Ma cosa c'entra Cure Alliance con Vannoni?

Read time: 8 mins

“Cure Alliance”: cos’é?  “Is an international not-for-profit, collegial association of scientists, physicians, surgeons, and other professional and/or committed individuals who share the vision and primary objective to develop effective strategies for the cure and eventual eradication of disease conditions now afflicting humankind, and to do so in the fastest, most efficient and safest ways possible”. 

Insomma, tutto bellissimo sulla carta: un’organizzazione non-profit di scienziati e altri professionisti che vorrebbero eliminare le malattie che affliggono l’umanità, trovando nuove cure e lo vogliono fare in fretta. E' quello che vorremmo tutti a dire il vero, medici e scienziati. Ma la scienza ha le sue regole che Cure Alliance vorrebbe semplificare. Come? Con protocolli innovativi da approvare senza le lentezze burocratiche delle agenzie regolatorie come succede con l’FDA negli Stati Uniti o con l’AIFA da noi.  E gli studi sugli animali? E le prove di sicurezza? E quelle di efficacia? Di questo nei documenti di Cure Alliance non si parla. Certo per gli ammalati e per le loro associazioni - su cui fa leva Cure Alliance - la loro proposta è più allettante; la scienza è fatta di regole, piccoli passi, verifiche, cambi di rotta. E allora forse non sorprende che Cure Alliance abbia attirato l’interesse o forse solo la curiosità di grandi medici, da Anthony Atala a Giulio Cossu a Bruno Gridelli a James Shapiro, ne fanno parte persino Thomas Starzl e Andreas Tzakis. E di grandi imprenditori come Guido e Luca Barilla, Matteo Marzotto, Luca Cordero di Montezemolo, Maria Luisa Trussardi. E persino di  Francesca Pasinelli di Telethon e Sergio Dompè che di scienza se ne intendono. 

A un certo punto però le strade di Cure Alliance  si incrociano con quelle di Stamina, un metodo “che vorrebbe curare con cellule staminali mesenchimali malattie neurologiche gravissime, dalla leucodistrofia metacromatica (la malattia di Sofia, quella da cui è partito tutto) al Parkinson, alla malattia del motoneurone, al coma”.   

Fa capolino Vannoni

Per la malattia di Sofia non ci sono cure e nulla di quello che è stato fatto finora ha mai dato nessun risultato; il trapianto di midollo qualche volta aiuta ma solo se lo si fa nelle primissime fasi della malattia; sulle cellule staminali mesenchimali ci sono diversi studi pubblicati ma nessuno è mai stato capace di dimostrare che questa cura portasse qualche vantaggio agli ammalati; Luigi Naldini sta provando a correggere il difetto del gene malato, è stato fatto un primo passo - il lavoro è appena stato pubblicato su Science - vale la pena di andare avanti. Ma la gente crede a Vannoni e il parlamento decide di autorizzare una sperimentazione purché le cellule siano preparate con le regole della scienza e in laboratori autorizzati.  Lo studio durerà 18 mesi e costerà allo Stato, cioè a tutti noi, 3 milioni di Euro.

E’ stata una decisione giusta? Io penso di sì. Di fronte alla pressione dell’opinione pubblica, al desiderio degli ammalati di essere curati, ai giudici che ti impongono di farlo, il parlamento non aveva scelta. Imporre a Stamina le regole della scienza e farlo in laboratori che rispettino quelle che ormai tutti chiamano buone pratiche di laboratorio era un modo per proteggere gli ammalati. Stamina protesta, fanno riferimento a un brevetto depositato negli Stati Uniti e poi all’autorizzazione dell’Aifa.  Le cose non stanno proprio così. La richiesta di brevetto è stato depositato ma non è mai stato approvato e, da quanto risulta dai documenti, l’Aifa non ha mai rilasciato un’autorizzazione formale. Ha solo ricevuto un’autocertificazione dell’Ospedale di Brescia: poche righe scritte male e che forzano i termini della normativa. Nature però scopre una serie di cose (vedi qui). Il metodo non c’è. Non solo: le fotografie allegate alla richiesta di brevetto non sono originali e non sono nemmeno di Stamina. Le hanno prese - come riferisce Nature - da due lavori pubblicati anni prima da ricercatori ucraini e russi, le hanno copiate insomma, come fanno a scuola i bambini svogliati. Qualcuno s’è preso la briga di chiedere ai russi se fosse vero che quelle foto erano il frutto del loro lavoro con Vannoni, non è vero nemmeno quello (si veda a questo proposito l'articolo di Roberta Villa su Scienzainrete). E Cure Alliance? “Cure Alliance supporta Stamina”, scrive Paolo Bianco sul Sole 24 Ore, “e ne condivide l’obiettivo di allentare le regole e la vigilanza di organi regolatori come l’AIFA, e di facilitare la commercializzazione di ‘terapie’ prima (senza) che ne sia provata l’efficacia”.

L’Articolo di Paolo Bianco - uno dei massimi esperti di cellule mesenchimali al mondo - spiega come e perché la cura Vannoni non potrà mai funzionare. Non ci sono dati negli animali e mancano persino i presupposti teorici. Non solo, ma le cellule mesenchimali poi non possono essere iniettate agli ammalati con la scusa delle cure compassionevoli e della legge Turco (come sostengono quelli di Stamina). Le cure compassionevoli sono un’altra cosa: si tratta di cure in fase di sperimentazione che vengono impiegate al di fuori degli studi clinici in pazienti che non hanno i requisiti per essere ammessi a un certo studio. Insomma, compassionevole non vuol dire dare non-si-sa-bene-che-cosa a qualcuno che sta per morire con la scusa che la scienza non può far nulla e usare fondi pubblici o peggio ancora farsi pagare.

Contemporaneamente  all’articolo di Paolo Bianco Cure Alliance cerca adepti via Facebook. “Da qui al 2020 tu o qualcuno dei tuoi cari avrà una malattia incurabile. Vivrà? dipende da quello che succederà da adesso ad allora, da quali ostacoli si sovrapporranno a possibili cure”. Iscriviti a “Cure Alliance e cureremo milioni di persone” come dire più tanti siamo più riusciremo a semplificare le regole.

Stamina, Medestea e Camillo Ricordi

E adesso facciamo un salto indietro. Da qualche anno Stamina è in contatto con Medestea, una multinazionale dei farmaci fondata da Gianfranco Merizzi, che si occupa di moltissime cose, dall’Aids, ai vaccini, alle cure anticancro, alla cosmetica (soprattutto) e per molte di queste cose utilizza cellule staminali. Nel 2012 Medestea Stem Cells elabora un business model pronto per essere lanciato nel 2013 e nel loro sito scrivono letteralmente: “This is by far the project with the highest business potential”. Insomma, le cellule consentono di fare affari, forse, come null’altro. Da qui in poi è persino difficile distinguere tra Stamina e Medestea di Gianfranco Merizzi, entrambe in contatto con Cure Alliance attraverso Camillo Ricordi, che a sua volta fa riferimento in molti dei suoi scritti e delle sue relazioni ad Arnold Caplan, fondatore di Osiris. Ma Camillo Ricordi ha un passato di scienziato, scienziato vero, un po’ ottimista forse. Ha battuto il diabete con le cellule staminali già dal 2005 e a Miami arrivano da lui ammalati da “ogni angolo del mondo”. Ma davvero le cellule staminali curano il diabete? Chissà, forse in futuro, non adesso.

Quest’anno l’International Symposium of the Cell Transplant Society si è fatto a Milano. L'hanno organizzato Livio Luzi e Camillo Ricordi. Si parla di isole pancreatiche (uno dei cavalli di battaglia di Ricordi, nel bene e nel male) e di cellule staminali. Ma tutti aspettano la relazione di Paolo Bianco che parte benissimo, dalla sua review sulle cellule mesenchimali pubblicata su Nature Medicine e stabilisce alcuni punti fermi: cosa sono queste cellule, cosa possono fare e cosa no e in che cosa si trasformano, qualche volta, non sempre, e in che condizioni. E finisce con Stamina. Racconta di Vannoni, Merizzi, Caplan e Ricordi. Svela gli imbrogli di Stamina e certe uscite enfatiche di Caplan su Cell Stem Cell, anche le grandi riviste prendono cantonate qualche volta. E’ la relazione più elegante, più colta e più argomentata a cui mi sia mai capitato di assistere negli ultimi dieci anni. In sala c’è Ricordi.

Un endorsement imbarazzante al "metodo" Vannoni

L’atmosfera è da cavalleria rusticana. Appena Paolo Bianco finisce di parlare interviene Ricordi. Per chiedere? Per commentare? No, la sua è una contro relazione che pare non debba finire mai, elegante però. Altri dati? Altre evidenze? No, tutt’altro. “Ho visto il protocollo, è un buon protocollo” (Camillo, perché tu sì e il Ministro no?). “Ho parlato con i neurologi che hanno in cura i bambini di Vannoni. Vedono dei miglioramenti che non si sarebbero mai aspettati”. Non è scienza questa, sono aneddoti di nessun valore. Camillo Ricordi lo sa bene. Proprio mentre a Milano si discute di Stamina e di Vannoni l’International Society for Cellular Therapy diffonde un libro bianco per mettere in guardia gli ammalati dal turismo di cellule. Cosa c’è scritto? Che i malati devono essere informati sui costi, sui rischi e sui potenziali benefici e su come vanno a finire i trattamenti con le cellule. Che un solo tipo di cellule non potrà mai trattare una moltitudine di malattie. Che i malati devono firmare un consenso dove c’è scritto tutto quello che gli sarà fatto e che devono sapere come sono andati a finire gli studi fatti finora e essere certi che tutti questi studi siano stati approvati dell’ente regolatorio (FDA o AIFA per intenderci). E poi devono sapere se i medici che fanno questo trattamento hanno rapporti economici con le industrie che preparano le cellule ed eventualmente che tipo di rapporti. Insomma, tutto molto diverso da quello che sta succedendo qui da noi con Stamina e che potrà succedere se questi trattamenti si svilupperanno attraverso Medestea.

Ma Camillo Ricordi va avanti per la sua strada, fonda un giornale per chiedere “che la pratica di infondere cellule diventi trapianto e possa essere così somministrata fuori dalle regole” e anche “cosa c’entra l’FDA se un medico decide di trattare un paziente con le sue cellule?”. Insomma, l’editoriale di Camillo Ricordi, pubblicato a pagina 1 del primo numero del giornale di Camillo Ricordi, non ha nulla di scientifico. Peccato, perché Ricordi una volta era uno scienziato, che adesso però scrive “sarebbe criminale non valutare il metodo Vannoni e non fare chiarezza”. Ma così non rischia uno scivolone proprio nel momento in cui prende la guida di Ri. Med, un grande istituto di ricerca che sorgerà a Palermo destinato a diventare un vanto per l’Italia della scienza e per il Sud? Perché lo fa? Non lo so. A me pare che Ricordi stia sbagliando questa volta, forse più che in passato. Camillo: “Would you reconsider?

Articoli correlati

Commenti

ritratto di Camillo Ricordi

E' un peccato vedere come certi individui si concentrino a riportare fatti non veri e mistificanti, per discreditare chi non la pensa diversamente. Né io né la Cure Alliance siamo mai stati per la "deregulation" delle terapie cellulari. La posizione della Cure Alliance precede la saga del caso Stamina, e non ha nulla a che vedere con Vannoni o Merizzi.
Sono moltissimi gli scienziati e leaders, in diversi campi, che sostengono la necessita' di rivedere le regole per le terapie cellulari, come stanno anche facendo in Regno Unito e Giappone, nel rispetto della sicurezza per i pazienti, ma senza i costi e i tempi che caratterizzano oggi lo sviluppo di farmaci (oltre 1500 milioni in media e dai 7 ai 9 anni, a NME approvata).
Tra i molti che sostengono questa necessita' di revisione (mai di deregolamentazione) ci sono anche ex leaders e deputy commissioners della FDA e leaders dell'industria, anche non farmaceutica, come Andrew Grove, l'ex amministratore delegato di Intel.

Il mio editoriale su CellR4 e' visibile a tutti (qui) e rappresenta un tentativo di mediare fra posizioni contrastanti nel campo delle terapie cellulari, riportando estratti dalle discussioni piu' importanti emerse di recente in articoli, editorali e vari 'commentari' in rete.
I temi contenuti nell'editoriale non rappresentano necessariamente il mio pensiero, ma riassumono i piu' grandi temi del dibattito corrente, sono stati riportati per chiedere contributi per il prossimo numero di CellR4 e per iniziare un confronto e un dibattito costruttivo dove, forse, qualcuno inizierà a cercare di capire le posizioni altrui in modo da poter definire delle possibili soluzioni nell'interesse dei pazienti - che alcuni di noi vedono ancora come elemento centrale del proprio lavoro e missione professionale

Le ragioni di questi attacchi mistificanti e gratuiti diventeranno apparenti col tempo. Per il momento mi limiterò a ribadire che la nostra posizione era, e rimane, quella esposta nel seguente comunicato:

Camillo Ricordi, Cure Alliance e caso Stamina
Nero su Bianco

Milano, 16 luglio 2013

Nella ricerca scientifica riportare dati falsi, informazioni fuorvianti, dati parziali, fuori contesto e selezionati per sostenere la prorpria ipotesi o teoria si definisce “frode scientifica”. Negli editoriali e articoli pseudo-scientifici non esiste una definiziane specifica per questo tipo di comportamento, ma ad un certo punto diventa importante fare chiarezza, altrimenti i commenti mistificatori di alcuni potrebbero contribuire a creare confusione tra il pubblico, le istituzioni, le societa’ scientifiche e gli editori e lettori di prestigiose riviste.

Si e’ creata molta confusione sulla posizione di Camillo Ricordi e della Cure Alliance per ragioni che non sono ancora completamente apparenti. Tuttavia la posizione di Ricordi e della Cure Alliance e’ chiara e non si e’ modificata negli ultimi mesi o anni (si veda agli indirizzi: www.TheCureAlliance.org e ww.CellR4.org ).

Camillo Ricordi e’ docente all'Università di Miami, Florida, dove dirige il Centro Trapianti Cellulari e il Diabetes Research Institute. Uno delle iniziative di Ricordi che hanno riscosso piu’ succeso si chiama “Fast Track Center for Testing”, un centro per la verifica pratica e nella maniera piu’ rapida ed efficiente possibile di idee, scoperte, presunte tecnologie e/o trattamenti innovativi. Negli ultimi anni questo centro attrezzato con infrastruttura e personale specializzato per la verifica pratica di prodotti e terapie cellulari ha contribuito alla valutazione di idee con reale potenziale verso una cura e allo steso tempo ha aiutato a smascherare technologie o esperimenti che in buona o cattiva fede erano stati presentati come promettenti. Un servizio importante per il pubblico, per fondazioni e per la comunita’ scientifica in genere.

Per Ricordi e per la Cure Alliance la preoccupazione è quella di non offrire il fianco alle speculazioni e se da una parte si deve diffidare di alcuni centri dove si promette una cura con cellule staminali per tutto, e necessario anche riconoscere che le staminali sono più di una promessa e centinaia di trials clinici in tutto il mondo contribuiranno a verificarne la sicurezza ed efficacia per diverse indicazioni. .
Queste ricerche hanno bisogno di trasparenza, prove, controlli e non possono continuare a tempo indeterminato senza verifica scientifica e rigorosa dei risultati ottenuti monitorando i possibili effetti collaterali.

Camillo Ricordi e la Cure Alliance non erano quindi e non sono tuttora ne pro- ne contro Stamina ma sono pro-pazienti e pro-ricerca della verita’ sui sentieri della cura per malattie che oggi affliggono l’umanita’ imponendo sofferenza e costi insostenibili e certamente anche un mercato molto attraente per chi fosse interessato agli aspetti commerciali e di profitto dello sviluppo di nuovi trattamenti.
Ricordi non è assolutamente a favore della deregolamentazione delle terapie cellulari come erroneamente riportato in alcune pubblicazioni e commenti. Tuttavia egli è favorevole ad una revisione dei regolamenti vigenti, revisione tutt’ora in atto in alcuni Paesi inclusi Regno Unito e Giappone.

Ricordi e la Cure Alliance sono a favore della verifica scientifica dei risultati ottenuti che alcuni esperti hanno trovato significativi, mentre altri hanno discreditato. La questione non e’ se sono stati fatti abbastanza studi animali o pubbliczioni scientifiche, non e’ se e perche’ i brevetti sono stati rigettati (per informazione generale, il rigetto di un brevetto non ha nulla a che fare con la possibile efficacia di un trattamento proposto nel brevetto stesso), non e’ se sia giusto o ingiusto spendere 3 milioni di Euro per dei trials clinici quando altri ricercatori d’eccellenza devono competere per i sempre piu scarsi meccanismi di finanziamento per portare avanti ricerche altrettanto o possibilmente piu’ importanti. La realta’ e’ che abbiamo gia’ superato questa fase di dibattito, centinaia di pazienti sono stati trattati, la magistratura ha ribaltato decisioni di agenize regolamentatrici e opinioni di scienziati, le reazioni del pubblico e del Parlamento Italiano sono state chiare, o per lo meno indicative, dato il voto virtualmente unanime a favore della verifica clinica delle terapie cellulari proposte da Stamina ed e’ importante per tutti fare chiarezza ed andare Avanti.

Le possibilita’ sono almento 3: 

  1. Il metodo funziona e si potranno eventualmente migliorare le condizioni di centinaia di milioni di pazienti
  2. Il metodo da risultati parziali indicativi di un effetto biologico ma non sufficiente a giustificarne la continuazione della sperimentazione clinica e delle spese ad essa associate
  3. Il metodo non funziona, non c’e’ alcun effetto nei pazienti trattati e la possibilita’ di frode e speculazione sulle aspettative e disperazione di pazienti e famigliari verra’ indagata


Ricordi e la Cure Alliance non sono quindi pro o contro nessuno, ma restano a favore di una verifica che e’ nell’interesse di tutti e che mettera’ fine a comportamenti, lobby, discussioni e pubblicazioni polarizzanti e non costruttive.
L’incontro di piu’ di tre ore avvenuto domenica 7 luglio, tra membri della Cure Alliance e del Cell Transplant Center di Miami, incluso Ricordi, con Davide Vannoni e Gianfranco Merizzi, ha permesso di visionare una quantita’ significativa di dati, testimonianze, prove e controlli di qualita’ effettuati sui prodotti cellulari somministrati per aumentare la sicurezza dei trattamenti e diminuirne i rischi. 

Il volume enorme di materiale ricevuto e’ tuttora oggetto di valutazione e conferma la posizione di Ricordi a favore della verifica scientifica e obiettiva del protocollo e dei risultati che si otterranno nei trails clinici approvati. Come nella valutazione di proposte di finanziamento che sempre piu’ spesso utilizzano esperti stranieri si auspica che anche in questo caso si fara’ ricorso a esperti stranieri che possano contribuire ad esprimere un giudizio imparziale sui dati e risultati ottenuti.

ritratto di Francesca Pasinelli

Nell’articolo di Giuseppe Remuzzi, pubblicato ieri su Scienzainrete, dal titolo “Ma cosa c’entra Cure Alliance con Vannoni?” si fa riferimento, fra le altre, alla mia presenza e a quella del presidente di Telethon, Luca di Montezemolo nel board di Cure Alliance. Quando, qualche anno fa, Camillo Ricordi ci propose di far parte di quella organizzazione non abbiamo avuto dubbi:  l’obiettivo dichiarato di promuovere la ricerca traslazionale, e in particolare, la riduzione di costi e tempi con cui la ricerca biomedica si traduce in cure accessibili ai pazienti, era assolutamente condivisibile da parte di un’organizzazione come Telethon. L’indubbia statura internazionale di Ricordi in ambito di ricerca biomedica era per noi garanzia di serietà. Dopo la prima adesione agli intenti iniziali non abbiamo più avuto notizia di attività o iniziative da parte di Cure Alliance, fino alle ultime settimane, quando il prof. Ricordi è entrato attivamente nel dibattito sulla regolamentazione delle terapie avanzate come quelle cellulari e geniche ed ha rilasciato interviste nell’ambito delle polemiche sul caso Stamina.

Per noi di Telethon tengo a ribadire come la tutela della salute dei pazienti debba sempre essere al primo posto in qualsiasi dibattito: ben venga una discussione franca, motivata e supportata da evidenze scientifiche su come eventualmente adeguare la regolamentazione attualmente vigente all’innovazione della ricerca biomedica, purché avvenga nelle sedi opportune e coinvolga tutte le parti in gioco (non solo i ricercatori, ma anche le agenzie regolatorie, i rappresentanti dei pazienti, l’industria farmaceutica). In altre parole, si può anche proporre di modificare le regole per adeguarle al mondo che cambia – di fatto è quello che sempre è successo - ma fintanto che sussistono bisogna rispettarle.

In questo senso, i recenti risultati descritti dal team guidato da Luigi Naldini dell’Istituto San Raffaele Telethon di Milano valgono più di qualsiasi parola: prima di annunciare – non in televisione, ma sulle pagine di Science – i primi esiti positivi della terapia genica in pazienti affetti da due gravi malattie genetiche, abbiamo percorso tutte le tappe necessarie che portano dalla ricerca preclinica al letto del paziente. Abbiamo ottenuto in laboratorio, e pubblicato, dati così solidi da convincere le autorità competenti ad autorizzare la sperimentazione sui pazienti della terapia genica. Abbiamo prodotto i vettori e trattato le cellule dei pazienti  secondo le più stringenti e costose regole di produzione (la tanto citata GMP). La sperimentazione è stata condotta secondo criteri di buona pratica clinica (GCP). Prima di annunciare i risultati abbiamo atteso poi il tempo necessario (tre anni) per verificare che gli esiti della terapia sui pazienti avessero cambiato significativamente la storia naturale della loro malattia e siamo ricorsi alla validazione della comunità scientifica  attraverso la sottomissione dell’articolo a Science.

In conclusione, pur condividendo gli obiettivi e le premesse di Cure Alliance, non approviamo il contenuto delle dichiarazioni del professor Ricordi, così come sono  riportate dalla stampa,  e abbiamo già espresso direttamente a lui le nostre perplessità. E’ sicuramente un bene lavorare tutti per accorciare i tempi della ricerca e l’attesa dei pazienti, ma mai derogando alle regole che la scienza si è data per tutelarli. 

ritratto di Camillo Ricordi

Cara Francesca, i nostri commenti si sono probabilmente incrociati a mezz'aria, ma come sai e come ho chiarito più di una volta la missione della Cure Alliance rimane la stessa che voi e migliaia di altre persone hanno condiviso. Fai riferimento ai miei commenti e non a quello riportato deliberatamente in maniera mistificante da alcuni che hanno ovviamente un'agenda che diventerà presto apparente. La presentazione di Paolo Bianco così come la mia risposta sono registrate e diventeranno presto pubbliche.

ritratto di Emanuela

In merito al commento di Francesca Pasinielli “In Risposta a Remuzzi” e al “Ma cosa c'entra Cure Alliance con Vannoni?” di Giuseppe Remuzzi esprimo, da ricercatrice in sociologia del processi culturali interessata alla rappresentazione mediatica del caso Stamina da parte degli scienziati, le mie perplessita sull’obiettività dei due autori. Gli interventi di Pasiniello e Remuzzi sembrano fortemente biased e contro Stamina Foundation, perché omettono alcune importanti informazioni tra cui: - il fatto che Naldini aveva rifiutato di curare Sofia (la bambina malata di leucodistrofia metacromatica), perché già sintomatica. Sofia dopo aver fatto 3 infusioni con il metodo Stamina è ancora in vita e i genitori, avendo verificato i miglioramenti, hanno condotto una campagna mediatica che ha dato loro la possibilità di continuare la cura. Vi invito a leggere il resoconto dell’arch. Guido De Barros, padre di Sofia, in questo link, dove descrive il suo rapporto con Naldini e Telethon (alcuni stralci “il dottor Naldini mi rispose che Sofia aveva già raggiunto uno stato troppo avanzato per essere arruolata al trial, snocciolandomi a sua discolpa, dati su criteri di ammissione volutamente molto rigorosi perché trattavasi di un trial molto costoso e attraversavano un periodo di burrascosa austerità...oltre ad alcuni scandali legati a Theleton” – fonte: http://www.movimentoprostamina.com/commento-di-guido-de-barros-papa-di-sofia-affetta-da-leucodistrofia-metacromatica-sulla-scoperta-di-naldini/ ). - il fatto che non venga menzionato che Nature abbia pubblicato editoriali (e non articoli) contro Stamina. Tra l’altro, in un suo editoriale recente (Nature 499, 125 - 11 July 2013 - doi:10.1038/499125a) Nature ha pubblicato informazioni FALSE in merito alle cellule prodotte con il metodo Stamina (cfr. ““Stem cells in severe infantile spinal muscolar atrophy (SMA1)”, in Neuromuscolar Disorders 22 (2012), pp. 1032-1034 “). - Il fatto che i ricercatori ucraini e russi, le cui foto sono state pubblicate nella domanda di brevetto, erano soci di Vannoni e collaboravano con lui, come più volte dichiarato dal Prof. Davide Vannoni in numerose interviste pubbliche accessibili sul web. E l’articolo di Schlegeòska in questione è citato in bibliografia. Quindi la descrizione di Remuzzi “le hanno copiate insomma, come fanno a scuola i bambini svogliati” è piuttosto fuorviante. Una diversa interpretazione potrebbe essere: "hanno fatto un lavoro collettivo per anni, parte del lavoro è stato ripreso in una domanda di brevetto, e hanno citato le fonti". Infine una precisazione: la frase di Remuzzi “l’Aifa non ha mai rilasciato un’autorizzazione formale” non è corretta. Invito il Prof. Remuzzi a chiedere al accedere a quanto scritto da Carlo Tomino, allora Direttore Vicario dell’Aifa, nell’agosto 2011, quanto scriveva – in documento protocollato ufficialmente - al direttore generale degli Spedali civili di Brescia.
ritratto di DNAyx

Su Prometeus ci siamo occupati in lungo e in largo della vicenda dedicandogli anche un video esplicativo. http://www.prometeusmagazine.org/wordpress/2013/07/12/cosa-ce-sotto-il-metodo-vannoni/ Se posso permettermi, trovo sinceramente poco interessante la polemica con Nature in linea generale. Personalmente la domanda che io, da biotecnologo prima e da divulgatore poi, mi pongo è: cos'è il metodo Stamina? E la risposta è semplicemente: Boh! Non c'è una pubblicazione scientifica, non c'è un brevetto*, non c'è un protocollo. Quindi di cosa vogliamo parlare? Finché questi dati non saranno resi disponibili ogni discussione è aneddotica e non scientifica. Un secolo fa si potevano trasformare aneddoti in medicina, oggi, (tranne forse che in Italia), grazie a dio non più. *Nel brevetto del 2010, rigettato in quanto ovvio (ricordiamolo), vengono usate due foto (e indicate come proprie da Vannoni) che però sono dei russi che le hanno pubblicate nel 2003 e nel 2006. Chiunque conosce la normativa sui brevetti sa che questa si chiama prior art e non può essere oggetto di brevetto. Inoltre i russi (che come giustamente affermi sono stati soci di Vannoni tra il 2007 e il 2009 - quindi dopo aver pubblicato queste foto) non sono citati come coinventori (visto che le foto erano loro ed erano pure soci di Vannoni forse lo meritavano) nè nella bibliografia, ma solo incidentalmente nel testo. Inoltre gli stessi hanno dichiarato di non aver mai autorizzato Vannoni ad usarle. Mi pare pertanto che la ricostruzione di Remuzzi sia abbastanza calzante. http://www.prometeusmagazine.org/wordpress/2013/07/03/il-metodo-vannoni-non-ce-che-facciamo/
ritratto di Emanuela

In merito al commento di Francesca Pasiniello “In Risposta a Remuzzi” e al “Ma cosa c'entra Cure Alliance con Vannoni?” di Giuseppe Remuzzi esprimo, da ricercatrice in sociologia del processi culturali interessata alla rappresentazione mediatica del caso Stamina da parte degli scienziati, le mie perplessita sull’obiettività dei due autori. Gli interventi di Pasiniello e Remuzzi sembrano fortemente biased e contro Stamina Foundation, perché omettono alcune importanti informazioni tra cui: - il fatto che Naldini aveva rifiutato di curare Sofia (la bambina malata di leucodistrofia metacromatica), perché già sintomatica. Sofia dopo aver fatto 3 infusioni con il metodo Stamina è ancora in vita e i genitori, avendo verificato i miglioramenti, hanno condotto una campagna mediatica che ha dato loro la possibilità di continuare la cura. Vi invito a leggere il resoconto dell’arch. Guido De Barros, padre di Sofia, in questo link, dove descrive il suo rapporto con Naldini e Telethon (alcuni stralci “il dottor Naldini mi rispose che Sofia aveva già raggiunto uno stato troppo avanzato per essere arruolata al trial, snocciolandomi a sua discolpa, dati su criteri di ammissione volutamente molto rigorosi perché trattavasi di un trial molto costoso e attraversavano un periodo di burrascosa austerità...oltre ad alcuni scandali legati a Theleton” – fonte: http://www.movimentoprostamina.com/commento-di-guido-de-barros-papa-di-sofia-affetta-da-leucodistrofia-metacromatica-sulla-scoperta-di-naldini/ ). - il fatto che non venga menzionato che Nature abbia pubblicato editoriali (e non articoli) contro Stamina. Tra l’altro, in un suo editoriale recente (Nature 499, 125 - 11 July 2013 - doi:10.1038/499125a) Nature ha pubblicato informazioni FALSE in merito alle cellule prodotte con il metodo Stamina (cfr. ““Stem cells in severe infantile spinal muscolar atrophy (SMA1)”, in Neuromuscolar Disorders 22 (2012), pp. 1032-1034 “). - Il fatto che i ricercatori ucraini e russi, le cui foto sono state pubblicate nella domanda di brevetto, erano soci di Vannoni e collaboravano con lui, come più volte dichiarato dal Prof. Davide Vannoni in numerose interviste pubbliche accessibili sul web. E l’articolo di Schlegeòska in questione è citato in bibliografia. Quindi la descrizione di Remuzzi “le hanno copiate insomma, come fanno a scuola i bambini svogliati” è piuttosto fuorviante. Una diversa interpretazione potrebbe essere: "hanno fatto un lavoro collettivo per anni, parte del lavoro è stato ripreso in una domanda di brevetto, e hanno citato le fonti". Infine una precisazione: la frase di Remuzzi “l’Aifa non ha mai rilasciato un’autorizzazione formale” non è corretta. Invito il Prof. Remuzzi a chiedere di accedere a quanto scritto da Carlo Tomino, allora Direttore Vicario dell’Aifa, nell’agosto 2011 – in documento protocollato ufficialmente - al direttore generale degli Spedali civili di Brescia."
ritratto di Daniele2

La ricercatrice russa di cui Vannoni ha copiato le foto nella sua richiesta di brevetto ha affermato che: - la sua ricerca era precedente al conoscere Vannoni, quindi i risultati sono suoi e in nessun modo legati a Stamina - non ha mai ricevuto richiesta d'uso e mai ha concesso l'autorizzazione di utilizzare parti della sua ricerca in altri documenti link http://www.linkiesta.it/denuncia-metodo-stamina

Aggiungi un commento

Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

Read time: 9 mins
Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.