Lo strano patto Grillo-Burioni

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Beppe Grillo si diverte e prendere in giro gli scienziati e a pontificare di “cervelli che non fuggono”. Lo ha fatto con un post in cui dice che parteciperà al convegno dei terrapiattisti, a Palermo, perché lì incontrerà “cervelli che non scappano davanti a nulla, nessun pregiudizio, nessuna legge della fisica è definitiva”. Grillo non difende il terrapiattismo, ma elogia l’anticonformismo, trovando un esempio tutt’altro che edificante, e non solo sul piano epistemologico.

Interessante e tutto regolare, a parte la grammatica. Grillo è Grillo: un iconoclasta che non sa distinguere il vero dal falso, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, perché crede di poterlo stabilire lui, di essere al di sopra di tutto, anche della legge, e di tutti. Ricorda certi individui con disturbi della personalità, il cui destino può essere diventare dittatori sanguinari, o attori su un palcoscenico, o pazienti controllati da qualche camicia di forza. Cosa altro aspettarsi da Grillo? Meno normale è che parlamentari e qualche scienziato difendano ogni fesseria che strilla, a prescindere: Grillo ha sempre ragione, anche quando sbaglia.

Un patto per la scienza

In 7mila hanno sottoscritto un patto per la scienza (di cui Scienza in rete ha parlato qui). L’impressione è che sia stato preso sul serio perché sponsorizzato dalla star Burioni (forse senza leggerlo bene), e che tutti i media hanno strombazzato quando l’hanno firmato anche Grillo e Renzi. E allora, dirà qualcuno? Facciamo finta che non sia irrituale che un “patto per la scienza”, proposto dalla comunità scientifica a tutte le forze politiche e quindi, uno si immagina, attento alla indipendenza della scienza, venga giocato su un tavolo politico dove ci sono solo due partiti. “Trasversale”? Mi sentirei però preso in giro, se avessi firmato, ascoltando poi Grillo dire: “Burioni chi? Non lo conosco. Io ho solo firmato un appello che mi ha sottoposto il professor Silvestri. Come si può” – dice ancora Grillo –“ essere contro la scienza o contro i vaccini… però i vaccini non devono essere obbligatori”. È un sunto della risposta a chi, soprattutto no-vax, lo criticava per aver firmato il Patto trasversale per la scienza insieme a Burioni.

Ancora tutto regolare. Trovare un’idea su cui Grillo sta fermo più di mezz’ora è come cercare il Graal. Ma Grillo ha sempre ragione anche quando sbaglia.

La politica non si impicci di cosa è scienza e cosa non lo è

Il Patto trasversale per la scienza difende l’indipendenza e la neutralità politica della scienza? Difende l'uso del metodo scientifico dalle aggressioni della pseudoscienza? No. Di primo acchito si può anche pensare che abbia senso. Ma letto attentamente è iper-generico e non dice quasi nulla di preciso. A cominciare dal definire la scienza “un valore universale dell’umanità”. Viene da piangere per l’inconsistente e l’ovvia banalità di una tale definizione, che consentirebbe a qualunque pseudoscienziato di sottoscriverla. Soprattutto, non si capisce se i firmatari del patto vogliono continuare a vivere in una democrazia liberale o pensano davvero che sia in linea con la difesa della libertà di ricerca affidare alla politica di legiferare contro la pseudoscienza. Come chiede il Patto trasversale per la scienza.

Messo così, anche Hitler, Mussolini e Stalin lo avrebbero firmato. Per loro era scontato che spetta a chi comanda stabilire cosa sia pseudoscienza: si erano inventati, insieme ai loro servi, la fisica giudaica, la scienza demo-pluto-giudaico-massonica, l’antropologia razzista, la genetica borghese-capitalista, eccetera. Ricordiamo che Grillo, firmatario del Patto trasversale per la scienza,  ha avuto anche una fase antisionista e difendeva un certo Ahmadinejad, che voleva cancellare Israele dalla carta geografica. Sul suo blog spuntano di tanto in tanto interventi che denunciano il complotto mondiale pluto-massonico-giudaico.

Cosa è pseudoscienza o meno fino a oggi, nel mondo libero, lo ha deciso la libera a regolata competizione tra teorie, sulla base di esperimenti replicabili. La politica e i governi, in un sistema fondato sullo stato di diritto, non si impicciano delle credenze che non causano danni e in cui le persone si riconoscono senza costrizioni.

Le responsabilità degli scienziati

Comodo prendersela con la pseudoscienza, come fa il Patto. Non ignoriamo il qualunquismo epistemologico e l’opportunismo psicologico diffusi nel mondo degli scienziati, che hanno concorso a rendere la pseudoscienza in Italia così pervasiva politicamente, e le emergenze tipo Stamina, negazionismi vari, Xylella, tecnofobie anti-ogm eccetera così frequenti. Purtroppo, in Italia, nell’indifferenza etica, si è fatto scempio di valori fondamentali della scienza (altro che la scienza come valore. Quale scienza? Un certo modo di essere scienziati è un disvalore!). Prima di tutto falsando regolarmente negli anni le procedure cosiddette competitive di valutazione per arruolare ricercatori, professori o finanziare enti e progetti di ricerca. Il Patto trasversale per la scienza non chiede nulla sul piano della integrità e trasparenza delle procedure di governance della scienza.

Le cause della sfiducia

Inoltre, sarebbe da chiedersi con un po' di modestia perché c’è una così diffusa sfiducia verso la scienza e gli scienziati. Più volte i miei studenti di biotecnologie, negli ultimi vent’anni, mi hanno raccontato che vengono presi in giro da amici e conoscenti o peggio, quando dicono che cosa studiano: perché accade questo? Non ho la presunzione di saper rispondere, anche se qualche idea me la sono fatta.

Ricordo che vent’anni fa il comitato di scienza e tecnologia della House of Lords, esaminando la crisi nella percezione sociale della scienza in Gran Bretagna, scriveva che gli scienziati ignorano le aspettative di ascolto dei cittadini a loro rischio. Gli scienziati non godono di diritti speciali e devono guadagnarsi fiducia e privilegi confrontandosi nell’arena pubblica. Purtroppo, però, negli anni anch’essi si sono rinchiusi in filter bubbles dove vivono secondo le stesse dinamiche delle altre tribù di internet. E percepiscono come indebite ingerenze o vacue riflessioni, i tentativi di studiare l’etica, la comunicazione, la politica o l’epistemologia della scienza cercando di usare strumenti meno improvvisati per capire o affrontare processi dannatamente complicati. In realtà, come dicevano i Lords, la “licenza di fare ricerca” nel mondo democratico deve essere negoziata continuamente, e non data per scontata. Quindi sarebbe importante ragionare più collaborativamente su come rafforzare il ruolo culturale della scienza e gestire le derive settarie che stanno minacciando la libertà in Occidente.

 

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Il nuovo Report dell’Ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità “Healthy, prosperous lives for all: the European Health Equity Status Report” fa il punto sulle disuguaglianze di salute in Europa. In sintesi, il gap di salute fra ricchi e poveri si riduce meno dell’atteso. In termini di speranza di vita alla nascita, la differenza media è di 3,9 anni nelle donne (speranza di vita media 82 anni; intervallo: 78,1-86) e di 7,6 anni negli uomini (speranza di vita media 76,2 anni; intervallo: 3,4-15,5). L’Italia (e altri paesi come Grecia e Portogallo) ha i valori più alti di speranza di vita, segno che i fattori protettivi come dieta e coesione sociale riescono a contrastare i fattori di rischio e la presente stagnazione economica. Buona anche la performance dell’Italia nella sopravvivenza libera da malattie. Riconoscendo l’importanza di agire direttamente sui determinanti sociali della salute, l’OMS misura l’effetto di 8 politiche sulla riduzione delle differenze di salute fra classi sociali: (1) aumento di 1.000 dollari del PIL pro capite; (2) riduzione delle disuguaglianze di reddito; (3) riduzione del tasso di disoccupazione; (4) riduzione delle spese private per la salute; (5) aumento delle spese di protezione sociale; (6) aumento del finanziamento del sistema sanitario pubblico; (7) aumento della spesa pubblica in politiche del lavoro; (8) aumento della spesa pubblica nelle abitazioni e condizioni di vita. L’aumento del reddito pro capite è l’unico parametro a non avere effetto sulla disuguaglianze, mentre le politiche del lavoro e le condizioni di vita e abitative hanno l’effetto massimo.

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