I gemelli sono svantaggiati nell’evoluzione, ma i loro fratelli singoli hanno una marcia in più. Ecco perché nella specie umana si sarebbe mantenuto nel tempo il fenomeno delle gravidanze gemellari, sebbene queste garantissero minori probabilità di sopravvivenza: il parto, senza l’assistenza fornita dalla moderna ostetricia, era più difficile; i neonati tendono a essere di basso peso alla nascita, spesso prematuri, e devono dividersi il latte materno. La possibile spiegazione viene da uno studio condotto in Gambia, dove dagli anni Cinquanta il Medical Research Council britannico, oltre a fornire cure mediche, raccoglie dati. Ian Rickard, ricercatore dell’Università di Sheffield, ha esaminato quelli relativi a quasi 1900 bambini nati nel corso di una trentina di anni, andando poi a verificare quali di questi avevano coppie di gemelli tra i loro fratelli. Dallo studio è emerso che quando le madri che avevano avuto gravidanze gemellari davano alla luce neonati singoli, questi avevano un peso alla nascita superiore in media di 226 grammi rispetto ai figli di donne che non avevano mai avuto gemelli. Ma la cosa sorprendente è che il peso alla nascita fosse maggiore, di 134 grammi in media, anche quando la gravidanza singola precedeva quella gemellare. «Non si tratta quindi solo del maggiore afflusso di sangue all’utero indotto dalle aumentate necessità, che lo predispone meglio a gravidanze successive» spiega il ricercatore. «La nostra ipotesi è che le donne predisposte ad avere gemelli abbiano per loro natura in circolo livelli più elevati di IGF-1, che oltre a favorire ovulazioni multiple stimola la crescita ponderale del feto». Lo stesso fattore di crescita che le rende madri di gemelli le aiuta quindi a far nascere neonati singoli più in carne, e quindi con maggiori probabilità di sopravvivenza.
Il vantaggio di avere i gemelli
Primary tabs
prossimo articolo
La ricerca e l'innovazione dell'IA in mano a oligopoli privati: l’allarme e le soluzioni

L'intelligenza artificiale va regolamentata prima che si affermino forme di oligopolio, o persino di monopolio, capaci controllare l'accesso alle informazioni e la produzione di nuove conoscenze: per questo serve un grande centro di ricerca pubblico che oggi può essere realizzato solo in Europa. Lo afferma il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi in occasione del convegno "Ricerca e democrazia nell'epoca delle Big Tech" organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica il 14 maggio presso la sede del CNR a Roma, in collaborazione con Scienza in rete. Il dossier presentato dall'associazione sostiene con dati i rischi posti da un predominio economico schiacciante esercitato da poche aziende che valgono quanto il PIL degli USA, e che stanno condizionando profondamente anche l'ecosistema della ricerca scientifica, sempre meno aperto e controllato dalla comunità di riferimento.
Nell'immagine Giorgio Parisi, foto di Luca Carra.
Sei aziende (NVIDIA, Alphabet, Apple, Microsoft, Amazon e Meta) valgono oggi circa 22.000 miliardi di dollari, tre quarti del PIL degli Stati Uniti. Nel solo 2026 spenderanno in infrastrutture digitali tra 660 e 725 miliardi di dollari, circa tre volte e mezzo il bilancio federale americano per tutta la ricerca civile.