fbpx Vivere dentro un buco nero | Scienza in rete

Vivere dentro un buco nero

Primary tabs

Read time: 2 mins

In uno studio si suggerisce che la struttura interna di alcuni tipi di buco nero possa essere particolarmente complessa permettendo persino a pianeti di orbitare intorno alla singolarità centrale.

Altro che un vorace pozzo senza fondo che cancella ogni cosa. Secondo Vyacheslav Ivanovich Dokuchaev (cosmologo della Russian Academy of Sciences di Mosca) un buco nero in rotazione potrebbe riservare molte inaspettate sorprese. I suoi calcoli, presentati nello studio teorico preparato per il Journal of cosmology and astroparticle physics, lo hanno portato a concludere che all'interno dell'orizzonte degli eventi (il confine invalicabile che isola un buco nero dal resto dell'universo) potrebbero esistere orbite estremamente stabili sulle quali fotoni e altre particelle potrebbero circolare senza il rischio di essere annientati dalla singolarità centrale.

Dokuchaev mostra che, a differenza delle orbite alle quali siamo abituati, quelle sarebbero più tormentate e spiraleggianti, ma talmente stabili che su di esse potrebbero risiedere persino strutture decisamente complesse quali oggetti planetari. Simili pianeti potrebbero non solo ricevere luce dai fotoni intrappolati nella stessa orbita, ma essere persino in grado di permettere l'evoluzione della vita e il fiorire di civiltà evolute.

Prima ancora di dare il la a interessanti dispute filosofiche, l'idea di Dokuchaev solleva interrogativi ben più concreti sulla terribile situazione degli ipotetici abitanti di questi pianeti, sottoposti a incredibili effetti di marea e in balia di uno spaziotempo per il quale la legge di causa-effetto si applica solo quando gli pare.

abc.net - research paper

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Astrofisica

prossimo articolo

Early warning sismico: un test a posteriori sull’ultimo grande terremoto in Turchia e Siria

edifici crollati nella provincia turca di Hatay

I sistemi di allerta sismica precoce puntano ad avvertire con secondi o decine di secondi di anticipo che è in arrivo un terremoto pericoloso. Si basano sul fatto che quando la crosta terrestre si frattura, si generano due tipi di onde. Le prime, longitudinali, solitamente non causano danni e viaggiano più velocemente delle seconde, trasversali che invece possono causare danni anche significativi agli edifici e quindi alle persone. I sistemi di allerta precoce processano il segnale delle prime onde e prevedono se e dove, nell’area circostante l’epicentro, è probabile che le seconde siano distruttive. Un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II ha messo alla prova un approccio innovativo all’allerta precoce sfruttando i dati relativi alla prima delle due scosse che hanno colpito la regione tra Turchia e Siria a febbraio del 2023. Quella sequenza sismica ha causato quasi sessantamila morti, lasciando un milione e mezzo di persone senza casa. Nell’immagine: edifici crollati nella provincia turca di Hatay il 7 febbraio 2023. Credit: Hilmi Hacaloğlu/Voice of America.

Un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II ha messo a punto un sistema per l’allerta sismica precoce e lo ha testato retrospettivamente sulla prima delle due scosse che hanno colpito la regione al confine tra Turchia e Siria il 6 febbraio del 2023. Considerando una soglia di intensità sismica (l’effetto del terremoto su persone e cose) moderata, il sistema si è dimostrato in grado di prevedere la zona da allertare con un anticipo che varia da 10 a 60 secondi allontanandosi dall’epicentro da 20 a 300 chilometri, con una percentuale molto contenuta di falsi allarmi.