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Gli effetti del ciclo mestruale svelati dai big data

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Foto di Monica Kozub via Unsplash.

Se Homo sapiens ha trovato mille espedienti per proteggersi dal freddo, dalla fame, dalla malattia o dagli incerti della natura, se ha saputo esplorare e colonizzare tutte le terre, viaggiare nell’universo e inventare armi sofisticate per uccidere i suoi simili, è inevitabile constatare che le mestruazioni pertengono ancora all’irrazionale. Nonostante la sua banalità, il ciclo resta un fenomeno misterioso, circondato da leggende, superstizioni, reticenze e stereotipi la cui persistenza non può che stupire. Che provengano dalla mitologia, dalla religione o dalla medicina, continuano a permeare le mentalità tanto da ripercuotersi sulla salute e sul benessere delle donne in tutto il mondo.

Con queste parole la giornalista e scrittrice marsigliese Élise Thiébaut racconta nel libro “Questo è il mio sangue”, pubblicato da Einaudi nel 2018, l’ignoranza che esiste sul ciclo mestruale e come questa lasci spazio alle credenze, alla strumentalizzazione e allo stigma. Thiébaut sarebbe probabilmente molto contenta di sapere che questa settimana la prestigiosa rivista scientifica Nature Human Behaviour ha pubblicato un articolo che studia l’impatto del ciclo mestruale sull’umore, i comportamenti e alcuni parametri vitali, partendo da un grande database messo a disposizione dalla società BioWink GmbH che commercializza l’applicazione Clue per il tracciamento del ciclo mestruale. Colpisce infatti che un tema del genere finisca sulle pagine di una rivista non specializzata in salute femminile, ginecologia o psicologia. E, sinceramente, colpisce in senso positivo.

Il gruppo di ricercatori che firma lo studio è composto principalmente da data scientist, coordinati da Jure Leskovec di Stanford University che dirige inoltre la ricerca scientifica nell’azienda tecnologica Pinterest. A proporre a Leskovec e colleghi di approfondire questi temi è stata Emma Pierson, oggi ricercatrice a Microsoft, che li ha affrontati all’interno della sua tesi di dottorato intitolata “Data Science for Social Equality”. Il gruppo ha al suo attivo un numero di pubblicazioni molto interessanti sul ruolo che i dati e la loro elaborazione possono avere nel raggiungimento di una maggiore equità sociale. A maggio scorso ha pubblicato un lavoro in cui mostra la discriminazione razziale nelle pratiche della polizia statunitense e poche settimane fa un’altra analisi che suggerisce che strumenti di apprendimento automatico potrebbero curare alcuni bias diagnostici dei medici nei confronti di pazienti appartenenti alle minoranze. A novembre si è anche occupato di rischio di contagio, analizzando i dati di mobilità raccolti con i cellulari per individuare i luoghi delle grandi aree metropolitane statunitensi in cui è più probabile infettarsi (bar, ristoranti e palestre).

Il primo messaggio importante del nuovo lavoro di Pierson e coautori è dunque l’argomento. Come spiega la stessa Pierson in questo articolo di commento, non era affatto scontato che la sua proposta di collaborare con una delle più diffuse app di tracciamento del ciclo mestruale per studiarne gli impatti venisse accettata in un campo che è prevalentemente maschile. La comunità di riferimento difficilmente legge di mestruazioni e dei disturbi correlati, semplicemente perché questi argomenti restano confinati su riviste più specialistiche. L’impatto culturale del lavoro è dunque importante.

Il secondo messaggio riguarda più nello specifico i risultati dell’analisi condotta sui dati. Avendo a disposizione un database di 3,3 milioni di donne per un totale di 241 milioni di osservazioni, una dimensione che difficilmente si raggiunge negli studi clinici, i ricercatori hanno potuto confrontare l’importanza che il ciclo mestruale ha nel determinare l’umore, i comportamenti e tre parametri vitali (frequenza cardiaca a riposo, temperatura basale, peso corporeo) con quella di altri tipi di ciclo (quotidiano, settimanale e stagionale). La loro conclusione è che il ciclo mestruale ha l’importanza maggiore, in particolare per gli stati felice/triste, i comportamenti sessuali e i tre parametri vitali misurati.

Questo confronto è stato possibile perché i dati messi a disposizione da Clue permettono di osservare l’effetto del ciclo mestruale e non mediarlo via, come accade quando si osservano aggregati di donne che hanno cicli non sincroni. Inoltre hanno consentito di osservare il fenomeno in molti paesi diversi, 109 per l’esattezza, e constatare che l’impatto del ciclo è importante ovunque e dunque non è frutto di costruzioni culturali, come alcuni hanno sostenuto in passato cercando di opporsi all’inserimento della sindrome premestruale nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders della American Psychiatric Association.

Ma come funziona la app Clue? Le donne possono registrare le loro osservazioni solo prospetticamente, non possono cioè correggere o inserire valutazioni che riguardano il passato. Questo è un fatto importante, come ricordano gli stessi autori, perché è dimostrato che gli studi che chiedono alle donne di ricordare come si sentivano nei vari momenti del ciclo sono affetti dal cosiddetto recall bias. Come si vede nell’immagine sottostante, le valutazioni sull’umore sono binarie (concentrata/distratta, calma/stressata, felice/triste), mentre quelle che riguardano i parametri vitali sono continue e registrate digitando dei valori numerici.

Partendo dalle osservazioni registrate, i ricercatori hanno costruito un modello di regressione lineare e stimato per ciascuno dei cicli (giornaliero, settimanale, mestruale, stagionale) il peso sulle valutazioni di umore, comportamento e parametri vitali. Come ripetono in più punti dell’articolo, intendono misurare il peso relativo che questi cicli hanno in media in ciascuna donna e per farlo sottraggono i valori medi individuali. Adottando questa tecnica, ottengono i risultati rappresentati nella figura sottostante relativamente, ad esempio, alla dimensione felice/triste.

Si vede che l’ampiezza dell’oscillazione osservata durante il ciclo mestruale è maggiore rispetto a quella osservata durante gli altri tipo di ciclo, con il ciclo stagionale che mostra la minore oscillazione tra tutti. I risultati relativi alle altre dimensioni dell’umore, ai comportamenti e ai parametri vitali, sono sintetizzati negli istogrammi qui sotto.

L’impatto del ciclo mestruale rispetto agli altri cicli è particolarmente evidente sugli stati felice/triste, felice/sensibile, motivata/demotivata, sul comportamento sessuale e sui tre parametri vitali. Il ciclo settimanale appare invece il più importante per la produttività, lo stress e il sonno (nel weekend ci si sente meno produttivi, si fa meno esercizio fisico e si dorme di più). Il ciclo stagionale ha un impatto significativo sulla produttività e sulla dimensione calma/stress, probabilmente perché il database contiene una maggioranza di donne in età scolastica.

I ricercatori hanno poi confrontato l’impatto del ciclo mestruale in diverse fasce di età. Ad esempio, nella dimensione felice/triste si osserva un picco negativo nei giorni subito precedenti alle mestruazioni e un picco positivo intorno all’ovulazione sia nel gruppo di donne tra i 15 e i 20 anni che in quello tra i 30 e i 35 anni, ma sono più accentuati in questo secondo gruppo.

«Il lavoro di Leskovec e collaboratori è apprezzabile, perché quantifica l’importanza del ciclo mestruale rispetto agli altri cicli, un risultato che finora non era stato ottenuto con così tanta chiarezza», commenta Jeffrey Kiesner, professore associato al dipartimento di psicologia dello sviluppo e della socializzazione dell’Università di Padova, dove studia il ciclo mestruale e i suoi effetti sull’umore e sui comportamenti affettivi. Tuttavia, Kiesner individua un limite del lavoro: «gli autori tracciano delle curve che rappresentano l’effetto medio del ciclo mestruale sull’intero campione di donne. In realtà esiste un’estrema variabilità nel modo in cui il ciclo mestruale modifica umore e comportamenti». Kiesner si riferisce a questo lavoro, pubblicato sulla rivista Psychoneuroendocrinology nel 2011, in cui ha mostrato che alcune donne vivono effettivamente le oscillazioni descritte nell’articolo di Leskovec e collaboratori, un picco negativo prima delle mestruazioni e uno positivo intorno all’ovulazione, ma altre vivono esattamente l’opposto. Altre ancora hanno oscillazioni molto meno intense. Per osservare questi diversi pattern si usa una tecnica statistica chiamata mixed model, che ammette diversi parametri per ciascuna donna e che individua a posteriori popolazioni di donne che si comportano in maniera simile e le raggruppa per ottenere stime più accurate. Gli autori del lavoro dichiarano di aver eseguito questi controlli, ma non ne riportano i risultati. «La donna media rispetto al ciclo mestruale non esiste, così come non esiste la persona media», aggiunge Kiesner e conclude «questo limite non impedisce però al lavoro di assolvere a un importante compito culturale, quello di portare all’attenzione generale i problemi connessi al ciclo mestruale, con la conseguenza di normalizzare l’argomento e al tempo stesso generare la consapevolezza indispensabile perché siano trattati in maniera efficace».

È importante sottolineare, come ricordano più volte gli autori della ricerca pubblicata su Nature Human Behaviour, che i loro risultati non dimostrano che le donne sono più umorali o volatili degli uomini, semplicemente perché nel loro campione non ci sono uomini o comunque persone che non hanno le mestruazioni e dunque non viene eseguito un confronto statistico tra un gruppo con le mestruazioni e uno senza.

Come abbiamo anticipato, un altro risultato notevole è che il pattern generale che i ricercatori osservano sull’intero campione è valido anche considerando i diversi paesi separatamente. Qui è doverosa una precisazione che riguarda il campione messo a disposizione dalla app Clue. Come gli stessi autori sottolineano, non si tratta di un campione rappresentativo, poiché contiene una maggioranza di donne che vivono negli Stati Uniti e in età scolastica. «È probabile inoltre», commenta Kiesner a questo proposito, «che nel campione siano maggiormente rappresentate donne che hanno più irregolarità o problemi connessi al ciclo mestruale».

L’ultimo aspetto che vale la pena sottolineare è quello relativo al ruolo delle app di tracciamento della salute. «Le donne utilizzano le app di tracciamento del ciclo mestruale in modi diversi. Per molte sono semplici calendari con cui tengono traccia dell’inizio delle mestruazioni. In alcuni casi, però, l’interazione con la app può generare nuova conoscenza o consapevolezza del proprio corpo e dei suoi meccanismi», commenta Letizia Zampino, dottoranda presso il dipartimento di scienze sociali ed economiche della Sapienza, Università di Roma, che studia il ruolo che le tecnologie di auto tracciamento hanno nel rapporto delle donne col proprio ciclo mestruale e quindi con il proprio corpo. Per la sua tesi di dottorato Zampino ha intervistato diverse donne che utilizzano queste app constatando che alcune di esse hanno scoperto in questo modo che il ciclo mestruale si divide in diverse fasi, di cui il sanguinamento è solo l’ultima, e che durante queste fasi il corpo vive cambiamenti ormonali e fisici. «Quello che ho constatato nella mia attività di ricerca sul campo è che queste applicazioni possono rappresentare un’occasione di crescita ma solo se le donne hanno una propensione ad approfondire l’argomento del ciclo mestruale e questa propensione può essere favorita anche ripensando i percorsi educativi fin dalle età più giovani. Le bambine e le ragazze devono sapere che si può parlare di mestruazioni, che non è un argomento tabù», commenta Zampino, e conclude «chiaramente non si devono dimenticare i rischi connessi alla condivisione dei dati personali raccolti da queste applicazioni che, ad esempio, possono essere venduti e sfruttati per scopi di marketing rendendo le donne vulnerabili in momenti molto delicati della loro vita, come ad esempio quelli della ricerca di una gravidanza o della gravidanza stessa».

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