fbpx Proteomica: mappare la proteine che ci rendono umani | Page 12 | Scienza in rete

Proteomica: mappare la proteine che ci rendono umani

Read time: 2 mins

Se il 2001 è stato caratterizzato dalla pubblicazione della prima bozza del genoma umano, il 2014 potrà essere ricordato per la comparsa delle prime bozze del proteoma umano.
L’ultimo numero della rivista Nature contiene infatti due articoli di gruppi indipendenti che hanno perseguito e raggiunto lo stesso obiettivo: identificare la parti del macchinario cellulare. Si tratta di uno straordinario passo avanti nel campo della biologia e un importante complemento al genoma umano e dei dati trascrittoma, oltre a rappresentare una risorsa utile per la ricerca di base e biomedica. Entrambe i gruppi, guidati rispettivamente dai professori Akhilesh Pandey della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora (USA) e Bernhard Kuster della Technische Universitat Munchen, Freising (Germania), hanno realizzato la caratterizzazione e catalogazione del proteoma umano avvalendosi della spettrometria di massa, una tecnica che negli ultimi anni ha subito un forte sviluppo. L’equipe diretta da Kuster ha integrato i nuovi dati con informazioni già esistenti in altri database; mentre il gruppo Pandey ha utilizzato dati completamente nuovi e indipendenti analizzando 30 tessuti e cellule umane, compresi tessuti adulti, fetali e cellule ematopoietiche.
A parte le lievi differenze metodologiche, i risultati dei due gruppi sono molto simili: Pandey e colleghi hanno identificato e annotato le proteine codificate da 17.294 geni, pari a circa l’84% dei geni codificanti proteine annotati negli esseri umani e scoperto alcune regioni codificanti nuove proteine; Kuster e colleghi hanno catalogato le proteine di circa 18.000 geni umani, tra cui un nucleo di 10-12.000 proteine espresse in diversi tessuti.
Questi ultimi hanno inoltre identificato alcuni marcatori proteici che possono predire la resistenza o la sensibilità di un individuo ai farmaci. Ogni gruppo ha costruito un database interattivo a disposizione del pubblico per l'analisi dei dataset. Queste mappe del proteoma umano possono contribuire a migliorare la nostra comprensione della diversità delle funzioni della proteina nei tessuti sani ma soprattutto potrebbero fornire una lista di potenziali biomarker da impiegare nella diagnosi di diverse patologie e potrebbero essere utilizzate per comprendere e superare gli effetti collaterali di alcuni farmaci.

Autori: 
Sezioni: 
Genetica

prossimo articolo

TEA, biologico, naturale: le ambiguità del dibattito

immagine di laboratorio contrapposta a immagine di campo coltivato

L’idea che “naturale” significhi automaticamente migliore, più sano o più etico domina ancora il dibattito pubblico sull’agricoltura. Ma le Tecnologie di Evoluzione Assistita (TEA) mettono in crisi questa narrazione: non imitano la natura, la rendono più controllabile. A partire dal libro "La speranza verde” di Vittoria Brambilla e Fabio Fornara, Gilberto Corbellini smonta i miti sul biologico, analizza le critiche alle biotecnologie agrarie e mostra come, tra marketing, ideologia e paura degli OGM, la discussione scientifica risulti spesso sostituita da slogan emotivi.

Una delle affermazioni che, in prima battuta, stupisce studenti e studentesse è che l'evento più innaturale nella storia della nostra specie è stato l'invenzione dell'agricoltura. Per cui parlare di agricoltura o alimenti “naturali” non ha senso. E il termine “biologico”, usato per l'agricoltura, non ha una base scientifica; indica solo l'adesione a un insieme di pratiche più o meno definite su base normativa. Nel senso letterale del termine, qualunque agricoltura e qualunque cibo sono biologici.