Fosforo per l’agricoltura di guerra

Read time: 3 mins

Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale, tra i primi settori a risentirne pesantemente gli effetti ci fu l’agricoltura. Le difficoltà degli agricoltori italiani derivavano soprattutto dai costi e dalla carenza di fertilizzanti, nonché dalla penuria di altri prodotti precedentemente importati che, improvvisamente, venivano a mancare.

I fertilizzanti fosfatici

Un esempio importante è quello del fosforo, elemento indispensabile per il nutrimento delle piante. I terreni possono contenerlo in grande quantità ma se è presente in forma insolubile, come nel fosfato tricalcico, non può venire utilizzato. L’idea di convertirlo in composto solubile, mediante acidificazione, si può ricondurre alle osservazioni del chimico tedesco Justus von Liebig (1803-1873) il quale, nel 1830, notò che le ossa, previamente trattate con acido, costituivano un buon fertilizzante. Successivamente (1843) nacque in Inghilterra l’industria dei fertilizzanti fosfatici. I cosiddetti “superfosfati o perfosfati” vengono prodotti facendo reagire l’acido solforico (o fosforico) con rocce finemente macinate, ottenendo una miscela di composti tra cui il fosfato biacido di calcio.

Le scorie Thomas

Prima dello scoppio del conflitto, gli agricoltori italiani ricorrevano abbondantemente anche alle cosiddette “scorie Thomas” d’importazione.  Ricordiamo che le “Thomas” derivavano dall’industria siderurgica e, in particolare, dall’affinazione delle ghise fosforose in ragione di 2-2,5 quintali per tonnellata di acciaio. Le scorie contenevano anidride fosforica (12-23%), ossido di calcio (40-50%), silice ed altri ossidi (magnesio, ferro, manganese). Nel 1916 la rivista Le Stazioni sperimentali Agrarie Italiane dedicò ampio spazio ai contributi tesi a risolvere i problemi agrari creati dalla guerra, pubblicando anche estratti maneggevoli ed economici adatti alla diffusione nelle campagne.

Penurie dell’agricoltura di guerra

Ne abbiamo un esempio, che ben si collega al nostro tema, in quello intitolato “Come supplire alle Scorie Thomas per la concimazione”. Il testo si apre con un’amara constatazione: “Devesi premettere che il consumo delle scorie Thomas in Italia, prima della grande guerra attuale, aveva sorpassato la rispettabile cifra di quintali 1.300.000; che le scorie Thomas vengono introdotte dall’estero; infine che nell’agosto 1914 l’introduzione di questo speciale concime fosfatico è quasi completamente sospesa”.  Il testo continuava citando “l’imbarazzo” degli agricoltori abituati a ricorrere a questo tipo di fertilizzante che ora veniva a mancare.

Sugli Annali di Chimica Applicata comparvero articoli che trattavano, dal punto di vista tecnico, il tema dei perfosfati e, per spingere gli agricoltori ad usarli, venne coniato lo slogan “Il perfosfato fondamento della concimazione”, stampato anche sulle cartoline postali, accompagnato dalla scritta “Dando lavoro e cure alla produzione dei campi si contribuisce alla vittoria delle armi”. 

Un cattedratico dalla parte dei contadini

Disgraziatamente, però, i perfosfati scarseggiavano sul mercato. Bisognava incrementarne fortemente la produzione e soprattutto rifornire con regolarità le campagne. A questo proposito vi fu uno scambio di missive tra Angelo Menozzi (1854 -1947) professore ordinario di Chimica Agraria nella Scuola Superiore di Agricoltura di Milano, nonché Direttore della medesima, e l’industriale Ettore Candiani (1867 - 1924)  Presidente della Società Anonima “Super”. Menozzi sollecitava l’aumento della produzione e non mancava di riferire a Candiani i dubbi di coloro che attribuivano all’industria l’intenzione di mantenerla bassa per aumentare i prezzi.  Candiani rispose che si era fatto ogni sforzo per venire incontro alle richieste e, se vi era stato qualche ritardo nelle consegne, questo dipendeva dalle condizioni delle ferrovie. Nel frattempo era iniziata anche la fabbricazione del perfosfato basico, particolarmente utile agli agricoltori che lavoravano terreni acidi per i quali i perfosfati ordinari non si prestavano. La questione sembrava chiudersi con questa rassicurazione. Non sappiamo se Menozzi fu davvero soddisfatto ma il suo rimane uno dei rari esempi (dell’epoca) di cattedratico schierato con i contadini.

altri articoli

Le notizie di scienza della settimana #104

Il biologo molecolare russo Denis Rebrikov ha dichiarato che ha intenzione di impiantare nell'utero di una donna embrioni geneticamente modificati con la tecnica CRIPSR entro la fine dell'anno. L'obiettivo sarebbe quello di prevenire che la madre, colpita da una forma di HIV resistente ai farmaci antiretrovirali, trasmetta il virus ai propri figli. Per farlo, Rebrikov userebbe la tecnica CRISPR-Cas9 per disattivare il gene CCR5, in modo simile a quanto fatto dallo scienziato cinese He Jiankui che lo scorso novembre aveva annunciato di essere stato il primo a far nascere una coppia di gemelle con questo procedimento (He voleva però evitare la trasmissione del virus dell'HIV dal padre alle figlie). La legislazione russa proibisce l'editing del genoma umano in senso generale, ma la legge sulla fertilizzazione in vitro non vi fa esplicito riferimento, e dunque Rebrikov potrebbe trovarsi di fronte un vuoto normativo che conta di colmare chiedendo l'autorizzazione di una serie di agenzie governative, a partire dal Ministero della salute. Scienziati ed esperti di bioetica si dicono preoccupati. La tecnologia non è ancora matura, motivo per cui qualche mese fa un gruppo di importanti ricercatori del campo avevano chiesto di mettere a punto una moratoria sul suo utilizzo in embrioni destinati all'impianto in utero. Non è chiaro poi se i rischi superino i benefici. In primo luogo, la disattivazione del gene CCR5 protegge dalla trasmissione del virus dell'HIV nel 90% dei casi. In secondo luogo, il rischio di mutazioni off-target e on-target indesiderate è ancora molto alto. Rebrikov sostiene che la sua tecnica ne riduca drasticamente la frequenza, ma finora non ha pubblicato alcuno studio scientifico che lo dimostri. Nell'immagine: lo sviluppo di embrioni umani geneticamente modificati con la tecnica CRISPR per correggere una mutazione responsabile della cardiomiopatia ipertrofica (lo studio, condotto nel laboratorio di Shoukhrat Mitalipov presso la Oregon Science and Health University di Portland, risale al 2017 ed è stato pubblicato su Nature). Credit: Oregon Science and Health University. Licenza: OHSU photos usage

Dove finisce la plastica dei ricchi?

Ogni anno gli Stati Uniti producono 34,5 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. 1 milione di tonnellate vengono spedite fuori dal continente. Fino a qualche anno fa la maggior parte veniva spedita in Cina e Hong Kong, ma nel 2017 la Cina ha chiuso le porte a questo tipo di importazioni, autorizzando solo l'arrivo della plastica più pulita e dunque più facile da riciclare.