Dallo studio sui matrimoni gay al trapianto di trachea, quando la scienza diventa cattiva

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Nelle scorse settimane la rivista Science ha ritirato un articolo pubblicato a dicembre che illustrava la possibilità di far cambiare idea alle persone contrarie al matrimonio omosessuale.
Lo studio sosteneva che nella maggior parte dei casi una persona contraria al matrimonio gay cambia opinione anche solo dopo avere avuto un confronto di pochi minuti con un’altra persona che cerca di convincerla del contrario. Veniva messo in evidenza inoltre che il soggetto considerato rimaneva a favore del matrimonio gay almeno fino a nove mesi di distanza dal faccia a faccia, e che la nuova opinione finiva con l’influenzare anche a conoscenti e familiari.
A distanza di qualche mese Marcia McNutt, direttore di Science, ha deciso però di ritirare l’articolo, adducendo i seguenti motivi: gli incentivi per la partecipazione delle persone allo studio sono stati riportati in modo errato a differenza di quanto inizialmente dichiarato dall’autore; false dichiarazioni circa la sponsorizzazione finanziaria dei sondaggi ma soprattutto l'incapacità di produrre dati originali, su questo ultimo aspetto i dubbi sono arrivati a gennaio da un team di ricercatori di Stanford, che interessati ai risultati raggiunti dai due autori, Michael LaCour, e Donald Green hanno deciso di replicare l’esperimento. 

Dopo aver fatto partire uno studio pilota che aveva raccolto ben pochi risultati, i ricercatori di Stanford hanno contattato la Qualtrics, la compagnia che si supponeva avesse collaborato allo studio, la quale ha dichiarato “di non avere familiarità con il progetto e di non avere le capacità di realizzare molti aspetti del sondaggio stesso",  come riportato dalla Reuters.
Davanti a queste evidenze Green, che probabilmente aveva affidato al più giovane LaCour la fase sperimentale del lavoro, ha chiesto il ritiro dell’articolo dichiarandosi “profondamente imbarazzato dalla piega che hanno preso gli eventi e in dovere di scusarsi con i lettori della rivista”. 

Il “mago dei trapianti” accusato di cattiva condotta

Ma la vicenda del duo LaCour-Green non è l’unico episodio di “cattiva” condotta scientifica di questi giorni. Sul sito del Karolinska Institute sono stati resi noti i risultati dell’indagini nei confronti di Paolo Macchiarini, medico specializzato nei trapianti di trachea.
Il chirurgo era stato accusato da quattro colleghi del prestigioso istituto di ricerca svedese di aver fornito negli studi, pubblicati su Lancet e Nature, informazioni non corrispondenti alla realtà sulle condizioni di tre pazienti dopo l’intervento.
Un duro colpo per il “mago dei trapianti” come aveva titolato il New York Times nel 2012 quando le ricerche di Macchiarini sembravano aprire la strada a una nuova tipologia di intervento chirurgico.
Il medico aveva inventato una tecnica rivoluzionaria: la “sua” trachea non provocava alcun rigetto perché veniva creata in 10 giorni dalle cellule staminali dello stesso paziente, allevate su un’impalcatura di nanomateriali sintetici. Nel 2014 però il Karolinska ha deciso di far partire un indagine in merito ai tre interventi di trachea effettuati presso il proprio istituto: due pazienti erano morti e uno si trovava in cura intensiva. L’investigatore esterno, Bengt Gerdin della Uppsala University  ha esaminato i paper pubblicati, le cartelle cliniche dei pazienti e uno su test sugli animali della procedura e ha trovato molti problemi che ha ritenuto sufficientemente gravi per affermare che “Paolo Macchiarini ha fabbricato risultati falsi in sei pubblicazioni ed è un pessimo esempio per i giovani ricercatori”.
L’indagine di Gerdin si è concentrata su uno studio di Macchiarini pubblicato su Lancet nel 2011. Secondo la ricerca il paziente a 5 mesi dal trapianto non mostrava nessuna complicazione e il trapianto mostrava i primi segni di crescita dei tessuti. Tuttavia, non esistevano cartelle cliniche del paziente a 5 mesi dall'intervento chirurgico. I dati clinici disponibili nei registri erano solo da agosto, a 11 settimane dopo l'intervento. “Nei paper ci sono dati che non si trovano nei registri medici c’è stato un sistematico travisamento della verità che porta il lettore ad avere un’impressione completamente falsa del successo della tecnica”, scrive Gerdin.
Ma c’è di più: a distanza di qualche mese dall’intervento il paziente è stato ricoverato di nuovo al Karolinska dove è stato necessario un ulteriore intervento chirurgico per preservare le vie aeree. Insomma il trapianto era fallito. Questo “piccolo” particolare è stato omesso da Macchiarini che scrivendo sempre su Lancet non ha menzionato l’accaduto.
Nel frattempo però anche in Italia il caso Macchiarini torna a far discutere, con la decisione di rinvio a giudizio per il chirurgo e i suoi collaboratori, chiamati a rispondere di peculato, abuso d’ufficio e falsi. “La cosa che mi ha colpito di più di questa vicenda – spiega Giuseppe Remuzzi, Direttore del Dipartimento di Medicina e Dipartimento dei Trapianti presso l’Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo – è che tutti, compresi scienziati e politici, si sono fatti impressionare dalla grande idea, dai miracoli di una volta. Un chirurgo così affascina ma bastava intendersi di cellule anche solo un pochino per avere un atteggiamento più prudente. La medicina va avanti per piccoli passi e molto spesso passa per grossi fallimenti.
Tempo fa sul Corriere Fiorentino avevano già analizzato alcuni lavori di Macchiarini ed eravamo giunti alle medesime conclusioni di Gerdin. Un altro aspetto strano della vicenda è che gli stessi co-autori dei paper si sono dissociati da Macchiarini, questo perché?”, si domanda Remuzzi. Ma come possono accadere queste vicende? “Più l’imbroglio è grande è più difficile capirlo, per un referee è difficile trovare, soprattutto quando si parla di ricerca di frontiera, qualcosa che non va in un lavoro. Uno dei problemi, infatti, sta nel fatto che spesso molti esperimenti vengono prodotti in laboratori che utilizzano tecnologie molto all'avanguardia, ed è possibile che nessuno (o pochissimi al mondo) sia in grado di verificare materialmente i risultati di un esperimento. Certo la peer review, continua Remuzzi, è un sistema pessimo ma attualmente non esiste uno migliore”.

Il futuro delle pubblicazioni

Ogni volta che vengono scoperti casi come quello di Macchiarini sono in molti a gridare al collasso del sistema. “La competitività avvelena la vita dei ricercatori e ne inquina i risultati. Troppe polemiche e imbrogli turbano ormai l'Olimpo, un tempo sereno, della scienza”, aveva detto qualche anno fa il premio Leon Lederman.
Un pensiero che viene avvalorato da uno studio del 2011 su Nature dove viene evidenziato un aumento di 10 volte negli avvisi di retrazione durante il decennio precedente. Secondo dati pubblicati su PLoS One, il 14,12% dei ricercatori reputa che i colleghi abbiano falsificato dati (e il numero sale al 72% se si considerano scorrettezze minori), ma solo l’1,8% ammette di aver falsificato dati.
Molto spesso revisori hanno accettato lavori con una certa superficialità proprio in funzione della reputazione degli autori. La fama pregressa degli autori, o un gran numero di paper già pubblicati come garanti, possono anche fare la differenza. Invidie e la grande concorrenza  poi fanno il resto portando così un revisore a decisioni sbagliate. “Forse la soluzione potrebbe essere quella di far firmare le revisioni ma anche in questo sorgerebbero dei problemi”, sottolinea Remuzzi. In molti spingono per nuovi sistemi per verificare meglio cosa viene pubblicato, Nature fra qualche mese, per esempio, darà il via al meccanismo di peer review in doppio ceco.
C’è chi propone di rendere tutte le riviste open access per dare a tutti l’opportunità di verificare velocemente i risultati prodotti ma anche in questo caso vi è un precedente che fa riflettere. Qualche anno fa il giornalista John Bohannon aveva scritto un paper di ricerca palesemente falso, farcito di inesattezze ed errori che un controllo serio avrebbe dovuto individuare immediatamente. Il lavoro descriveva i risultati di una ricerca (mai esistita, naturalmente) in cui si dimostravano gli effetti antitumorali di una molecola estratta da un lichene. Poi lo ha inviato sotto falso nome a più di 300 riviste open access: più di metà hanno accettato l’articolo, giudicandolo adatto alla pubblicazione.
Oggi alcune riviste stanno cominciando anche ad adottare sistemi di peer review trasparenti, in cui i commenti degli esperti che valutano un articolo vengono messi in rete a disposizione di tutti, oppure altri ricercatori possono commentare e criticare la ricerca pubblicata direttamente sul sito della rivista.

In conclusione non sappiano se l’aumento del numero di articoli scientifici ritirati sia dovuto a una maggiore propensione degli scienziati del nostro tempo a comportarsi in maniera poco corretta o, al contrario, sia riconducibile a un netto aumento dell’efficienza nei sistemi di controllo. C’è da sottolineare un aspetto però oggi la scienza più che mai rappresenta un volano per l’economia per cui sui ricercatori si esercitano pressioni enormi, del tutto sconosciute in passato. Ecco perché occorre studiare il problema e sviluppare le misure più opportune per evitare le frodi. Trovare la strada migliore è difficile ma una cosa è certa: solo gli scienziati sono gli unici giudici in grado di capire la distinzione fra “buona” e “cattiva” scienza. Il caso Stamina docet.

DAI VACCINI AI GRAFFITI, TRENT’ANNI DI “CATTIVA” SCIENZA

Vaccini e autismo
E' il 1998  quando la rivista Lancet pubblica una ricerca a firma del medico britannico Andrew Wakefield, lo studio condotto su 12 bambini mette in relazione il vaccino contro morbillo -parotide e rosolia (MPR) e malattie infiammatorie croniche intestinali  che sono a loro volta legate alla sindrome di Kanner, altro nome per indicare l’autismo. Alla conferenza stampa di presentazione del lavoro Wakefield, chiede la sospensione dell’utilizzo del vaccino trivalente, le dichiarazioni del medico inglese non fanno altro che scatenare una campagna mediatica, che in poco tempo si diffonde in tutto il mondo, al centro della quale ci sono le cause farmaceutiche  accusate di nascondere gli effetti collaterali del vaccino trivalente.
Dopo la pubblicazione dell'articolo, i tassi di vaccinazione MMR diminuiscono drasticamente con un aumento dei casi di morbillo che in alcuni casi possono portare anche alla morte. Da quel momento molti studi scientifici verificano le teorie di Wakefield, senza trovarvi fondamento. L’incidenza della sindrome autistica è la stessa tra i bambini vaccinati e quelli non vaccinati. Nel 2003 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara che non ci sono  prove per suggerire che il vaccino trivalente è responsabile dell’autismo. Le perplessità della comunità scientifica trovano conferma nel 2004, quando uno stretto collaboratore di Wakefield  lo accusa di corruzione, le dichiarazione del ricercatore portano alla scoperta che dietro al lavoro su Lancet c’è un gabinetto d’avvocati che aveva pagato Wakefield  per modificare i dati delle proprie ricerche e  fornire prove dell’associazione tra autismo e vaccinazione allo scopo di fare causa alla ditta produttrice del vaccino. Dopo 12 anni dalla pubblicazione la rivista Lancet decide di ritirare il lavoro.
Sempre nel 2010 il The American Journal of Gastroenterology rimuove un articolo basato sui dati del Lancet. Il Royal College of Physicians britannico espelle il medico dall’ordine e il General Medical Council giudica il medico “disonesto e irresponsabile”.

Un po’ di acido e la staminale è fatta
Siamo agli inizi di febbraio del 2014 dall’istituto giapponese Riken arriva una notizia che da molti esperti viene giudicata sorprendente: immergendo globuli bianchi maturi in una soluzione con pH acido questi ringiovanivano. Le cellule sopravvissute al “bagno” perdevano le caratteristiche di globuli bianchi acquisendo i marker delle cellule embrionali. Un approccio rivoluzionario e semplice in grado di far tornare una cellula somatica adulta allo stato di pluripotente. Troppo bello per essere vero? Infatti a distanza di qualche settimana incominciano i dubbi e le domande. Molti laboratori avevano provato a ripetere l’esperimento sviluppato da Haruko Obokata ma con nessun risultato.  
La biologa giapponese aveva chiamato questo tipo di cellule STAP (phenomenon stimulus-triggered acquisition of pluripotency). Facile, insomma. Ma distanza di qualche settimana dalla pubblicazione della ricerca molti gruppi di ricerca hanno incominciato a provare il protocollo descritto dalla ricercatrice giapponese. Tanti esperimenti ma nessun risultato.
In concomitanza poi molti blog specializzati hanno messo in dubbio la validità della metodologia. Alcune delle perplessità erano riconducibili a un paio di foto presenti nel lavoro. In risposta alle polemiche, il Riken ha fatto  partire due indagini sul lavoro. Un primo esame nel mese di marzo ha chiarito che due immagini pubblicate su Nature erano state manipolate. Risultato? Il ritiro dello studio.

Clonazione e cellule staminali umane
Il veterinario sudcoreano Hwang Woo Suk nei primi anni 2000 era in patria una vera e propria star. Fuori dal suo laboratorio venivano sistemate grandi piante di orchidee, dai suoi concittadini gli arrivavano di continuo complimenti e ringraziamenti. Le Poste gli avevano addirittura dedicato un francobollo speciale. Suk e i suoi collaboratori avevano pubblicato su Science un lavoro nel quale sostenevano di aver creato cellule staminali clonate su misura utilizzando cellule di 11 pazienti afflitti da malattie ritenute finora incurabili, come il morbo di Parkinson, il diabete e lesioni del midollo spinale.
Una scoperta degna di Nobel scrivevano in quei giorni i giornali di tutti il mondo ma anche in questo caso a distanza di qualche settimana una commissione d’inchiesta dell’Università di Seul riscontra che i due rapporti pubblicati da Science nel 2004 e 2005 erano frutto di una "completa falsificazione", visto che Hwang non era in possesso della tecnologia per creare cellule staminali umane clonate "su misura", identiche geneticamente a quelle di pazienti afflitti da malattie ritenute finora incurabili. Nel 2009 Hwang Woo Suk, è stato poi condannato per appropriazione indebita e violazione della bioetica in Corea del Sud.

Il genio della truffa: John Darsee
John Roland Darsee, ricercatore presso la Harward School aveva pubblicato interessanti ricerche su farmaci in grado di salvare cani sui quali era stato provocato artificialmente un infarto del miocardio. Peccato che i dati riferiti fossero totalmente inventati. Un gruppo di ricercatori della NIH non convinti del tutto della bontà delle ricerche di Darsee incominciarono ad analizzare i lavori fino ad arrivare ad accertare che le centoventinove fin troppo originali pubblicazioni di Darsee, molte delle quali in collaborazione con altri ignari colleghi, contenevano in media dodici errori per articolo e che, se i coautori fossero stati più attenti a leggere quello che controfirmavano, avrebbero potuto scoprire l' inganno. 

Cancro nei ratti ed erbicidi
Nel 2012, la rivista Food and Chemical Toxicology aveva pubblicato uno studio a firma di Gilles-Eric Séralini dell’Università di Caen. Secondo gli autori della ricerca i topi nutriti per due anni con il mais Ogm NK603 della Monsanto sviluppavano molti più tumori degli animali controllo.
Lo studio di Séralini suggeriva che il consumo di NK603 e/o del diserbante al quale il mais è reso resistente, provocasse l’insorgenza di tumori su animali sottoposti ai test, oltre a problemi epatici e renali. Una ricerca che suscitò subito un grande impatto mediatico. Con l’aumentare della preoccupazione intorno agli Ogm cresceva però anche il fronte di coloro che nutrivano perplessità nei confronti dello studio. Secondo molti esperti infatti, il numero dei ratti coinvolti nella ricerca era troppo piccolo e la loro dieta era stata completamente distorta rispetto a quella naturale. Inoltre, la specie di ratti scelta per l’esperimento (Sprague Dawley) era altamente incline a sviluppare il cancro, soprattutto in età avanzata.
Critiche e dubbi non così infondate dato che portarono al ritiro dello studio. Nel 2014 la ricerca di Séralini è stata di nuovo pubblicata, questa volta sulla rivista Environmental Sciences Europe. E’ stata scelta una rivista open acess così da mettere a disposizione di tutti i risultati dello studio, fanno sapere gli autori. Ci sono anche i dati grezzi. Nel commentary che accompagna lo studio, i ricercatori francesi negano le accuse che li hanno travolti nel corso degli ultimi due anni. A loro parere, si è trattato di un vero e proprio episodio di censura, che non fa altro che minare il valore e la credibilità della scienza riguardo un argomento così delicato e rischioso come il legame tra tecnologia e sicurezza alimentare. La pubblicazione della nuova versione non dà ai critici alcun motivo per cambiare idea anche se i dati sono stati analizzati in maniera differente, spiega Richard Goodman dell’University del Nebraska-Lincoln e redattore del Food and Chemical Toxicology. “Lo studio è stato - e, credo, rimanga – imperfetto”, afferma lo scienziato.

Graffiti e rifiuti in contesti urbani possono innescare cambiamenti nel cervello
Su Science nell’aprile del 2011 lo psicologo olandese Diederik Stapel affermava che l'odio e la discriminazione possono portare il cervello a essere più predisposto nel commettere atti criminali. Ma tutti questi dati sulla discriminazione razziale non sono del tutto veri, è lo stesso Stapel ad ammettere di essersi inventato tutti i dati delle presunte ricerche da lui svolte “sul campo” che poi passava ad assistenti e studenti con i quali firmava le pubblicazioni. Science ha ritirato i lavori.

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Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

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Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.