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Arsenico e vecchi trucchetti

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Da un po' di giorni in giro per internet si dava per imminente una clamorosa rivelazione di un team di astrobiologi della NASA. Quando poi, il primo dicembre, Science Express ha messo online lo studio di Felisa Wolfe-Simon (NASA Astrobiology Institute) e collaboratori riguardante un batterio in grado di crescere utilizzando l'arsenico al posto del fosforo, a più d'uno è venuto quasi spontaneo ritenere che la nostra “caccia agli alieni” potesse entrare in una nuova affascinante fase. D'accordo, non si era ancora ai livelli di soppiantare la chimica organica del carbonio con quella del silicio – una delle forme di vita che qualcuno ha ipotizzato possa esistere da qualche parte dell'universo – ma il fatto di poter escludere il fosforo dal novero degli elementi considerati “indispensabili” alla vita non era affatto cosa di poco conto.
A mettere in guardia da una eccessiva euforia ci pensava subito un articolo di Nature in cui non solo si ripercorreva l'esperimento della Wolfe-Simon, ma si riportava anche l'opinione di addetti ai lavori che sottolineavano la necessità di andare con i piedi di piombo. Di tono ben più drastico l'analisi pubblicata online da Beatrice Mautino, responsabile di Query Online, la rivista ufficiale del CICAP. Ci permettiamo di farne una breve sintesi, rimandando alla pagina originale chi volesse leggere l'intero intervento.

La grande lacuna dello studio evidenziata su Query riguarda proprio il DNA dei batteri. Visto che, stando ai ricercatori della NASA, i batteri avrebbero sostituito parte del fosforo del DNA con l'arsenico, ci si chiede anzitutto come mai non si sia andati a fondo studiando direttamente la composizione di quel DNA modificato. Alex Bradley (Harvard University) nel suo intervento apparso online su We, Beasties si dice però convinto che nel DNA dei batteri non sarebbe affatto avvenuta una tale sostituzione e la prova emergerebbe indirettamente dallo studio stesso. Poiché per effettuare i test descritti sarebbe necessario trattare il DNA in ambiente acquoso, la sopravvivenza di quel DNA sarebbe la prova che la sostituzione fosforo-arsenico non è avvenuta. Dopo una decina di minuti, infatti, un DNA modificato con l'arsenico si idrolizza, cioè si sfalda irrimediabilmente. Lo scheletro del DNA dei batteri, dunque, è a base di fosfato.
Più drastica Rosie Redfield (University of British Columbia), che nel suo blog sostiene come i controlli effettuati dai ricercatori della NASA abbiano avuto come unico scopo quello di dimostrare la correttezza della loro tesi e non quello di verificare davvero l'ipotesi. Tutto da dimostrare, insomma, che davvero l'arsenico sia stato incorporato nel DNA dei batteri.
Interessanti anche le riflessioni di Query Online che riguardano non tanto la vicenda in sé, ma le modalità con le quali si è gestita la comunicazione dell'argomento. Si sottolinea come ci si trovi in presenza di una comunicazione davvero anomala, con luci e ombre. Da un lato vi è l'aspetto positivo, evidenziato anche da Neuroskeptic, giocato dallo strumento del blog nella revisione di articoli scientifici. Grazie ai blogger quelle critiche che – forse – avremmo letto solo tra molto tempo, hanno immediatamente fatto il giro del mondo. Sul versante negativo si segnala il commento di Phil Plait (Bad Astronomer) che sul sito di Discover si chiede a cosa possa portare il pericoloso gioco al rialzo dell'ufficio stampa della NASA, che ogni volta crea aspettative che poi vengono sistematicamente deluse.

Non è bello scherzare con l'arsenico, ci verrebbe bonariamente da concludere. Come insegnano i vecchi gialli c'è sempre il rischio che qualcuno ci rimetta la pelle. Per il momento sembra siano solamente quei poveri batteri rimpinzati ad arsenico, ma anche l'attendibilità dello strumento della peer review non ne esce poi così bene.

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