alta.

Grafico 4 | Spesa per studenti (in dollari)

5. La spesa per l’università è inferiore a quella degli altri paesi

La spesa per l’università rispetto al Pil è in Italia pari allo 0,9%. La media dei paesi OECD è dell’1,5%. La media dei paesi dell’Unione Europa a 19 è dell’1,3%. In Giappone è dell’1,5%; in Corea del Sud del 2,4%, negli USA del 3,1%. Tutti i grandi paesi europei fanno registrare una spesa più alta. 

Grafico 5a | Spesa per l'università (in % sul PIL)

Analogo l’andamento se si considera la spesa al netto degli investimenti in ricerca effettuati nelle università. In questo caso la spesa italiana è pari allo 0,52%. La media dei paesi OECD è dell’1,07%. In Corea del Sud è del 2,15%; negli USA del 2,84%. Tutti i grandi paesi europei fanno registrare una spesa più alta.

Grafico 5b | Spesa per l'università senza R&S (in % sul PIL)

6. Lo Stato italiano investe meno di altri nell’università

La spesa per l’università dello stato italiano rispetto al totale della spesa pubblica è pari all’1,6%. La media dei paesi OECD è del 3,1%. La media dei paesi dell’Unione Europa a 19 è del 2,9%. In Giappone è dell’1,7%; in Corea del Sud del 2,1%, negli USA del 3,3%. Tutti i grandi paesi europei fanno registrare una spesa più alta.

Grafico 6 | Spesa pubblica per l'università sul totale della spesa pubblica (in %)

‹La vera riforma per il Gruppo 2003 su Il consiglio dell'ANVUR: buon inizio ma tanta strada da fare ›
28 aprile, 2011 da Pietro Greco


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#1 dati corretti, conclusioni errate

ritratto di agilli
6 maggio, 2011 - 14:57 da agilli (non verificato)

Mi soffermo su un solo dato. Si dice che laurearsi conviene, in quanto la disoccupazione tra i laurati è più bassa che tra i laureati.
1) La differenza è minima (4.3 contro 4.6%).
2) L'affermazione non considera quanto succederebbe se i lauraeti aumentassero? La loro disoccupazione diminuirebbe? Non ne sono sicuro. Ciò dipende dalla capacità di assorbimento di laureati da parte dell'economia italiana.
3) I dati attuali nascondono un dato fondamentale. Attualmente migliaia di laureati lasciano l'italia tutti gli anni per trovare lavoro all'estero. Ciò significa che non trovano lavoro o non ne trovano uno adeguato. Si muovono grazie al mercato comune, la flessibilità del lavoro all'estero, la padronanza di lingue straniere e skills acquisite. Se questa fascia di popolazione fosse inserita nel panorama italiano, la disoccupazione tra i laureati sarebbe più alta.
5) I diplomati, verosimilmente, fanno più fatica a spostarsi in altri Paesi perchè (salvo per chi lavora nel reparto turismo), è più difficile trovare un lavoro all'estero.
6) Quindi i dati ci dicono che tra i laureati che restano in Italia e i diplomati italiani i secondi hanno più possibilità di disoccupazione.
7) Le prospettive di occupazione non dipendono solo da caratteristiche individuali (il titolo di studio) ma anche sistemiche, il mercato del lavoro. In Italia manca un tessuto industriale sviluppato, a forte crescita, che fa ricerca, globalizzato. Se non si incentiva l'arrivo di queste aziende, avremo più laureati ma non più posti di lavoro.
Che piaccia o no, la chiave di tutto si trova nel mercato del lavoro, nella riforma delle infrastrutture, della burocrazia, della tassazione e della giustizia. Pensare che basti la spesa per l'istruzione è un'illusione (se non se ne è coscenti) o disinformazione (se lo si è).
saluti, ag.

  • rispondi

#2 mmm...

ritratto di magnete
6 maggio, 2011 - 23:01 da magnete

All'inizio sono stato d'accordo, poi no, poi sì, po no... poi bho... Intanto mi sono detto: ma più laureati ci sono, più gente va all'estero a lavorare, più possibilità ci sono per i - meno - diplomati che rimangono. Quindi comunque gli occupati italiani - in Italia e nel mondo (che differenza fa?) - aumentano. Ma non essendo economista questa mia stessa riflessioni mi lascia perplesso... col dubbio che sia una cavolata. Però mi piace pensare che una popolazione più istruita, più consapevole sia più propensa alle riforme e persino ne produca di migliori... Inoltre credo che in generale persone più istruite cambierebbero anche le aziende in cui lavorano. Insomma certo no, non basta ma forse è il primo passo necessario e, dico io, anche il più economico.

  • rispondi

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