Il chimico Selmi e il sacrificio della cinciallegra

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Vignola è una graziosa cittadina di provincia che dista dal capoluogo, Modena, circa ventitré chilometri. Più o meno tutti la conoscono per le gustose ciliegie che maturano nei frutteti delle campagne circostanti tra maggio e giugno ma è nota anche per aver dato i natali a personaggi famosi. In primo luogo si ricorda l’architetto Jacopo Barozzi (1507-1573), detto comunemente Il Vignola ma per noi chimici è altrettanto meritevole di menzione Francesco Selmi (1817-1881).

I suoi concittadini gli hanno intitolato la locale biblioteca e i modenesi un Istituto di Istruzione Superiore. Uno dei suoi biografi, lo storico del Risorgimento Giovanni Canevazzi (1870-1932), lo definì “patriotta”, letterato e scienziato. L’anno scorso, per celebrare il bicentenario della nascita, ha preso avvio una serie di iniziative che si protrarranno fino al mese di maggio del corrente anno.

Francesco Selmi, il chimico "patriota"

Come patriota risorgimentale, Selmi fu condannato all’esilio dal Duca di Modena e riparò in Piemonte nel 1848. Ebbe varie missioni politiche e, nel 1859, Cavour e La Farina lo incaricarono di promuovere l’insurrezione del Ducato, cosa che fece con un proclama inviato da Parma per incitare il popolo alla rivolta. Dopo l’Unità divenne Capo di Gabinetto del Ministro della Pubblica Istruzione e s’impegnò attivamente per il rinnovamento del sistema scolastico. La sua carriera accademica non fu agevole, nonostante le numerose pubblicazioni in diversi settori della materia. Si occupò di chimica fisica, inorganica, organica e biologica, conquistando finalmente la cattedra a Bologna ma solo all’età di cinquant’anni. Icilio Guareschi (1847-1918), chimico e autorevole storico della chimica, autore della memoria “Francesco Selmi e la sua opera scientifica”, presentata ai Lincei l’8 gennaio 1911, lo definì un chimico di “grandissimo” valore, uomo onesto, cortese, modesto, umile, di animo nobile e di sapere “elevatissimo”.

Tutte queste qualità non gli bastarono evidentemente a prevalere sui concorrenti (tanto per cambiare) e chi vuole approfondirne le ragioni può fare riferimento alla citata memoria. Quando si parla di Selmi non se ne può trascurare il pionieristico contributo allo studio delle “false” soluzioni o soluzioni colloidali. Egli se ne occupò già a partire dal 1846 poi ancora, con qualche interruzione, fino al 1870. Gli contende la priorità in questo settore lo scozzese Thomas Graham (1805-1869) che stabilì la distinzione fra cristalloidi e colloidi. I sostenitori di Selmi affermano che questi anticipò Graham.

Francesco Selmi

All’Università di Bologna, Selmi insegnò Chimica Farmaceutica e si dedicò prevalentemente alla chimica tossicologica. I suoi contributi sui veleni, la scoperta delle ptomaine (alcaloidi tossici che si formano nei cadaveri), le tante perizie giudiziarie e il libro intitolato Nuovo processo generale per la ricerca delle sostanze venefiche, pubblicato da Zanichelli nel 1875, testimoniano il valore della sua opera.

Tossicologo esperto di veleni

Purtroppo, senza conoscenze adeguate di chimica e, specialmente di chimica analitica vecchio stile, non è agevole accostarsi a questi testi. Aspettano, forse, l’intervento di qualche divulgatore capace di parlarne in termini comprensibili a un lettore non specialista. Le memorie di Selmi lette all’Accademia delle Scienze della città felsinea potrebbero incuriosire molti, a partire dal titolo. Un esempio le “Ricerche chimico-tossicologiche sopra il cervello di uno che si avvelenò con fosforo”, letta nell’adunanza del 20 Maggio 1880.

Sfogliando il manuale sopracitato ci si imbatte invece nelle “Osservazioni nel caso di una perizia legale”. Selmi racconta che fu invitato dal Tribunale a verificare se nei visceri di un cadavere, disseppellito dopo venti giorni dalla tumulazione, ci fosse qualche sostanza venefica. La lettura non manca d’interesse e di spunti di riflessione. Una volta estratto l’alcaloide dai visceri, la prassi richiedeva di sperimentarne la tossicità su animali viventi e di confrontare il risultato con la somministrazione di un campione dello stesso alcaloide preso dal laboratorio. Selmi condusse le sue prove su alcuni uccellini e il primo fu un paronzolo, ossia una cinciallegra. La descrizione degli effetti della sostanza tossica sul malcapitato, molto dettagliata, non la riportiamo qui perché, pur trattandosi di un animaletto, merita compassione. È chiaro d’altronde che la scienza non poteva progredire senza questi sacrifici ma, anche dagli scritti di Selmi, si comprende che oggi la sperimentazione su animali va compiuta solo se indispensabile e se non esistono metodi alternativi di comprovata affidabilità.

 

 

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