Stamina: a proposito di omissioni, bias e…Ricordi

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Nell'ultimo articolo di Giuseppe Remuzzi pubblicato su Scienzainrete, "Ma cosa c'entra Cure Alliance con Vannoni?", ai commenti di Camillo Ricordi e Francesca Pasinelli si aggiunge quello di una lettrice che esprime i suoi dubbi sulla credibilità di quest'ultima e dello stesso Remuzzi.
Dal tono roboante con cui Emanuela si è qualificata, cioè come “ricercatrice in sociologia dei processi culturali”, abbiamo cominciato a leggere il suo post aspettandoci un’analisi sociologica del fenomeno Stamina, e della discussione mediatica in corso tra persone che ad oggi non hanno fornito prova alcuna di quanto sostengono (Vannoni & Co), e chi quotidianamente dà conto di avere prodotto in sicurezza e prove alla mano, senza danneggiare contribuenti e pazienti, qualcosa per guadagnarsi il pane (gli scienziati). Invece, la nostra tira in ballo i “bias” (che fanno sempre chic) per contestare a Francesca Pasinelli e a Giuseppe Remuzzi di aver detto cose false allo scopo di mettere in cattiva luce gli amici suoi (Fondazione Stamina). A proposito di bias…

Ora, non ci sarebbe bisogno di scomodare la “sociologia dei processi culturali” per accertare se due persone sono in malafede. Basta essere intellettualmente onesti e usare in modo obiettivo le fonti e la logica. Ma la lettrice Emanuela questo principio di etica della ricerca e della discussione accademica, sembra non averlo ben presente. E quindi, presentandosi come “sociologa”, ma senza identificarsi, non guarda ai fatti, dando forse voce a quella zona grigia della sociologia, per la quale essi non esistono mai. Tutto è interpretazione. Allora entriamo nel merito delle affermazioni interpretative sottoscritte dalla “collega sociologa”. E vediamo quanto sono attendibili.

1. In relazione al fatto che Francesca Pasinelli di Telethon abbia "omesso" informazioni, non è chiaro di cosa la nostra stia parlando. Perché Pasinelli ha semplicemente spiegato come si fanno, e a quali vincoli e controlli la comunità scientifica e gli enti regolatori sottopongono i “metodi” per curare malattie rare. In uno studio limitato per ovvi motivi (primo studio, pareri etici e obbligo di procedere solo con numeri piccoli di pazienti, disponibilità di risorse, etc.), l’autorizzazione impone a priori di procedere per un numero definito di bambini, escludendo su basi mediche e scientifiche altri bambini e ammettendo, quindi, quei pazienti che hanno partecipato. Come succede spesso per altre malattie, il fatto di essere già sintomatici o sintomatici avanzati esclude dalle sperimentazioni di molecole che vogliono rallentare l'insorgenza, perché, in stadio avanzato, quel trattamento non viene considerato come medicalmente fondato su presupposti di efficacia. Se vogliamo discutere le basi epistemologiche di queste procedure, facciamolo. Ma prima cerchiamo di aver capito come si fanno le sperimentazioni cliniche. Così almeno si evita anche di accusare di reticenza, chi reticente non è stato.

2. Il fatto che la bambina Sofia sia ancora in vita dopo 3 infusioni con il "metodo Stamina" che, in base a quanto si sa somministra il "nulla" (ricordiamo che un metodo, per esistere, deve essere descrivibile e riproducibile), dimostra solo che facendo ciò che tutte le famiglie disperate e certamente non inattive fanno – anche quelle che non si rivolgono a Stamina –intorno a bambini gravissimi, le situazioni possono non peggiorare. Questo è quel che accade a molti bambini: Emanuela potrebbe ricercare e discutere le numerose testimonianze dei genitori che rifiutano di esporre i propri figli malati all'incognita Stamina. Anche questi genitori, e i medici che li aiutano rivendicano le loro scelte di non farsi ingannare e pagano il salato prezzo di fatiche e accorgimenti quotidiani per guadagnare qualche piccolo miglioramento.

3. Gli scandali riguardanti Telethon, di cui insinua la sociologa, andrebbero da lei documentati affinché possano essere accertati pubblicamente come fatti. Esprimere questo genere di insinuazione sembra molto “vannoniano”, come stile di comunicazione, e rende poco credibile e un po’ troppo opaca la nostra Emanuela.

4. Il fatto che Nature abbia pubblicato un editoriale e non un “articolo”, ci sembra dare un significato anche più grave alla faccenda Stamina. Chiamarlo articolo è solo un modo per riferirsi genericamente al fatto che un testo viene pubblicato su un periodico. Tutto qua. Vogliamo parlare del contenuto specifico dell’editoriale?

5. In merito alle informazioni false pubblicate da Nature relativamente a cellule prodotte con il "metodo" Stamina e usate in un altro ospedale, se si tratta di informazioni false Vannoni può benissimo querelare Nature e tutti i giornali italiani che da mesi le riportano.

6. E’ davvero sbalorditivo che la nostra “sociologa dei processi culturali” citi come falsa la notizia di cui al punto 5, e passi sopra alla dimostrazione, riportata da Nature, della falsità delle prove dell'esistenza del "metodo" con cui Stamina da mesi chiede l'attenzione dell'Italia e dei pazienti. Remuzzi cita correttamente la divulgazione da parte di Nature della effettiva inesistenza del "metodo" Stamina, comprovata dalla circostanza dello “scippo” e delle ben descrivibili falsificazioni dei dati. Ma, invece di interrogarsi e riflettere su questo suo lieve bias, Emanuela preferisce mestare nel torbido e sostenere (come inspiegabilmente fa anche il diabetologo Camillo Ricordi, a nome di Cure Alliance) che i derubati erano stati i precedenti collaboratori di Stamina. Come a dire che è lecito derubare gli ex collaboratori. Inoltre la sociologa sostiene che, in fondo, il lavoro trafugato era citato nella bibliografia da Vannoni. Evidentemente non è abituata a fare bibliografie, e non capisce la differenza tra "citare” le fonti e, come evidenzia Nature, "rubare” dalle fonti.

7. Relativamente alla domanda di brevetto - rilevante non per il suo valore che è pari a zero, come documentato dall’ufficio brevetti che l’ha esaminato, ma in quanto unico testo di riferimento per la descrizione peraltro scientificamente illetterata del cosiddetto "metodo" – e alla bibliografia in esso riportata, è vero che lì si cita il paper ucraino del 2003, da cui Vannoni ha copiato i risultati. E nessuno ha mai detto il contrario. Ma l’aspetto rilevante è che il paper ucraino del 2003 lo si cita NON per dire "ho copiato le prove del mio metodo da li'" ma solo per sostenere che quello è il passato, lo stato dell'arte. E che il "metodo Stamina" è migliore di quel passato – altrimenti non si capisce cosa di nuovo rivendicherebbe quella richiesta di brevetto sottomessa con pretesa di innovatività e pubblicizzata da Vannoni e Andolina in Italia esattamente con tale definizione (vedasi dichiarazioni 29 marzo 2013, Corriere della Sera). E' infatti in base a presunte migliorie rispetto, per esempio, a quel citato manoscritto ucraino del 2003, peraltro sconosciuto alla comunità scientifica mondiale tale è il peso degli artefatti sperimentali che descrive, che Stamina afferma di avere un metodo nuovo. Ma l'esistenza del metodo nuovo lo si vorrebbe dimostrare copiando le figure e i dati da metodi vecchi, ad esempio appunto quello ucraino del 2003. Non solo. Nature evidenzia che Vannoni copia dal manoscritto ucraino del 2003 una figura che dice “A”. Ma nel copiare, alla stessa figura lui fa dire “B”. Ecco in che consiste il metodo "migliore": non tre giorni e acido retinoico alla concentrazione X, come gli ucraini nel 2003, ma due ore e acido retinoico alla concentrazione Y (Vannoni, 2010). Ma la figura è sempre la stessa (cosi’ come il suo valore scientifico pressoché nullo). Questo significa non solo plagio, come riporta Nature, ma anche falsificazione. E in tutto questo la “sociologa Emanuela" omette anche di dire che questo comportamento di Stamina è recidivo. La sociologa non sembra infatti avere capito che Nature scopre che anche la seconda figura rilevante del metodo Stamina - figure che vorrebbero provare l'effettiva conversione in neuroblasti e poi in neuroni di cellule deputate a fare osso  - è copiata. Questa volta da un altro manoscritto del 2006, non facilmente reperibile perché non presente su Pubmed, scritto in russo e disponibile solo in russo. Omettendo il riferimento a questa seconda copiatura, la nostra tralascia anche di dire che questo secondo manoscritto del 2006 non è affatto citato nella bibliografia del testo che è di riferimento per il metodo Stamina e che quindi anche la presunta “giustificazione” relativa alla citazione del lavoro da cui si e’ copiato, decade. Stamina copia anche da un manoscritto non citato nel suo “metodo”. Citare tutto ciò smaschererebbe anche il “bias” della “sociologa Emanuela" perché, in ultima analisi, farebbe sorgere una domanda: forse che il metodo Stamina consista nel “rubare” e “falsificare” foto da sconosciuti e improbabili manoscritti altrui? Ma non è finita.

8. La "collega sociologa” sostiene che Pasinelli e Remuzzi non sono obiettivi anche perché non dicono che la ricercatrice ucraina Elena Shchegelskaya era una collaboratrice di Vannoni, e cita a conferma di ciò le dichiarazioni di Vannoni. Una delle fonti possibili. Vediamo cosa dicono altri fatti e fonti: (i) i fatti provano che il primo manoscritto ucraino da cui sono state sottratte e falsate le informazioni che virtualmente costituirebbero il "metodo" Stamina, è del 2003. I fatti pubblicamente disponibili dicono che Stamina nasce nel 2009. Quindi Vannoni sembra avere prelevato dati da lavori altrui, completati anni prima del contatto fra Stamina e questi collaboratori ucraini; (ii) i fatti dimostrano che lo stesso vale per il secondo manoscritto da cui è stata copiata la seconda figura. Anche questo manoscritto sembra precedere la "collaborazione" tra Stamina e gli autori ucraini, essendo pubblicato nel 2006; (iii) del resto, se di collaborazione si trattava davvero, e se davvero gli ucraini per qualche motivo, in qualche forma erano davvero “dipendenti di Stamina”, come riportato in alcune dichiarazioni di Andolina, come mai nessuno dei referenti di Stamina compare tra gli autori, e nemmeno nei ringraziamenti e come mai Stamina non compare tra le affiliazioni degli autori dei due manoscritti ucraini? Ma ancora più decisivo è il fatto che (iv) la “sociologa" Emanuela ignora (forse qui sconta una certa superficialità nella ricerca e documentazione dei fatti) che è la stessa Shchegelskaya ad avere dichiarato quanto sopra, e cioè che i lavori da cui sono stati copiati i dati erano suoi e non di Stamina, e che erano stati completati e pubblicati ben prima del suo contatto con Vannoni. Dalla sua intervista a Linkiesta e dalla risposta email che la stessa Shchegelskaya ha postato, leggiamo anche che Vannoni ha prelevato dati dai manoscritti di Shchegelskaya senza avere alcuna autorizzazione (del resto, se anche ci fosse stata, quei dati non avrebbero mai potuto costituire un “metodo” nuovo). Questi sono i fatti documentati ad oggi e non smentiti e che la sociologia Emanuela, avrebbe dovuto conoscere prima di avventurarsi a scrivere il suo post. Del resto, anche un bambino capisce che un “metodo” che vanta di essere nuovo e che chiede attenzione perché nuovo (seppur invisibile), non può essere la copiatura (con falsificazione) di dati prodotti da altri autori sette e quattro anni prima della sua stessa “invenzione”.

9. Infine, a proposito della citazione di Remuzzi “l’Aifa non ha mai rilasciato un’autorizzazione formale”, contestata dalla nostra sociologa perché non corretta, la invitiamo a trascrivere e rendere disponibile su questo sito i testi delle lettere/a da lei citate/a, e con cui gli Spedali Civili di Brescia nell'agosto 2011 chiedevano a AIFA l'autorizzazione a procedere con tanto delle necessarie autocertificazioni che avrebbero dovuto dimostrare - sotto la propria responsabilità - di possedere i requisiti previsti per poter applicare la legge Turco del 2006. E quindi a postare anche la risposta di AIFA, di cui Emanuela è evidentemente a conoscenza. I testi sono in italiano e tutti potranno comprendere se c'è stata un'autorizzazione formale e conclusiva – esaminata la documentazione pertinente richiesta da AIFA e/o dovuta da Spedali Civili - oppure, come sostiene Remuzzi e altri, se questa ufficiale, definitiva e inequivocabile autorizzazione a procedere dopo avere preso atto della validita’ della documentazione pertinente, magari, non è mai arrivata. Magari potrebbe anche postare i nomi di coloro che hanno ricevuto e circolato questi documenti, così che tutti possiamo capire chi sono state le persone in gioco dentro e fuori AIFA e Spedali Civili. Sarebbe a quel punto pubblico che cosa - sotto la propria responsabilita' - Spedali Civili avrebbero autocertificato e se i requisiti per applicare la legge Turco cosi’ come il rispetto di altri dispositivi di legge c'erano davvero. Nel maggio 2012 AIFA, mandata dai NAS a Brescia, dice di no.

L'intervento su questo sito della “sociologa Emanuela" comunque ci può stare, se non si conosce come funziona la scienza e da quali norme è governata, cioè se non si dispone degli strumenti e della capacità di analizzare i fatti, seguendo e valutando conseguenze e logica.

Più inquietante diventa la cosa, se chi ha fatto ricerca e realizzato risultati anche importanti, come Camillo Ricordi, non riesce a usare la logica più elementare e a vedere i fatti. Prendiamo quindi atto, anche dalla forma e dal merito della sua risposta rassicurante a Francesca Pasinelli (ascolta solo me, Francesca, non la banda di morti di fame che non contano niente), del modo autoreferenziale di ragionare del diabetologo Ricordi, il quale ci pare non voglia comprendere le posizioni che non condivide e selezioni argomenti critici irrilevanti per sostenere meglio il suo punto di vista. Infatti:

a)    Camillo Ricordi può benissimo sostenere la sua opinione relativamente all’ipotesi che una riduzione delle regole della sperimentazione clinica in ambito di trattamenti con staminali - che metta da parte una valutazione dell’efficacia - favorirà lo sviluppo di cure. Tuttavia, essendo scienziato e medico, dovrebbe maggiormente documentare come la sua proposta potrebbe funzionare, cioè fornire argomenti più consistenti e plausibili, invece che limitarsi a snocciolare una pressoché vaga promessa di “più cure per tutti”. Per come stanno le cose, la deregolamentazione potrebbe infatti persino essere deleteria rispetto alla traslabilità di eventuali approcci, e quindi ridurre la disponibilità di terapie e magari aumentare le morti. 

b)    Sorprende che in un editoriale scritto per il proprio giornale, Ricordi riporti interi paragrafi che esprimono (solo) le posizioni di chi è per la deregolamentazione, e che in ultima istanza l’argomento ultimo risulti solo stucchevole propaganda  nel momento in cui si domanda se sia giusto che l'FDA interferisca con il diritto del paziente di curarsi con le sue stesse cellule, se il paziente stesso lo desidera (ci faccia capire: ciò in USA sarebbe pagato da chi e tutelato, nel rispetto del diritto del paziente alla sicurezza e alle informazioni, da chi altro se non da FDA? e in Italia?).

c)    E sbalordisce che alla fine del suddetto editoriale, Ricordi ospiti un’appendice in cui dà voce alle critiche e  soprattutto alle risposte di Stamina (certamente senza suggerirle, né modificarle o avallarle, ci fa sapere). Ma ciò che rimane strano è che la lista delle “critiche a Stamina” sembra – a noi - un pò artificiale, come se si volessero suggerire ex novo critiche, per sollecitare risposte che portano acqua ad un diverso mulino. Perche' la critica numero uno a Stamina "dove sono il metodo e le prove della sua esistenza?" nell’appendice non c'è. Come non c'è la risposta che l’Italia tutta attende da mesi. L’appendice ospita invece domande costruite sulle mesenchimali, che Ricordi pare voglia introdurre in Italia per fare, forse, ciò che l'FDA non gli permette in USA. E tra le risposte “di Stamina” spicca quella in cui si parla di mesenchimali staminali come “drugstore”, molto simile al titolo fantasioso di un articolo di autori americani  relativamente al quale Paolo Bianco e altri colleghi hanno espresso forti dubbi scientifici (Bianco et al, Nature Medicine 2012; Bianco et al. EMBO Journal 2013; vedasi anche l’intervento di Paolo Bianco a Milano, 2013

d)    E per finire con Ricordi, nemmeno lui sembra in grado di riconoscere la prova fornita da Nature che le foto che documenterebbero il “metodo Stamina” come nuovo, raffinato e rivoluzionario sono in realtà copiate e falsificate partendo da manoscritti altrui pubblicati anni prima in ignote riviste russe. Non crediamo che i brevetti o i metodi di Ricordi presentino come novità  risultati pubblicati da altri, anni prima. Non e’ quindi comprensibile e credibile la posizione di uno scienziato e medico che rinnega prove controllabili da tutti (le falsificazioni e le copiature), per sostenere ciò che non è provato, come la presunta conversione in neuroni di cellule che fanno osso, frutto di artefatti sperimentali, questi si ben documentati.

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ritratto di Thomas Vaccari

L’evidenza scientifica che giustificherebbe un investimento di tre milioni di euro per la sperimentazione del metodo Stamina e’ pressoché nulla. Vediamo nel dettaglio perche’.       Premessa: una condizione per valutare un lavoro scientifico è di essere presentato come pubblicazione in una rivista letta dalla comunita’ scientifica. I dati in questo genere di  pubblicazioni, se meritevoli di considerazione, vengono riprodotti, le metodiche perfezionate e adottate in altri lavori che quindi citano da pubblicazioni originali. In genere, pubblicazioni di questo tipo vengono da ricercatori con una lunga storia di buone pubblicazioni altamente citate.

            In contrasto a cio’, il metodo Stamina si basa solo su una richiesta di brevetto che e già stata rifiutata con riserva dall’ufficio brevetti americano, essenzialmente per “insufficienza di prove”. A questo proposito, e’ nota le vicenda riportata da Nature di due immagini nella richiesta di brevetto che sono le stesse di quelle di un articolo del 2003, pubblicato da una “collaboratrice” di Vannoni (che collaboratrice non era all’epoca della pubblicazione). Anche non considerando il plagio e la falsificazione (si veda commento su scienza in rete: http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/elena-cattaneo-gilberto-c...), l’articolo in questione e’ pubblicato in una oscura rivista scientifica russa, con fattore di impatto (o impact factor, una misura della qualita’ della rivista) 0.34, ed e’ stato citato una volta sola! Per fare un confronto, Nature ha un impact factor di 36 e i suoi articoli, soprattutto quelli che si rivelano cruciali in un determinato campo, vengono citati facilmente svariate centinaia di volte nell’arco di 10 anni. Questo ci dice che il test del tempo ha decretato che la scienza dietro al metodo Stamina e’ inesistente. In 10 anni, nessuno nella comunita’ scientifica l’ha mai riprodotta, ne adottata, ne sviluppata o perfezionata, ovvero nessuno ha fatto le cose che rendono solido e definiscono il processo e il progresso scientifico.

            Al di la’ dell’articolo in questione, lo stesso Vannoni e i suoi collabori non hanno il ben che minimo curriculum nella ricerca biomedica. Un giro su PubMed, il database delle pubblicazioni scientifiche universalmente usato in biomedicina, riporta zero pubblicazioni per Davide Vannoni e due articoli in russo in oscuri giornali per la sua sedicente collaboratrice (primo autore dello studio plagiato, unico dei due che abbia a che fare con le cellule staminali). In sintesi, tutti questi indicatori bibliometrici (impact factor, numero di citazioni, numero di pubblicazioni in PubMed), che sono universalmente accettati nella valutazione della scienza, dipingono profili di totale irrilevanza scientifica in campo biomedico (non sorprendentemente, visto che Vannoni e’ laureato in lettere e filosofia che insegna comunicazione). Per dare un’idea, per il Ministero dell’Istruzione, dell’Universita’ e della Ricerca (MIUR), tali indicatori non permetterebbero a Vannoni e collega di avere molte possibilita’ di applicare o valutare chi applica per una posizione universitaria, secondo le nuove procedure di abilitazione (http://www.scienzainrete.it/documenti/rs/criteri-e-parametri-di-valutazi...). Ne’ permetterebbero a Stamina di apparire nelle classifiche dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), che il MIUR ha recentemente usato per valutare la ricerca in Italia e usera’ in futuro per finanziare su base meritocratica l’universita’ (http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/le-prime-tre...). Lo stesso vale per applicazioni per finanziamenti presso le maggiori agenzie e fondazioni Italiane, come Telethon stesso, che sempre piu’ spesso richiedono un numero minimo di pubblicazioni a garanzia della capacita’ scientifica di chi chiede finanziamenti. L’investimento di soldi pubblici per la sperimentazione del metodo Stamina, come si vede, e’ quindi in chiaro contrasto con lo sforzo assoggettare la spesa per in ricerca a criteri obbiettivi di valutazione scientifica basata su prova di solidità’ scientifica del metodo e degli sperimentatori.

            Alla luce di cio’, la decisione del parlamento di avviare una sperimentazione sul metodo Stamina con i soldi dei contribuenti e’ dovuta solo al “furor del popolo”. A cui si deve spiegare chiaramente che qui si tratta di comprare un biglietto molto costoso di una macabra lotteria nelle mani di una persona che neanche di lotterie si intende! Fuor di metafora, I soldi spesi si aggiungeranno ai tanti in passato sperperati in assenza di  criteri di assegnazione obbiettivi e meritocratici. Viste le limitate risorse pubbliche per la ricerca e la cura, i soldi spesi saranno necessariamente anche quelli sottratti ad altri ricercatori e medici piu’ meritevoli. Quanti altri malati, inclusi bambini, le cui legittime e fondate sperimentazioni saranno rallentate e impossibilitate a causa dell’esborso per sperimentare metodo Stamina, vogliamo sacrificare al pressapochismo, ai principi senza fondamento, e dell’interesse di chi vuole fare profitto con le staminali?

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Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

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Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.