La scienza in Africa

Read time: 4 mins

L’Africa si estende per 30 milioni di chilometri quadrati e ospita oltre 900 milioni di persone. Nei dieci anni compresi tra il 1999 e il 2008 in questo continente, secondo il Global Research Report Africa pubblicato di recente dalla Thomson Reuters, sono stati prodotti meno di 28.000 articoli scientifici in media per anno. Più o meno quanto in Olanda, che di abitanti ne ha solo 6 milioni (sparsi su una superficie di 7.500 km2).

Anche per investimenti, secondo un altro recente rapporto, Science with Africa, in questi dieci anni l’intero continente ha contribuito con meno dell’1% alla spesa mondiale in ricerca e sviluppo (R&S).

Non c’è dubbio, in termini assoluti il contributo dell’Africa alla scienza è piuttosto piccolo. Tuttavia è un contributo in rapida crescita. In dieci anni, infatti, la produzione degli scienziati africani è pressoché triplicata. E in grandi paesi, come l’Egitto, la Nigeria e il Sud Africa, gli investimenti assoluti in ricerca e sviluppo e la loro intensità stanno raggiungendo notevoli livelli: il Sud Africa investe circa l’1,0% del Pil in ricerca, un’intensità di spesa paragonabile, più o meno, a quello dell’Italia. Alcuni piccoli paesi mostrano performance addirittura migliori: il Ruanda nel 2008 ha investito l’1,6% del Pil in ricerca e sviluppo (poco meno della media europea scesa all’1,7%) e conta di raggiungere il 3,0% (lo stesso obiettivo che si sono dati Europa, Usa e Cina) entro il 2020. Mentre il Malawi mostra una qualità della sua ricerca (misurata attraverso l’impact factor medio degli articoli scientifici prodotti nel paese) superiore alla media mondiale.

Con più di 50 paesi, centinaia di lingue e dialetti, una diversità culturale ed etnica senza pari in altri continenti, l’Africa è una realtà molto frammentata. I paesi a nord del Sahara sono scientificamente i più vivaci. Sono solo sei, ma nel decennio 1999-2008 hanno prodotto, in media 10.500 articoli scientifici per anno (si intende articoli su riviste internazionali con peer review, classificati dalla Thomson Reuters). La parte meridionale dell’Africa, che conta 14 paesi, ha avuto una produzione appena inferiore: 10.000 articoli per anno. Scientificamente più depressa è la zona centrale: conta 34 paesi, ma produce in media solo 7.500 articoli scientifici per anno.

C’è una grande differenza, infine, tra i singoli paesi. Il Sud Africa (49 milioni di abitanti; 96 articoli per milioni di abitenti l'anno)è di gran luna il paese scientificamente più produttivo. Nel decennio preso in esame, infatti, i suoi scienziati hanno prodotto 47.000 articoli. E su 21 diverse aree disciplinari, risultano i primi del continente in 15, secondi in 5 e quarti in un’altra area.

Dopo il Sud Africa viene l’Egitto (78 milioni di abitanti; 38 articoli per milione di abitanti). Che, nel decennio, ha prodotto 30.000 articoli scientifici complessivi. E su 21 aree disciplinari risulta primo in 5 (chimica, ingegneria, scienze dei materiali, farmacologia e fisica) e secondo in altre 8.

Al terzo posto viene la Nigeria (148 milioni di abitanti;6,8 articoli per milione di abitanti l'anno), i cui scienziati hanno prodotto circa 10.000 lavori in dieci anni. Gli scienziati nigeriani sono risultati i più prolifici di tutta l’Africa nel campo delle scienza agrarie. La Tunisia (10 milioni di abitanti, 100 articoli per milione di abitanti), paese molto più piccolo ma molto più ricco, ha fatto registrare una produzione quasi analoga a quella nigeriana. Seguita da vicino dall’Algeria (35 milioni di abitanti; circa 25 articoli per milione di abitanti). Entrambe hanno avuto performance superiori a quella del Kenya (6.500 articoli in totale), che è il paese con la maggiore economia dell’area centro-orientale. Il Kenya ha 31 milioni di abitanti e ogni anno produce circa 21 articoli per milione di abitanti.

La classifica della produttività – anche se misurata come numero di articoli per unità di ricchezza invece che per numero di abitanti – è molto diversa. Gli scienziati più produttivi rispetto alle risorse disponibili risiedono in Zimbabwe. Ma, secondo gli analisti della Thomson Reuters, bisogna tenere in conto che lo Zimbabwe è un paese molto povero e quindi bastano un minimo di attività scientifica per avere un ottimo rapporto produzione/risorse. Più rispondente alla qualità assoluta del lavoro sono le performance fatte registrare in due paesi piccoli, ma molto vivaci e relativamente più ricchi: la Tunisia a nord del Sahara e il Malawi nella parte meridionale del continente.

Fin qui una foto statica della scienza in Africa. Bisogna dire che, nel corso di questi dieci anni, la produzione scientifica complessiva dell’Africa è nettamente aumentata, passando da circa di 12.000 a oltre di 30.000 articoli per anno. In termini assoluti il nord e il sud del continente sono cresciuti di più. Ma in termini relativi anche la parte centrale del continente ha dimostrato un ritmo di crescita sostenuto.

Malgrado tutto ciò la scienza in Africa e la scienza dell’Africa contano ancora troppo poco. E anche se alcuni paesi ce la possono fare, per il continente nel suo complesso è ancora lontana la possibilità di partecipare alla società e all'economia della conoscenza.

Articoli correlati

altri articoli

La gestione dei rischi idraulici nel bacino del Po

Nel corso degli anni, il Po è stato protagonista di alluvioni catastrofiche, tanto che l'eventuale collasso di un suo argine è considerato l’evento di calamità naturale più grave in Italia dopo l’eruzione del Vesuvio. Armando Brath, professore di Costruzioni idrauliche all’Università di Bologna e presidente dell'Associazione Idrotecnica Italiana, spiega le ragioni del rischio, come gli argini fragili, ragionando sulla necessità di sviluppare una capacità di visione di insieme dei fenomeni e dei problemi: come diceva Einstein, infatti, "i problemi attuali non si possono risolvere perseverando con la stessa mentalità che ha contribuito a generarli". L'articolo è una anticipazione del numero speciale 505 di Italia Nostra dedicato al Po.

Crediti: Frittoli, Edoardo (2015-11-13). "13 novembre 1951. La catastrofe del Polesine". Panorama

I rischi idraulici possono ascriversi a tre categorie generali: il rischio di siccità, che può compromettere gli usi delle acque (potabile, irriguo, industria, energia), il rischio alluvionale e idrogeologico, che riguarda la difesa dalle acque in relazione a fenomeni quali piene e frane, e il rischio ambientale, legato alla tutela della qualità delle acque e degli habitat dall’inquinamento.