fbpx Da Fukushima una mano a Chernobyl | Page 6 | Scienza in rete

Da Fukushima una mano a Chernobyl

Primary tabs

Read time: 2 mins

Non si può dire che la lezione di Chernobyl non sia servita ai giapponesi. Per quanto anche il governo nipponico sia stato accusato di una certa reticenza nell’informazione, ha comunque ordinato l’evacuazione di chi abitava nei pressi della centrale nel giro di poche ore dall’inizio dell’emergenza, estendendo la zona protetta a 20 chilometri il giorno successivo; ha distribuito 250.000 compresse allo iodio; ha bandito la vendita di prodotti alimentari e in particolare di latte provenienti dalle zone a rischio. E ciò, nonostante il fatto che la gravità dell’incidente e la quantità di radiazioni liberate nell’ambiente a Fukushima al momento appare molto inferiore rispetto alla nube prodotta il 26 aprile del 1986.

Un articolo pubblicato ieri su Nature auspica però che la nuova attenzione suscitata dalla tragedia giapponese possa viceversa riportare i riflettori (e i finanziamenti) sulla centrale posta sul confine tra Ucraina e Bielorussia. Per quanto ormai in disuso, l’impianto non è ancora in completa sicurezza: il sarcofago in cui il reattore è stato sepolto dà già segni di cedimento, per cui è previsto un nuovo progetto che dovrebbe rendere del tutto sicura l’area per il 2065. Ma all’International Chernobyl Shelter Fund che dovrebbe provvedere alla bonifica con 1,4 miliardi di dollari manca ancora metà del denaro. Con la conferenza che si terrà a Kiev dal 20 al 22 aprile, anche grazie alla rinnovata sensibilizzazione da parte dell’opinione pubblica, si spera di raccogliere i fondi necessari non solo per i lavori necessari, ma anche per gli studi epidemiologici che possano definire in maniera più chiara di quanto è stato detto in questo giorni quali siano i rischi effettivi per la salute dell’esposizione alle radiazioni, nel tempo e in relazione alle dosi assorbite.

Nature pubblicato online il 28 marzo 2011

Autori: 
Sezioni: 
Canali: 
Free tag: 
Nucleare

prossimo articolo

Ha senso depavimentare le città?

strada tipica cittadina

Depavimentare le città aiuta a ridurre gli inquinanti atmosferici e la temperatura locale, soprattutto se al posto del cemento si realizzano aree verdi molto estese. In Italia specialmente, dove il consumo di suolo è ancora in crescita, potrebbe essere un buono strumento di adattamento climatico.

Foto di Mabel Amber, who will one day da Pixabay

Secondo le linee guida per la depavimentazione e il rinverdimento urbano del 2022 (finanziato nell’ambito di Horizon 2020) la superficie urbanizzata nell'Unione Europea è cresciuta del 78% dalla metà degli anni Cinquanta, a fronte di una crescita della popolazione di appena il 33%.