
Tre uomini convinti di essere Gesù, i molti «Napoleoni» ricoverati nella Francia dell’Ottocento, persone che percepiscono un proprio arto come estraneo: nel suo saggio, lo psicologo Douwe Draaisma attraversa alcuni dei più singolari inganni della mente. Ma “I tre Gesù del Michigan e altri curiosi casi di illusioni e inganni della mente” (Codice Edizioni, 2026) è anche un viaggio nella storia della psichiatria e nel modo in cui è cambiato il nostro sguardo sui suoi pazienti. Perché i deliri non nascono fuori dal tempo: parlano dell’epoca, della cultura e dell’ambiente in cui prendono forma. Mostrando il tentativo della mente di preservare, anche nelle condizioni più estreme, una propria coerenza.
C’è poco da girarci intorno: molti disturbi psichiatrici, per terribili che siano a livello umano, ci risultano affascinanti. Non è un caso che abbiano ispirato libri e film, a volte autobiografici, altre più o meno romanzati: da Una stanza piena di gente di Daniel Keyes a A beautiful mind, da La ragazza interrotta (che è stato sia libro sia film) fino all’opera omnia del neurologo Oliver Sacks, che di quei disturbi ha fatto il centro della sua narrazione in chiave divulgativa. È in buona sostanza in quest’ultimo filone che si inserisce I tre Gesù del Michigan e altri curiosi casi di illusioni e inganni della mente dello psicologo olandese Douwe Draaisma, pubblicato a inizio estate da Codice Edizioni.
Diversamente da Sacks, però, Draaisma non racconta di persone che ha conosciuto. Anzi, gran parte dei protagonisti del saggio sono figure di altri tempi – vissute a volte qualche decennio, a volte qualche secolo fa. Questa è una delle prime caratteristiche de I tre Gesù del Michigan, e non è di poco conto. Intanto perché significa che il saggio si svolge e si basa soprattutto su testimonianze, documenti e resoconti passati, facendosi storico. E poi perché, come scrive Draaisma, «I deliri sono legati al tempo. La loro espressione li colloca in un segmento temporale specifico, in un ambiente, in una storia personale». Che siano legati a una storia personale è abbastanza intuitivo; che lo siano anche a un’epoca, un ambiente storico, forse meno: ma non si può credere di essere Napoleone se Napoleone stesso non è ancora venuto al mondo. Quando però Napoleone è diventato il personaggio che tutti conoscono, la cosa cambia; e così, continua Draaisma, quando nel 1841 le sue spoglie furono riportate in Francia per la sepoltura, «Solo in quell’anno furono ricoverati a Bicêtre tredici o quattordici “Napoleoni”, ai quali si aggiungeva l’inevitabile corollario dei suoi “figli” e “mogli”».
C’è ancora un’altra caratteristica importante che la scelta di raccontare pazienti passati invece che presenti porta con sé: in questo modo, infatti, emerge con chiarezza anche il cambiamento dell’etica del trattamento. La vicenda che dà il nome al saggio ne è un esempio più che significativo. I tre Gesù, infatti, erano ricoverati a Ypsilanti, un ospedale psichiatrico del Michigan; qui, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, inizia l’esperimento di Milton Rokeach, psicologo statunitense di origini polacche. L’idea era far confrontare tra loro tre pazienti convinti di essere Cristo, con sessioni di gruppo che poco badavano al disagio e allo stress che causavano. Non solo: Rokeach, nel suo esperimento, usò anche provocazioni mirate, con lettere fasulle e manipolatorie, per capire fin dove potesse portarli. Un’idea che aveva precedenti storici, racconta Draaisma, ma fu completamente fallimentare. Lo fu perché non servì affatto a cambiare le deliranti idee dei pazienti; e lo fu ancora di più sul piano etico. Lo ammise lo stesso Rokeach: «A posteriori, gli era chiaro che aveva creduto di organizzare un confronto fra tre pazienti, ma ora si rendeva conto che, in realtà, era stato un confronto tra quattro pazienti. Aveva tralasciato sé stesso. Il suo delirio era stato credere di poter curare quelli degli altri con le sue manipolazioni di studioso onnipotente e onnisciente. Gli uomini che credevano di essere Gesù erano quattro», scrive Draaisma.
È tutt’altra la sensibilità, la consapevolezza di fronte al disturbo psichiatrico, che si trova oggi. Certo, è imperfetta e pur sempre legata alla medica o al medico, ma spicca in un altro tipo di condizione di cui Draaisma parla nel saggio: il cosiddetto disturbo dell’identità dell’integrità corporea. È in pratica una piena contrapposizione all’arto fantasma che tante persone sperimentano dopo un’amputazione (altro tema di cui parla il saggio): qui, un arto è di troppo, è percepito come estraneo, con tale forza e tale sofferenza da portare chi ne soffre a cercare di amputarlo personalmente. Oggi, almeno per alcuni pazienti e dopo accurata valutazione psichiatrica, il desiderio di amputazione viene realizzato. Inoltre, per il numero pur esiguo di persone che hanno questo peculiare disturbo dell’identità, la condizione stessa può essere vissuta non solo e necessariamente come una patologia, ma come una parte di sé. E le difficoltà che causa «non nascono dal loro desiderio [di eliminare un arto], ma dalla reazione sociale che esso suscita».
In effetti, uno degli aspetti più potenti de I tre Gesù del Michigan è che presenta un viaggio non solo tra i disturbi psichiatrici, cavalcando la neurologia, ma anche e soprattutto tra le epoche e, almeno in parte, le etiche. È ricco di riferimenti storici, né mancano quelli scientifici. C’è da dire una cosa, però: non bisogna aspettarsi di trovare, tra le pagine del viaggio, una spiegazione per “i deliri” che racconta. Non per mancanza di riguardi, quanto perché la spiegazione è molto spesso sconosciuta, vuoi per la scarsità di casi, che impedisce indagini vaste e rigorose, vuoi per la loro difformità anche quando si presentano elementi comuni. Perché semmai «Ciò che hanno in comune è la disperata inventiva con la quale il sé di sforza di mantenere coerenza e coesione, un ordine interiore, come se la ragione fosse l’ultima cosa a cui un animo confuso vuole rinunciare», come scrive Draaisma fin dalle prime pagine.
