fbpx Le difese reclutate | Page 8 | Scienza in rete

Le difese reclutate

Primary tabs

Read time: 2 mins

Per la prima volta un gruppo di ricercatori statunitensi di Philadelphia è riuscito a modificare geneticamente i linfociti T di malati di cancro tanto da renderli finalmente efficaci nel combattere la malattia. Il tentativo può dirsi riuscito in due pazienti con leucemia linfoide cronica in fase avanzata e ormai refrattaria alla chemioterapia, che a un anno dal trattamento sono ancora in totale remissione, e parzialmente anche nel terzo caso sottoposto alla cura sperimentale, che comunque è ancora vivo ed è migliorato, sebbene senza un effetto così clamoroso. Gli scienziati hanno utilizzato un innovativo vettore lentivirale capace di portare ed esprimere, nei linfociti T prelevati ai pazienti, un recettore antigenico chimerico (CAR) costituito da tre componenti: CD137 e CD3-zeta che stimolano la risposta dei linfociti T nei confronti di quelli B – la cui proliferazione abnorme è alla base di questa forma di leucemia – e un recettore specifico per la proteina CD 19, che si trova solo su linfociti B e plasmacellule. La piccola dose di questi linfociti T così modificati infusa nell’organismo dei pazienti si è espansa più di 1000 volte, provocando a distanza di un paio di settimane un fenomeno di lisi massiccia delle cellule tumorali, con nausea, brividi e febbre. Oltre a questo effetto collaterale passeggero, va segnalato che la cura non distingue tra i linfociti B malati e quelli sani, provocando un’importante e persistente linfopenia con conseguente ipogammaglobulinemia. Infine, anche il piccolissimo numero di casi trattati deve spingere alla prudenza. «Stiamo però studiando di estendere la sperimentazione ad altre forme di leucemia e di tumori solidi» spiega Carl June, tra gli autori del lavoro, la cui importanza è comunque sottolineata anche dalla contemporanea pubblicazione sul New England Journal of Medicine e su Science Translational Medicine.  

New Engl J of Med 10 agosto 2011
Sci Transl Med 10 agosto 2011

Autori: 
Sezioni: 
Leucemia

prossimo articolo

Dentro la stanza ginecologica: perché il design è anche una questione di salute

ginecologo con speculum in mano

E se la visita ginecologica non fosse un rituale immutabile, ma una scena da riscrivere? Nel suo saggio "La sedia del sadico", Chiara Alessi mostra come strumenti e spazi medici riflettano gerarchie e standard costruiti sul corpo maschile, contribuendo al disagio di molte pazienti. Ripensare design, ruoli e prospettive non è solo una questione simbolica: può trasformare l’esperienza della cura e migliorare l’accesso alla salute.

Immaginate di essere nello studio del vostro ginecologo o della vostra ginecologa.  L’esperienza è condizionata dagli oggetti che si trovano nella stanza ginecologica. C’è una differenza, però, rispetto al solito: infatti non siete lì in quanto paziente ma siete voi stesse la figura medica. Per una volta avete il potere e il privilegio di decidere: cosa cambiereste di questo ambiente per sentirvi più a vostro agio durante la visita?