fbpx Premio Sapio alla terapia genica | Scienza in rete

Premio Sapio alla terapia genica

Primary tabs

Read time: 2 mins

Per il contributo che ha dato a rendere più sicura ed efficace la terapia genica Luigi Naldini, direttore del San Raffaele Telethon Institute for Gene Therapy (HSR-TIGET) e professore ordinario presso l’Università Vita Salute San Raffaele, ha ricevuto a Roma il premio Sapio 2012 per la salute. Il premio ha come finalità la divulgazione del lavoro dei ricercatori che operano in Italia, per accelerare i processi di sviluppo nel nostro paese. A questa, che è stata la tredicesima edizione, hanno concorso 175 candidati con 125 ricerche. Il lavoro di Naldini è stato premiato per i successi già ottenuti e per le sue prospettive di ulteriore miglioramento. Il metodo già messo in pratica nel centro di ricerca milanese prevede infatti l'autotrapianto di cellule staminali emopoietiche che vengono prelevate dai pazienti, modificate geneticamente attraverso un vettore virale e poi reimpiantate nei portatori di alcune immunodeficienze, malattie ematologiche e da accumulo. In tal modo è stato possibile ripristinare l'espressione del gene deficitario in maniera potenzialmente permanente. La correzione dell'errore genetico responsabile della malattia tramite il virus ingegnerizzato, tuttavia, non è esente da rischi. Per ridurli, il gruppo di Naldini ha ideato una doppia strategia: inserire il gene terapeutico in un punto preciso, a valle del suo promotore endogeno, e modularne l'espressione genica tramite microRNA, in modo da ripristinarne la funzione rimettendolo però anche sotto il suo controllo fisiologico. I nuovi approcci sono ancora in fase di sperimentazione preclinica, ma promettono di rendere più sicuro il trattamento.

 

http://www.premiosapio.it/2011/pagine/dynamic_art.php?id=9&table_name=20...

 

 

Autori: 
Sezioni: 
Telethon

prossimo articolo

Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

pastiglie varie

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).

Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.