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Gilberto Corbellini

Gilberto Corbellini insegna storia della medicina e bioetica alla Sapienza Università di Roma ed è direttore del Museo di storia della medicina - Dipartimento di medicina molecolare. Scrive sull'inserto culturale Domenica de Il Sole 24 Ore e ha pubblicato diversi libri, tra cui: Perché gli scienziati non sono pericolosi (Longanesi, 2009), Scienza, quindi democrazia (Einaudi 2011), Scienza (Bollati Boringhieri 2013); Nel Paese della Pseudoscienza. Perché i pregiudizi minacciano la nostra libertà. Milano, Feltrinelli, 2019. Vedi bio completa su Wikipedia.

Cinquant'anni senza malaria

Sono passati cinquant'anni da quando l'Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l'Italia libera dalla malaria: Gilberto Corbellini ripercorre la storia della lotta alla malattia nel nostro Paese, per spiegare cosa può insegnare ai piani di eradicazione mondiali.

Nell'immagine: segnatori all'opera durante la campagna antimalarica in Sardegna negli anni 1948-1950 (immagine di Wolf Suschitzky). La campagna antimalarica prevedeva due fasi: anzitutto le squadre di segnatori dovevano ispezionare il territorio per individuare i punti in cui si annidavano le zanzare; completata la mappatura, una seconda squadra aveva il compito di irrorare il DDT nelle zone segnalate.

L’Italia fu ufficialmente dichiarata libera da malaria dall’OMS il 17 novembre 1970. Una malattia antica come l’uomo era stata sconfitta dalla ricerca, dalle misure sanitarie e dallo sviluppo economico e sociale in una regione dove circolava da circa 2500 anni.

Le difese cognitive contro la pseudoscienza di Covid-19

La pandemia di Covid-19 rappresenta per molti aspetti un esperimento naturale per indagare il ruolo dei fattori politico-ideologici, sociali, psicometrici, cognitivi, psicologici, etici nella percezione della minaccia sanitaria, nella condivisione delle reazioni politiche e decisioni istituzionali e nella valutazione dell’adeguatezza dei comportamenti dei governanti. 

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La pandemia di Covid-19 rappresenta sotto diversi punti di vista una sorta di esperimento naturale. Si tratta di una crisi sanitaria che colpisce tutti i paesi e le comunità e che viene gestita dai governi e dalle persone sulla base di visioni culturali e forme di organizzazione politico-istituzionali diverse, grosso modo identica per cause ed effetti immediati, per cui si possono studiare empiricamente dinamiche sociali, politiche, psicologiche ed economiche indotte dalla situazione inattesa e anomala, che sarebbe impossibile creare artificialmente.

L'intelligenza generosa di Giulio Giorello

La scomparsa di Giulio Giorello priva il paese e la cultura, sia quella accademica sia quella pubblica, di un punto di riferimento intellettuale che negli ultimi trent’anni almeno è stato imprescindibile. Che si fosse d’accordo o in disaccordo con le sue posizioni.  La vastità e profondità dei suoi interessi, mai banali nemmeno quando estraeva filosofia da Topolino, ne fanno uno dei migliori esempi di come si possa genuinamente andare oltre le cosiddette due culture.

La pandemia è neodarwiniana, e i virus mancano di buon senso

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È un’inclinazione (bias) del cervello umano voler prevedere tutto, soprattutto quello che non è prevedibile. E siccome nel mondo prescientifico ci si azzeccava quasi solo per caso, la selezione naturale ci ha dotati di un’altra inclinazione compensativa, quella dell’”io però l’avevo detto” (hindsight bias). Di questi e altri errori cognitivi ne sono stati commessi a valanga durante la pandemia, da parte anche degli esperti.

C'è bisogno di scienze sociali, ma non quelle di una volta

Miniatur Wunderland, Amburgo. Foto di Renata Tinini.

Il Bando MUR (Decreto Direttoriale 562), che finanzierà progetti di ricerca in area Covid-19, destinerà risorse anche per studi di scienze sociali e umanistiche. Malgrado siano state richiamate nelle discussioni pubbliche, soprattutto in ambito internazionale, come potenziali e necessari ausili per governare la pandemia, le scienze sociali e umanistiche sono state in realtà fin qui ignorate e in alcune situazioni sbeffeggiate. La cura e il contrasto di una malattia infettiva è affare per medici, non per scienziati sociali! Si è letto in giro. Per la serie “Behavioral Science?

Patocenosi di Covid-19: un tributo a Mirko Grmek

La teoria della patocenosi, elaborata dal grande storico della medicina Mirko Grmek, apre a una visione ecologica delle malattie in equilibrio dinamico fra loro. A volte una malattia ne eclissa altre, come fece la peste nera con vaiolo e morbillo. Comune è anche la sinergia fra loro, come le coinfezioni e il potenziamento della malattia stessa dovuto alla risposta parossistica degli anticorpi, come nel caso del nuovo coronavirus. La lente della patocenosi chiarisce anche le caratteristiche della pandemia da SARS-CoV-2, che emerge dal combinato della promiscuità uomo-animale nei wet market cinesi ma spicca il volo per la loro adiacenza con i centri direzionali abitati da individui che si spostano continuamente e rapidamente a livello planetario. E spiega anche il fatto che SARS-CoV-2 utilizzi per entrare nelle cellule dell’ospite un recettore che si trova espresso in quantità più significative nelle persone anziane e nelle persone colpite dalle patologie cosiddette del benessere, proliferando in un ecosistema sanitario avanzato che per rispondere a queste malattie ha abbassato la guarda sul territorio e aumentato la disponibilità di metodi di intervento salvavita come le terapie intensive. Si crea così un circolo virtuoso ma perverso per la diffusione del parassita, che sancisce la superiore intelligenza collettiva dei germi su ogni attuale forma di intelligenza collettiva umana o artificiale.
Nell'immagine, Mirko Grmek (1924-2000).

Il famoso detto di Cicerone – Historia magistra vitae – ha un valore limitato e pragmatico per lo storico delle malattie. Nel campo dell’epidemiologia, se la storia non insegna infatti cosa dobbiamo fare nel presente per garantirci un futuro migliore, nondimeno consente di capire meglio cosa sta accadendo davanti ai nostri occhi e può metterci in guardia dall’intraprendere azioni nefaste. Mirko Grmek, Pathological Realities, 2019

Storie di epidemie e di Covid-19: meno narrazioni e più storie naturali

La pandemia di Covid-19 ha portato a riparlare delle grandi epidemie del passato, prime tra tutte quelle di peste e di influenza spagnola. Ma ogni epidemia è diversa, anche nel contesto storico, sociale ed economico in cui si svolge, e fare paragoni può essere ingannevole.
Nell'immagine: rappresentazione della peste bubbonica che colpì Tournai nelle cronache di Gilles Li Muisis (1272-1352), abate del monastero di San Martino dei giusti. Crediti: Wikipedia. Licenza: dominio pubblico

Il feed di Google News mi segnala ogni giorno articoli nazionali e internazionali sulla storia delle epidemie e delle pandemie.

La pandemia non è hegeliana, ma darwiniana

La discussione sulla pandemia in corso sembra ispirata, come gran parte delle discussioni pubbliche su fatti di cui si capisce poco, a una tradizione molto importante e molto fuorviante del pensiero occidentale, espressa con formidabile efficacia dal buon Hegel: ciò che è razionale è reale e ciò che è reale è razionale. Peccato che tale credenza o idea sia falsa in generale, e pericolosa da usare nel merito di un’emergenza come quella in corso.

AVIGAN e le terapie a furor di popolo

Un video su YouTube, una proposta che non trova nessun riscontro in letteratura scientifica e, per dirla con le parole di De Andrè, una freccia che "come dall'arco scocca, vola veloce di bocca in bocca". Ma gli scienziati, che sono conservatori, si fidano ancora del metodo scientifico...
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Ci risiamo! Sembra un sequel del caso Stamina, quando 3 milioni di euro furono destinati per una sperimentazione, mai partita, intesa a provare quello che gli scienziati sapevano e dicevano, cioè che non era una cura. Cambia il contenuto ma non il metodo. Nell’emergenza e nella paura viene spontaneo smanettare o agitarsi o ignorare le regole e le buone pratiche, per cui i richiami al metodo scientifico cadono inascoltati e nelle società/economie fondate sulla conoscenza paradossalmente la mentalità tribale torna in auge.

Serve la genetica per prevenire il razzismo a scuola

Come si potrebbe usare la scienza per disinnescare le percezioni intuitive, che nel caso del razzismo producono ben più danni di una percezione geocentrica? Uno studio pubblicato di recente su Science Education mostra come se si insegna bene la variabilità biologica e la sua origine/funzione evolutiva agli studenti, e se li si guida a capire davvero le modalità attraverso cui geni e contesto ambientale concorrono a costruire il fenotipo, questi smettono spontaneamente di credere alle razze e controllano i bias razzisti. L'ipotesi è, quindi, che l’insegnamento della biologia e della genetica possa disinnescare il bias cognitivo essenzialista

Chi ha studiato l’abc della genetica sa che le razze non esistono nella specie umana. Chi ha studiato l’abc delle neuroscienze cognitive sa che il razzismo però esiste, come predisposizione grosso modo innata a discriminare chi non fa parte del gruppo di riferimento. Per riprende un esempio usato anche da Guido Barbuiani, noi sappiamo studiando l’astronomia che la Terra gira intorno al Sole, ma quando guardiamo verso il cielo, vediamo il contrario. E non ci serve quello che sappiamo per cambiare la nostra percezione.

La pseudoscienza della psicoanalisi: una constatazione epistemologica

Una forma di bias negazionista sembra difendere la psicanalisi contro l’ipotesi che si tratti di una pseudoscienza. In quest'articolo, Gilberto Corbellini entra nel merito della questione, compiendo una disamina della letteratura in merito: la psicoanalisi, conclude, è fondata su una teoria della mente che non ha un senso biologico, è generica e non è confutabile. E dunque, al di là del giudizio morale e dei risvolti bioetici, rientra tra le pseudoscienze.
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La questione se la psicoanalisi sia una scienza o una pseudoscienza, affrontata in una recente intervista, continua a far sobbalzare sulle loro sedie, oltre che gli psicoanalisti che hanno un interesse anche economico nella faccenda, persone che sarebbero del tutto disposte ad ammettere che l’agopuntura o l’omeopatia sono pseudoscienze.

Pseudoscienza tra basi cognitive e modernità

Avvallare le pseudoscienze ha portato effetti negativi sia in termini di politiche sanitarie e ambientali sia in termini di perdita di credibilità delle istituzioni. Ma per contrastarle bisogna capirne le origini quando, secoli fa, le nostre disposizioni cognitive si sono orientate verso le false credenze, facendo sì che la nostra specie acquisisse bias e false credenze. A metterle sotto controllo sono stati l'uso e la diffusione del pensiero controfattuale e del metodo scientifico, che dipendono da specifici processi di giudizio, che non raggiungono spontaneamente la qualità critica necessaria per capire e navigare nella modernità. È quindi necessario esercitare uno sforzo per poter acquisire il pensiero critico. E non funziona prendersela con le persone, perché il contravveleno è l’educazione al metodo scientifico, un faticoso ma necessario addestramento al pensiero critico. Gliberto Corbellini, autore di “Nel paese della pseudoscienza” (Feltrinelli editore, 2019), ripercorre le basi cognitive che sottendono la tendenza a credere alla pseudoscienza e il percorso che consente di superarli. (Nell'immagine, una mappa frenologica della fine dell'Ottocento. Crediti: Wikimedia Commons. Licenza: pubblico dominio)

Avvallare le pseudoscienze ha portato effetti negativi sia in termini di politiche sanitarie e ambientali sia in termini di perdita di credibilità delle istituzioni. Ma per contrastarle bisogna capirle le origini quando, secoli fa, le nostre disposizioni cognitive si sono orientate verso le false credenze, facendo sì che la nostra specie acquisisse bias e false credenze. A metterle sotto controllo sono stati l'uso e la diffuzione del pensiero controfattuale e del metodo scientifico, che dipendono da specifici processi di giudizio, che non raggiungono spontaneamente la qualità critica necessaria per capire e navigare nella modernità. È quindi necessario esercitare uno sforzo per poter acquisire il pensiero critico. E non funziona prendersela con le persone, perché il contravveleno è l’educazione al metodo scientifico, un faticoso ma necessario addestramento al pensiero critico. E’ la tesi del nuovo libro di Gilberto Corbellini, Nel paese della pseudoscienza (Feltrinelli, 2019) che legge la tendenza all’ignoranza e alla credulità umana con le lenti  naturalistiche del cognitivismo.

Gliberto Corbellini, autore di “Nel paese della pseudoscienza” (Feltrinelli editore), ripercorre le basi cognitive che sottendono la tendenza a credere alla pseudoscienza e il percorso che consente di superarli

Animalismo e pallottole

La sperimentazione sugli animali è un tema fortemente divisivo da tempo, ma in questo periodo particolarmente sentita a causa del progetto torinese che impiega i macachi per studiare il blindsight. I ricercatori che conducono lo studio hanno subito insulti e minacce, tra cui una lettera accompagnata da un proiettile. Enrico Bucci e Gilberto Corbellini, che hanno riflettuto sulla vicenda in un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore, rispondono ora alle critiche suscitate, e in particolare a quella del filosofo Leonardo Caffo, pubblicata dalla LAV. Ricordando che, in conclusione, nella sua massima parte la sperimentazione animale è ancora, purtroppo, irrinunciabile.

La crisi delle humanities

Wanderer Above the City of Fog. Digital adaption by Simon Max Bannister 2012 (Original painting by Caspar David Friedrich).

Le humanities, le discipline umanistiche quali letteratura, filosofia, storia, storia dell’arte, semiotica, arti visive e performative, sono in crisi nei Paesi occidentali. Le immatricolazioni universitarie a questi corsi sono calate o addirittura precitate, e nel giugno 2015 il governo giapponese ha varato una riforma delle università che avrebbe chiuso metà dei dipartimenti di humanities e social sciences. Ma a cosa si deve questo declino? E soprattutto, ha ancora senso finanziare e studiare le humanities? Forse, la tesi più interessante e probabilmente la più valida in difesa dell’utilità, nel passato e oggi, delle humanities è quella del linguista computazionale e storico olandese Rens Bod, per la quale le le discipline umanistiche hanno concorso al progresso umano, catturando, con i loro metodi, dimensioni strutturate della realtà, affrontando problemi concreti e trovando applicazioni in campi del tutto inattesi.

Lo strano patto Grillo-Burioni

Beppe Grillo si diverte e prendere in giro gli scienziati e a pontificare di “cervelli che non fuggono”. Lo ha fatto con un post in cui dice che parteciperà al convegno dei terrapiattisti, a Palermo, perché lì incontrerà “cervelli che non scappano davanti a nulla, nessun pregiudizio, nessuna legge della fisica è definitiva”. Grillo non difende il terrapiattismo, ma elogia l’anticonformismo, trovando un esempio tutt’altro che edificante, e non solo sul piano epistemologico.

Come dire che i vaccini servono a tutti

Nel Paese più liberale del mondo e più rispettoso della libertà individuale, gli Stati Uniti, stiamo assistendo a un irrigidimento delle regole relative alla obbligatorietà dei vaccini.
In Stati che sono agli estremi come benessere e atteggiamenti sociali (California e Mississipi) si è reintrodotto l’obbligo di vaccinazione per l’ammissione alle scuole: non sono più possibili eccezioni basate  su credenze personali e non fondate su certificati problemi medici (New England Journal of Medicine, 14 Agosto 2015).

Un’ipotesi naturalistica

La scienza è implicata in diversi aspetti del funzionamento sociale del mondo moderno.
L’educazione, la sanità, la difesa, la comunicazione, i trasporti, il lavoro e i rapporti internazionali di un paese economicamente competitivo sono resi possibili e condizionati dalla presenza della scienza come attività umana: grazie alle conoscenze scientifiche è possibile esercitare il controllo su processi naturali che, spontaneamente, non darebbero certo luogo agli ambienti in cui viviamo e, più in generale, a “come” viviamo.