Piano nazionale della ricerca: tanto tuonò che piovve

Read time: 7 mins

1. Il ministro Gelmini ha presentato il PNR per il triennio 2011-2013. Agli 1,7 miliardi stanziati da qui al 2013 per realizzare i 14 «progetti bandiera» conta di aggiungerne altri 900 milioni tra fondi europei e non, per il finanziamento di due nuovi bandi su distretti e infrastrutture e una "fiche" aggiuntiva di 500 milioni sulla ricerca industriale. Ha dichiarato la Gelmini: ''Dopo molti anni finalmente l'Italia può avere uno strumento di pianificazione volto al rilancio della ricerca''. Secondo Lei è realmente così? Di quanto e cosa beneficerà il mondo dei ricercatori italiani? Questi tagli non sono frutto di un gioco di prestigio, per cui sono stati sottratti dal fondo per la scuola?

Va detto anzitutto che la programmazione strategica delle attività di ricerca individua uno degli assi portanti per il progresso di un Paese:

  • per corrispondere alle esigenze di nuova conoscenza che, con sempre maggior intensità, viene richiesta in tutti gli ambiti umani e sociali;
  • per sostenere e indirizzare l’economia;
  • per affrontare le criticità dello sviluppo e delle sue, spesso contraddittorie, dinamiche.

Ovviamente le “domande” di ricerca percorrono anche molte altre vie e strade d’interazione tra la società e la comunità degli scienziati (la cui iniziativa spontanea e motivata da esigenze di interesse e di curiosità resta un caposaldo essenziale). Si consolidano inoltre, anche se con una qualche fatica, tanto l’area europea della ricerca (ERA), quanto gli strumenti programmatori dell’unione europea (programmi quadro, etc.). Le stesse Regioni con le loro competenze nel settore promuovono proprie iniziative e attività.

In questo senso l’importanza di uno strumento di razionalizzazione come il PNR è particolarmente elevata, a patto che esso si riveli utile ed efficace nella programmazione e nell’indirizzo. E per far questo, sono di assoluta necessità effettive risorse e piani di investimento. Non a caso l’ultimo PNR vedeva la sua conclusione nell’anno 2007 e fino ad oggi il Governo non aveva provveduto ad un suo nuovo Piano: avendo in realtà in questi tre anni semplicemente ridotto le risorse in ricerca.

Ma veniamo al PNR 2011-2013. Il documento è corposo, corrispondente con gli indirizzi europei, analitico nell’individuazione dei principali difetti del sistema Ricerca Italia (in particolare nell’analisi delle carenze della ricerca privata), adottivo delle politiche innovative impostate dal Governo precedente (sulla valutazione: con la conferma di un’Agenzia di Valutazione per l’Università e la Ricerca - ANVUR); sul rilancio delle grandi infrastrutture di ricerca: con il riferimento ad una roadmap italiana per queste infrastrutture; con l’idea di una programmazione più integrata della progettualità scientifica, mantenendo il fondo unico FIRST). E prospetta una serie di azioni per interventi di natura temporale variabile.

Risalta in particolare l’enorme discrasia tra il principale punto di difficoltà individuato nella stessa analisi del PNR, ossia il significativo sottodimensionamento di dotazione di capitale umano nel settore, e l’assenza di strumenti progettuali e finanziari per recuperare questo deficit. Ricordiamo che l’Italia  ha la più bassa percentuale di ricercatori dell’Unione Europea con la porzione di 3,8 (ogni 1.000 lavoratori) contro la media europea di 6,4 (dato del 2008 con sorgente OECD, Factbook 2010). Ci si sarebbe quindi attesi un qualche serio piano di interventi in questo ambito nel principale strumento di pianificazione (il Governo precedente aveva operato direttamente in questa direzione e con approcci differenziati, per esempio le cosiddette stabilizzazioni e il piano giovani).

Ma anche le altre azioni (almeno in parte parzialmente condivisibili) non risultano essere sostenute finanziariamente in modo diretto e le quote indicate nel quadro finanziario dei cosiddetti progetti bandiera indicano come fonte di approvvigionamento il fondo ordinario degli EPR (che non ha visto incrementi e che quindi sottrae a questi enti la potenzialità di promuovere in via autonoma le poche risorse su cui possono contare).

C’è inoltre da dire che non si comprende affatto come le tematiche individuate per questi progetti bandiera in via di finanziamento “discendano” dalla programmazione strategica del Paese indicata dal PNR.

Quindi venendo alla parte della sua domanda in cui ci si interroga se queste risorse non siano derivate dai tagli alla scuola, va sottolineato che queste risorse non sono aggiuntive rispetto al passato, ma al meglio (nel fondo degli Enti) sono costanti (mentre l’università ha visto un taglio di un miliardo e mezzo nei tre anni). Comunque anche nel settore “istruzione” gli ultimi anni hanno visto un decremento significativo di risorse per cui la percentuale della spesa pubblica è nel 2010 al 4,2% del PIL; ma il recente Documento di Economia e Finanza (approvato dal CdM il 13 aprile 2011) prevede una sua ulteriore riduzione al 3,7% nel 2015, al 3,5% nel 2020 e così progressivamente sino a giungere nel 2040 al 3,2%. In assoluta controtendenza con tutti i Paesi più sviluppati che mentre fanno tagli significativi alla spesa, mantengono o incrementano le risorse sulla conoscenza e l’istruzione.

 2. Il sistema della ricerca in Italia è in una fase di crescita o è ancora prigioniero di una politica troppo invadente che ne impedisce lo sviluppo? Quanto sono autonomi gli istituti di ricerca? Siamo competitivi con gli altri Paesi? 

Il problema dell’autonomia della ricerca resta nel nostro Paese un problema cui va data particolare attenzione. Anche perché in Italia, più che in altri paesi dell’occidente, la politica interpreta spesso il proprio ruolo di regolazione attraverso l’occupazione degli organi da regolare. In realtà con la legge 165/2007 si era inteso procedere, per gli Enti Pubblici di Ricerca vigilati dal MIUR, all’introduzione di statuti autonomi, seguendo finalmente il dettato costituzionale (articolo 33 della Costituzione). Sfortunatamente il decreto delegato 213/2009 della Gelmini ha significativamente reinterpretato la legge di provenienza rendendo il passaggio dell’autonomia statutaria del tutto risibile. Per sintetizzare si pensi che, per esempio nel caso del CNR (il più grande degli enti in questione), nell’organismo predisposto alla realizzazione dello statuto non era presente neppure un ricercatore dell’Ente di cui si sta definendo l’autonomia. E più in generale negli statuti ormai approvati è completamente trascurata la partecipazione attiva della comunità interna alla vita istituzionale di questi enti (vedi anche http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/cnr-le-elezioni-di-un-rappresentante-fantasma).

In assenza di una reale autonomia partecipata da parte della comunità scientifica interna, resta il rischio di vedere compromesse da vincoli e lobbie esterne (cui non è possibile attribuire la responsabilità delle scelte) molte delle potenzialità che gli enti di ricerca nazionali dimostrano di possedere (come testimoniato dalle valutazioni nazionali e internazionali). Un’opportunità storica è stata perduta. Anche perché con una piena autonomia degli EPR, affiancata da un sistema di valutazione efficace ed affidabile (quale quello che l’ANVUR potrebbe realizzare se fosse finalmente avviata e significativamente finanziata), sarebbero cresciute notevolmente le possibilità di vedere un forte rilancio del nostro sistema di ricerca pubblico.

3. Come andrebbe modificato il sistema dell'università e della ricerca in Italia? Il cosiddetto 'familismo amorale' ha ancora molto potere tra le cattedre e le posizioni decisionali degli enti di ricerca?

In una sintesi estrema, un progetto di rilancio del sistema della ricerca e dell’università in Italia dovrebbe prevedere:

a) un serio piano d’investimenti;

b) una capacità di pianificazione partecipata (in cui i differenti protagonisti delle realtà scientifiche, sociali ed economiche, in gergo i vari stakeholders, dovrebbero contribuire a questa pianificazione) con l’obiettivo di individuare le più rilevanti sfide cui offrire opportunità di soluzione. Nel PNR appena varato, non c’è traccia del percorso che porta dalle linee generali d’indirizzo ai finanziamenti selezionati (progetti bandiera). Di questo percorso vanno definite le condizioni e le procedure;

c) un sistema di valutazione efficace ed affidabile. Di fianco al piano finanziario e alla capacità d’indirizzamento strategico va  recuperata una cultura della responsabilità e della qualità. Un gruppo di ricerca deve dar conto della qualità del proprio lavoro. E sulla base delle valutazioni ricevere dotazioni ulteriori, assumersi la responsabilità dei risultati, essere inserito nelle strategie di sviluppo.

Gli ambiti in cui si esercita quello che lei chiama “familismo amorale”, sono piuttosto individuabili e, in presenza di un serio sistema di valutazione, sarebbe facilmente riconducibile a quote fisiologiche.

4. Le ultime dichiarazioni di De Mattei hanno suscitato molte polemiche. Non doveva essere rimosso immediatamente dalla sua carica, presupponendo una indipendenza del pensiero razionale da quello religioso? E' mancata, tra l'altro, una reazione di sdegno dell'opinione pubblica, forse troppo disattenta alle problematiche che riguardano la comunità scientifica italiana?

Sul caso De Mattei mi è già capitato di scrivere (http://www.unita.it/italia/misteri-della-fede-il-prof-de-mattei-br-arriva-ai-vertici-del-cnr-1.282651). La cosa che trovo di maggior incongruenza sta nel fatto che la politica (nel caso in questione prima il Ministro Moratti e poi il Ministro Gelmini) possa decidere di nominare vice-presidente del maggior ente di ricerca nazionale un uomo le cui convinzioni personali (da sempre manifestate pubblicamente) possono condurlo a professare opinioni evidentemente contrarie al pensiero razionale e alle acquisizioni scientifiche continuando a conservare l’autorità che proviene da un incarico istituzionale di tale rilievo. Se il vice-presidente del CNR dichiara che il recente terremoto del Giappone ha origine nei peccati delle popolazioni colpite o che l’Impero romano deve la sua caduta alla diffusione dell’omosessualità, il danno reale non consiste nella diffusione di opinioni discutibili, ma nella correlazione tra quelle opinioni e le conoscenze di geofisica piuttosto che nelle conoscenze storico-scientifiche. Anche per questo, come sostenevo sopra, l’importanza dell’autonomia delle comunità scientifiche è un valore primario.

tratto da Agenda Coscioni

altri articoli

Le notizie di scienza della settimana

Sono state rese pubbliche il 5 dicembre scorso tre nuove mappe che mostrano le aree del pianeta più esposte al rischio sismico e quelle che, nel caso di un terremoto, subirebbero i danni maggiori in termini di morti, edifici crollati, danni all'economia (in particolare le tre mappe si riferiscono a hazard, risk ed exposure). A realizzarle, dopo quasi dieci anni di lavoro, è il Global Earthquake Model, un consorzio di università e industrie fondato dall'OCSE con sede a Pavia. Per la prima mappa i ricercatori hanno incorporato oltre 30 modelli nazionali e regionali di attività sismica con l'obbiettivo di calcolare la probabilità che un certo evento sismico con determinate caratteristiche si verifichi in ciascuna zona. Per la seconda hanno svolto un'indagine sui materiali e l'architettura degli edifici, mentre per la terza hanno misurato la distribuzione e la densità delle costruzioni. Nell'immagine i danni provocati dal terremoto del 28 settembre scorso a Petobo, un villaggio a sud della capitale Palu nella provincia centrale dell'isola di Sulawesi, Indonesia. Credit: Devina Andiviaty / Wikipedia. Licenza: CC BY-SA 3.0

Salute pubblica | Emissioni | Ricerca e società