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Dentro la stanza ginecologica: perché il design è anche una questione di salute

ginecologo con speculum in mano

E se la visita ginecologica non fosse un rituale immutabile, ma una scena da riscrivere? Nel suo saggio "La sedia del sadico", Chiara Alessi mostra come strumenti e spazi medici riflettano gerarchie e standard costruiti sul corpo maschile, contribuendo al disagio di molte pazienti. Ripensare design, ruoli e prospettive non è solo una questione simbolica: può trasformare l’esperienza della cura e migliorare l’accesso alla salute.

Tempo di lettura: 8 mins

Immaginate di essere nello studio del vostro ginecologo o della vostra ginecologa.  L’esperienza è condizionata dagli oggetti che si trovano nella stanza ginecologica. C’è una differenza, però, rispetto al solito: infatti non siete lì in quanto paziente ma siete voi stesse la figura medica. Per una volta avete il potere e il privilegio di decidere: cosa cambiereste di questo ambiente per sentirvi più a vostro agio durante la visita?

Abbiamo fatto la stessa domanda a Chiara Alessi, che si occupa di cultura materiale e design, nello specifico di design come strumento critico di genere. Nel suo ultimo saggio, La sedia del sadico - Il design sul corpo delle donne (edito da Laterza), Alessi analizza come gli oggetti della pratica medica - dalla sedia ginecologica allo speculum - non siano strumenti neutri, ma dispositivi che riflettono e riproducono rapporti di potere, standard che si basano sul corpo maschile e una storica marginalizzazione dell’esperienza delle pazienti, con effetti concreti sull’accesso alle cure e sulla salute.

«Penserei a un lettino che non rinforzi l’idea di gerarchia e di subalternità del corpo della donna rispetto al medico. Uno spazio che permetta invece di stare di fianco, non uno di fronte all’altra: guardare insieme, nella stessa direzione, imparando anche a riconoscere il proprio corpo», spiega Alessi. L’autrice parla di una «forma di condivisione orizzontale: non più qualcuno che osserva e qualcuno che subisce, ma due soggetti che esplorano insieme».

Questa visione non è poi così assurda. Basta attingere all’immaginario femminista o guardare le immagini dei collettivi di self-help degli anni Settanta: le donne non sono mai davanti durante le visite, ma di fianco. In quel caso è la paziente stessa a governare la visita: può impugnare gli strumenti, guidare l’esplorazione del proprio corpo. «È un cambiamento che rivoluziona tutto senza, in realtà, cambiare quasi nulla. Se pensiamo la visita ginecologica come una performance, basta modificare alcune variabili - anche solo la posizione dei corpi nello spazio - perché cambi completamente il significato dell’esperienza», fa notare Alessi.

Questa idea di trasformare la visita si inserisce in una riflessione più ampia cui Alessi fa riferimento, quella della scrittrice e performer Terri Kapsalis. Negli anni Novanta, Kapsalis aveva proposto dei giochi di ruolo in cui la visita ginecologica veniva pensata come una vera e propria performance attoriale, con l’obiettivo di decostruire la nozione di “correttezza” clinica e immaginare un’esperienza radicalmente centrata sulla donna o meglio sulla singolarità di ogni donna.

In questa prospettiva, la visita non è un atto neutro e standardizzato, ma una scena costruita. Riprendendo Kapsalis: «Le pratiche ginecologiche sono ripetitive e strutturate al fine di situare il medico e l’oggetto dell’esame in modi molto specifici. In questo senso, la ginecologia è uno spettacolo ripetibile con ruoli, sceneggiature, scenografie, costumi e oggetti di scena specifici».
È proprio qui che si apre lo spazio del possibile. Se la visita è una performance, allora basta modificare una variabile perché cambi l’intero significato dell’esperienza.

Alessi riporta un dato (indagine condotta con metodologia CAWI dall’istituto di ricerca Nomisma a inizio 2022 su un campione della popolazione italiana stratificato per età, sesso e area geografica con sovracampionamento nelle province di Milano, Torino, Padova, Bologna, Napoli): il 24% delle donne indica tra le principali ragioni per sottrarsi alla visita ginecologica il “disagio”, segnalando come l’esperienza nella stanza ginecologica venga spesso vissuta come negativa. Questo è un elemento che, letto in chiave clinica, non può essere considerato secondario: se una pratica di prevenzione viene evitata, il problema riguarda direttamente la salute pubblica. Il disagio provato dalle donne resta ai margini del discorso medico: difficile da misurare, viene spesso normalizzato o ricondotto a fattori individuali come la soglia individuale del dolore, la sensibilità, o ancora fattori culturali o psicologici. A seguito di queste considerazioni, Chiara Alessi invita a spostare lo sguardo perché non basta chiedersi qual è il motivo per cui le donne evitano la visita, ma in che modo strumenti e spazi della pratica ginecologica contribuiscano a produrre quel disagio.

Se una procedura viene evitata, non è più solo un problema individuale: diventa un problema di salute pubblica e di accesso alle cure. Ciò può determinare conseguenze concrete come minore adesione agli screening, diagnosi più tardive, riduzione della fiducia nei confronti del sistema sanitario. Il punto, allora, non è soltanto capire perché le pazienti evitano i controlli, ma interrogarsi su cosa, nel contesto della visita, contribuisce a renderli evitabili.

Lo speculum rappresenta uno dei punti in cui questo disagio prende forma in modo più evidente. Nel libro, Alessi ne ricostruisce la storia mostrando come la sua introduzione e diffusione non siano avvenute in modo neutro, ma in un contesto in cui il corpo femminile veniva reso accessibile allo sguardo medico attraverso pratiche profondamente asimmetriche. Lo speculum, in questo senso, non è solo uno strumento che «serve a vedere meglio»: è un dispositivo che presuppone esposizione e immobilità e che organizza l’intera visita attorno a una logica in cui il corpo della paziente diventa oggetto di osservazione.

Questo assetto raramente viene messo in discussione. «La domanda che mi faccio nel libro», spiega Alessi, «è perché quel 24% di donne che non si sottopone alla visita per disagio non venga interrogato: c’è un problema con il lettino? Con il rumore dello speculum? Con il dolore o con ciò che rievoca?». Il punto, suggerisce, è che il disagio tende a essere interiorizzato. Il titolo del saggio La sedia del sadico richiama la caffettiera del masochista di Donald Norman, tra i più influenti studiosi di design contemporaneo, secondo cui quando un oggetto non funziona la responsabilità viene spesso attribuita all’utente, non al progetto. Così anche nella visita ginecologica, «Il problema viene riferito a se stesse», continua Alessi, rendendo difficile nominare un possibile limite del setting medico.

A rendere visibile quanto questa configurazione sia culturalmente costruita c’è anche l’Androchair, il prototipo che simula sul corpo maschile un’esperienza analoga a quella del lettino e della visita ginecologica. L’effetto è quello di un rovesciamento: ciò che per le donne è considerato normale viene percepito dagli uomini come inaccettabile. Non si tratta solo di una provocazione, ma di un dispositivo critico che svela il carattere non neutro di pratiche date per scontate. Questa apparente immutabilità degli strumenti ginecologici non è però inevitabile. Alessi cita l’esempio del water, dispositivo tutt’altro che ergonomico e che è rimasto sostanzialmente invariato per secoli. «Lo stesso vale per lo speculum e per molti strumenti ginecologici. La loro forma e il loro uso vengono percepiti come inevitabili e proprio per questo non vengono ripensati. C’è una risposta molto banale: la vagina è lì, non è cambiata la sua posizione nel corso della storia, la visita si fa in un certo modo e quindi gli strumenti sono sempre inevitabilmente quelli». In questa prospettiva, l’esperimento dell’Androchair non è solo una provocazione, ma un modo per riaprire il campo del possibile: mostrare che anche ciò che appare naturale e immutabile è in realtà il risultato di scelte progettuali e che quindi può essere modificato.

Se alcuni oggetti restano immobili perché non vengono messi in discussione, altri invece cambiano proprio quando entrano nel dibattito e vengono riappropriati da chi li usa. È il caso, come ricorda Alessi, del test di gravidanza, che segna un passaggio cruciale: per la prima volta una pratica medica esce dallo spazio clinico e diventa accessibile, gestibile in autonomia, sottraendo al medico il monopolio della diagnosi. È una trasformazione che non riguarda solo la tecnologia, ma la relazione con il proprio corpo. Lo stesso vale per le pratiche di self-help degli anni Settanta in cui strumenti semplici come lo specchio venivano utilizzati per osservare e conoscere direttamente il proprio apparato genitale. In questi contesti, la visita non è più qualcosa che “viene fatto” sul corpo, ma un processo attivo di esplorazione e apprendimento.

Un altro tema centrale è quello dello standard. Molti strumenti e protocolli medici si basano su un’idea implicita di corpo medio che si basa sul cosiddetto standard “dell’uomo medio” e che raramente corrisponde alla realtà. Questa semplificazione ha un costo e le conseguenze emergono ancora oggi e sono causa di differenze nella diagnosi, nei tempi di intervento, ma anche nella valutazione dei sintomi.

Il design non è estraneo a questo problema. Anche qui, la standardizzazione rischia di tradursi in esclusione o in adattamento forzato dei corpi reali. Scrive Alessi: «La progettazione, almeno quella in serie, a partire dall’epoca industriale è infatti tarata su un’unità di misura che si fa corrispondere all’“uomo medio”, con cui si intende individuo di sesso maschile, abile, occidentale e in buona salute, uno standard che ha prodotto in realtà molte più esclusioni, cioè individui difformi da quelle misure, che non corrispondenze».

Se il disagio nasce anche da strumenti e modelli pensati per un corpo astratto, la prospettiva futura non può limitarsi a migliorare l’esistente, ma richiede un cambio di sguardo più radicale. Non si tratta solo di progettare oggetti “più comodi”, ma di riconoscere la diversità dei corpi e delle esperienze come punto di partenza, non come eccezione da adattare a posteriori. Significa spostarsi da una medicina costruita su standard impliciti a una pratica capace di includere la variabilità, rendendo centrale l’esperienza di chi attraversa la visita. Alessi richiama una metafora efficace: quella di Starbucks, dove non esiste una misura unica ma ben 5 diverse misure di bicchiere per il caffè tra cui scegliere. «Non c’è un bicchiere giusto in assoluto», osserva, «ma una gamma di possibilità che tiene conto delle differenze». Applicata alla medicina, questa immagine suggerisce che non c’è un unico modello a cui conformarsi, ma un sistema capace di offrire alternative.

Poi Alessi conclude: «I clienti si portano addirittura le tazze da casa. E se anche le donne potessero andare alla visita ginecologica ciascuna munita del proprio speculum?».
 


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