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Indisponibilità

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La conoscenza è concetto che richiama consapevolezza, comprensione, un’instancabile tensione verso la ricerca di verità condivise. E rappresenta l’impresa collaborativa umana più straordinaria e  ambiziosa. Senza “gli altri” (collocati tanto nella dimensione spaziale quanto in quella temporale), sarebbe un’impresa senza senso. E’ quindi del tutto innaturale associarla, se intesa nel significato profondo e sociale che primariamente essa assume, al concetto di “indisponibilità”. Essa piuttosto annuncia beneficio comune, minore sofferenza, migliore qualità dell’esistenza individuale e collettiva.

 Eppure, in questo autunno 2010 che agita la società italiana, nelle nostre università si sta diffondendo una decisa e convinta propensione, da parte dei ricercatori universitari, a dichiarare la loro “indisponibilità” a svolgere corsi di insegnamento. Corsi che hanno svolto gratuitamente e pervicacemente negli anni passati (pur non essendovi obbligati).

“Indisponibile”: è la parola che passa di bocca in bocca, di facoltà in facoltà, di ateneo in ateneo (siamo ormai alla metà dei circa 25.000 ricercatori universitari). Il rifiuto è dettato dalla protesta verso la legge Gelmini sulle università che prevede la scomparsa di questa figura, sostituita da una a tempo determinato che conclude il suo ciclo (se positivamente valutata) nella figura di professore associato. Ciò che viene contestato è il rischio concreto, direi l’assoluta certezza, di sacrificare buona parte di chi oggi si trova in questo ruolo professionale, data l’assenza di risorse e di progetto, per una loro effettiva emancipazione. Ma i ricercatori universitari, adusi ad un sguardo sovra-individuale del mondo, contestano soprattutto la visione miope che emerge dalla legge Gelmini, che imprime una svolta dirigista alle università italiane la cui autonomia (pure non utilizzata al meglio negli anni passati) subisce un colpo durissimo, con l’esplicitazione di norme che definiranno statuti “sotto dettatura”.

Analoghe politiche di mortificazione dell’autonomia stanno riguardando gli Enti di Ricerca Pubblici nazionali (CNR, INAF, INGV e altri minori). L’estate ha visto un conflitto aspro tra le comunità scientifiche di questi Enti e il Governo con le sue chiare indicazioni “eteronime” ai fidatari aggiunti nei CdA per la realizzazione degli statuti. Il contenzioso ha riguardato che senso dare al concetto di autonomia: se riferirsi al dettato costituzionale in cui una comunità diviene attiva, consapevole e responsabile artefice della propria missione, oppure inseguire interpretazioni di comodo e di comando centralizzato. I ricercatori (questa volta degli EPR) hanno rappresentato la loro “indisponibilità” a soggiacere ad un disegno stravolgente il senso e gli obiettivi dell’attività di ricerca: un bene sommo che riguarda il futuro di tutti noi.

 Ma l’autunno che arriva si trova di fronte anche il dramma della scuola pubblica dei suoi molti insegnanti espulsi dall’attività didattica con i loro carichi professionali e motivazionali mandati al macero: un patrimonio di conoscenze rese di colpo “indisponibili” ai giovani che sono sostanza per la società in costruzione.

E questo è anche l’anno in cui il Presidente del Consiglio, che non ama frequentare l’inaugurazione degli anni accademici, che sottrae risorse al sistema dell’alta formazione, a quella di base e alla ricerca, ha concesso una visita di cortesia all’università privata telematica del CEPU, simbolicamente indicando verso dove le “disponibilità” del governo si orientano.

Ecco perché le indisponibilità dei ricercatori universitari e degli EPR, affiancando le scellerate e pianificate “indisponibilità” di chi guida il Paese (a finanziarie, a progettare, ad investire in risorse umane) esaltano l’enorme contraddizione dell’attacco alla conoscenza nel nostro Paese. E’ un allarme definitivo, è la convinzione di chi sa che l’essere indisponibile a questo scempio è l’unico modo per offrire la propria disponibilità per il futuro dell’Italia.


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