fbpx I molluschi e l'acidità dei mari | Page 14 | Scienza in rete

I molluschi e l'acidità dei mari

Read time: 2 mins

Pubblicata una ricerca in cui si mostra che coralli e molluschi sono in grado di resistere all'innalzamento di acidità degli oceani, ma se a questa si affianca anche l'aumento della temperatura i problemi diventano molto più gravi.

Lo studio è frutto del lavoro di un team di ricercatori europei (tra i quali Francesco Paolo Patti della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli) coordinati da Riccardo Rodolfo-Metalpa (IAEA - Marine Environment Laboratories del Principato di Monaco) che alle analisi di laboratorio hanno affiancato ricerche nelle acque del Tirreno al largo dell'isola di Ischia. L'obiettivo era quello di verificare se, come sostenuto finora, la progressiva acidificazione delle acque dovuta all'aumento di CO2 atmosferico mettesse a repentaglio la sopravvivenza stessa dei coralli e dei molluschi.

Dalle ricerche, pubblicate su Nature Climate Change, è invece emerso che l'acidificazione non riduce la capacità dei molluschi e dei coralli a calcificare. Anzi, sembra che esponendo questi organismi marini agli alti livelli di CO2 previsti per i prossimi tre secoli si assista a una crescita più rapida rispetto agli standard normali. Secondo i ricercatori sarebbero i tessuti e gli strati esterni di questi organismi a giocare un prezioso ruolo protettivo dagli effetti corrosivi dell'acidificazione.

Questa protezione, però, risulta gravemente compromessa se all'acidificazione si aggiunge l'innalzamento della temperatura dell'acqua. Visto che, stando alle stime più diffuse, nell'arco di questo secolo la temperatura degli oceani aumenterà di 1-4 °C, potremmo dunque assistere a un aumento della mortalità di molti organismi marini e al rischio concreto di estinzione per alcune specie.

Nature Climate Change

Autori: 
Sezioni: 
Oceanografia

prossimo articolo

Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

pastiglie varie

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).

Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.