I gemelli sono svantaggiati nell’evoluzione, ma i loro fratelli singoli hanno una marcia in più. Ecco perché nella specie umana si sarebbe mantenuto nel tempo il fenomeno delle gravidanze gemellari, sebbene queste garantissero minori probabilità di sopravvivenza: il parto, senza l’assistenza fornita dalla moderna ostetricia, era più difficile; i neonati tendono a essere di basso peso alla nascita, spesso prematuri, e devono dividersi il latte materno. La possibile spiegazione viene da uno studio condotto in Gambia, dove dagli anni Cinquanta il Medical Research Council britannico, oltre a fornire cure mediche, raccoglie dati. Ian Rickard, ricercatore dell’Università di Sheffield, ha esaminato quelli relativi a quasi 1900 bambini nati nel corso di una trentina di anni, andando poi a verificare quali di questi avevano coppie di gemelli tra i loro fratelli. Dallo studio è emerso che quando le madri che avevano avuto gravidanze gemellari davano alla luce neonati singoli, questi avevano un peso alla nascita superiore in media di 226 grammi rispetto ai figli di donne che non avevano mai avuto gemelli. Ma la cosa sorprendente è che il peso alla nascita fosse maggiore, di 134 grammi in media, anche quando la gravidanza singola precedeva quella gemellare. «Non si tratta quindi solo del maggiore afflusso di sangue all’utero indotto dalle aumentate necessità, che lo predispone meglio a gravidanze successive» spiega il ricercatore. «La nostra ipotesi è che le donne predisposte ad avere gemelli abbiano per loro natura in circolo livelli più elevati di IGF-1, che oltre a favorire ovulazioni multiple stimola la crescita ponderale del feto». Lo stesso fattore di crescita che le rende madri di gemelli le aiuta quindi a far nascere neonati singoli più in carne, e quindi con maggiori probabilità di sopravvivenza.
Il vantaggio di avere i gemelli
Primary tabs
Autori:
Sezioni:
Evoluzione
prossimo articolo
Malattie rare e farmaci orfani: è solo un problema di tempo?
Di quando è nata Sofia ricordo soprattutto la gran confusione che si viveva in quei giorni nella mia famiglia. «Fibrosi cistica? Ne sei sicura?» chiedeva mia madre seduta vicino al telefono. All’inizio si parlò di distrofia muscolare, un’altra malattia rara che in quei momenti confusi passava da una cornetta all’altra. Fino a quando non arrivò la diagnosi definitiva e le parole «fibrosi cistica» - che fino a quel momento avevamo sentito forse qualche volta in televisione - giunsero come una certezza. Ci si chiedeva cosa sarebbe successo da quel momento: esisteva una cura?
