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Decrescita per salvare il pianeta? Parliamone

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Poiché le conseguenze di una mitigazione insufficiente del riscaldamento globale sono estremamente gravi, è necessario prendere in considerazione uno scenario che l'IPCC non ha esaminato. Si tratta della decrescita, definita come «equo ridimensionamento dei flussi di energia e risorse attraverso l'economia, con una concomitante garanzia di benessere». È stato dimostrato che questo scenario sarebbe molto meno rischioso dei percorsi che si basano solo sulla rimozione su larga scala dell'anidride carbonica e sulla transizione su larga scala e in tempi brevi verso le fonti di energia rinnovabili. La decrescita, inoltre, potrebbe essere l'opzione migliore per non superare i cosiddetti planetary boundaries e per affrontare molteplici aspetti della crisi ambientale, rendendo la società più equa. 

Crediti immagine: William Bossen/Unsplash

Testo tradotto da The missing pathway: Degrowth.

In tutto il mondo gli ecosistemi stanno cambiando in risposta al cambiamento climatico e ad altre pressioni causate dalle attività umane. La temperatura media globale è aumentata di circa 1,1 °C dalla rivoluzione industriale, con la maggior parte del cambiamento registrato dalla metà degli anni Settanta.

Già nell'ottobre 2018, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha avvertito che andare oltre 1,5 °C di riscaldamento potrebbe avere conseguenze gravi, durature e in alcuni casi irreversibili per gli ecosistemi. Il recente Assessment Report pubblicato ad agosto ha rafforzato il messaggio.

La temperatura globale, sottolinea il rapporto, è aumentata dal 1850 molto più di quanto ci si sarebbe aspettato senza le emissioni umane, le concentrazioni di gas a effetto serra hanno raggiunto i livelli massimi mai osservati in milioni di anni. Di conseguenza, il livello globale del mare è aumentato a una velocità mai vista negli ultimi due millenni, il ghiaccio marino artico si è ridotto a livelli record e gli eventi meteorologici estremi, come inondazioni e siccità sono diventati più frequenti e intensi, così come gli incendi boschivi.

Alcuni cambiamenti saranno virtualmente irreversibili per secoli, come lo scioglimento dei ghiacciai di montagna e del permafrost, e, anche nello scenario migliore, vedremo il livello del mare aumentare di almeno 50 centimetri entro la fine del secolo.

Grazie a una migliore comprensione della cosiddetta sensibilità climatica, ovvero di come il sistema climatico reagisce a una riduzione o a un aumento della concentrazione di gas serra, gli scienziati del clima avvertono che superare un aumento di 2 °C e, a maggior ragione, di 3 °C avrebbe conseguenze devastanti per l'umanità. Inoltre, sottolineano che anche una mitigazione molto rigorosa porterà a un riscaldamento superiore a 1,5 °C entro il 2035 e a 2 °C entro il 2050 circa, e che la temperatura globale potrebbe diminuire solo grazie a un calo molto rapido delle emissioni di gas serra, unito alla diffusione su larga scala di tecnologie a emissioni negative.

Le raccomandazioni dell'IPCC non hanno un riscontro effettivo né nelle politiche adottate o pianificate finora, né con la fattibilità tecnologica. Gli attuali impegni di riduzione delle emissioni, associati all'Accordo di Parigi, sono lontani dall'obiettivo di 1,5°C, poiché porterebbero a circa 2,7°C di riscaldamento, e forse più, entro la fine del secolo. La ventiseiesima conferenza delle parti, che si svolgerà a Glasgow a novembre, dovrà certamente affrontare questo problema.

Ancora una volta, gli scienziati del clima hanno invocato una correzione di rotta. La traiettoria del cambiamento futuro e gli impatti, tuttavia, sono incerti e dipenderanno da molti fattori. Tra questi, la concentrazione atmosferica di gas serra, guidata dalle emissioni umane, la sensibilità climatica a tali concentrazioni e la capacità di adattamento, che probabilmente non sarà uniforme tra i paesi. Si possono ipotizzare diversi scenari.

Per esplorare questi diversi scenari, sono stati creati i Representative Concentration Pathways (RCP). Si tratta di proiezioni dipendenti dal tempo delle concentrazioni atmosferiche di gas serra (GHG) che si traducono in proiezioni corrispondenti del cambiamento climatico (per esempio temperatura globale e livello dei mari). Gli scienziati hanno anche costruito narrazioni o "percorsi" sociali che cercano di delineare come la società globale, la demografia e l'economia potrebbero cambiare nel prossimo secolo, indipendentemente dalla politica climatica. Sono conosciuti collettivamente come Shared Socioeconomic Pathways (SSP). Vale la pena notare che gli SSP generalmente non includono il feedback sulla società del cambiamento climatico reale, quindi tali narrazioni presuppongono che lo sviluppo non sia limitato dagli impatti. I decisori politici possono usare gli SSP per ragionare sul livello di mitigazione necessario e raggiungibile combinando una possibile traiettoria delle emissioni di gas serra con una narrazione socioeconomica.

C'è comunque un avvertimento molto significativo. Gli scenari modellizzati che raggiungono la stabilizzazione del riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C - e persino la stabilizzazione al di sotto di 2 °C - sembrano molto impegnativi perché, pur prevedendo riduzioni delle emissioni molto sostanziali, si basano anche su tecnologie che non esistono ancora alla scala necessaria. Quindi una domanda importante è: cosa succederebbe se tale tecnologia non diventasse disponibile?

Al momento, si corre il rischio importante, nel fare affidamento su una tecnologia a emissioni negative, di trasferire l'onere della mitigazione alle generazioni future e sperare per il meglio. Significa mettere quasi tutte le nostre uova in un fragile paniere. La conoscenza scientifica mostra che senza la comparsa di tali tecnologie su scala adeguata, anche lo sforzo attuale di paesi più avanti nel processo, come il Regno Unito sarebbe lontano dall'essere "conforme a Parigi" e che lo sforzo richiesto è molto più alto degli impegni attuali. Questo grafico interattivo rende l’idea di quale sia la proporzione del compito a cui gli sarebbero chiamati se non potessero sfruttare tecnologie a emissioni negative. In questo contesto, le soluzioni basate sulla natura (Nature-Based Solutions, NBS), che possono produrre emissioni negative, hanno un ruolo importante da giocare, ma dovrebbero essere messe in prospettiva. Mentre è cruciale che gli ecosistemi esistenti siano protetti e mantenuti in buone condizioni, i paesi sviluppati dovrebbero avere aspettative realistiche per quanto riguarda le potenzialità di mitigazione attribuite ad aree create o ripristinate di recente.

Questo è anche il caso del Regno Unito. Prendiamo per esempio gli scenari di rimboschimento proposti dal Comitato britannico per il cambiamento climatico. Il sequestro di biossido di carbonio ottenibile da nuove aree boschive nell'arco di 30 anni, a seconda delle ipotesi, varia da meno dell'1% a meno del 3% del totale delle emissioni di gas serra del Regno Unito nello stesso periodo, assumendo le emissioni business as usual. Molte torbiere degradate potrebbero diventare un pozzo di assorbimento del biossido di carbonio se adeguatamente ripristinate, ma ciò deve avvenire prima che condizioni climatiche più calde e secche promuovano un ulteriore degrado, con il rischio, anche per le aree intatte, di un aumento delle emissioni nel corso del secolo. Al momento molte torbiere nel Regno Unito sono ancora una fonte significativa, emettendo decine di milioni di tonnellate di CO2-eq all'anno.

Altre soluzioni basate sulla natura come lo stoccaggio del biossido di carbonio nel suolo e le colture bioenergetiche sono anch’esse potenzialmente vulnerabili ai cambiamenti che cercano di evitare, come l'aumento dell'erosione delle piogge e il rischio di incendi, e alcune competono con la produzione alimentare. Questo dimostra che, mentre le soluzioni naturali hanno un potenziale di mitigazione (e incidentalmente molti benefici aggiuntivi) fare affidamento pesantemente su di esse per diminuire l'impronta di emissione globale del paese non sarebbe né realistico né prudente.

Poiché le conseguenze di una mitigazione insufficiente sono estremamente gravi, appare necessario prendere in considerazione uno scenario che l'IPCC non ha esaminato, vale a dire la decrescita, definita come «equo ridimensionamento dei flussi di energia e risorse attraverso l'economia, con una concomitante garanzia di benessere». È stato dimostrato che un tale scenario sarebbe molto meno rischioso dei percorsi che si basano solo sulla rimozione su larga scala dell'anidride carbonica e sulla transizione su larga scala e in tempi brevi verso le fonti di energia rinnovabili. Potrebbe essere l'unico modo fattibile per raggiungere la (enorme) riduzione di emissioni necessaria nel tempo necessario.

E non si tratta solo di non superare un budget sicuro di emissioni di carbonio. La decrescita, se adeguatamente governata, potrebbe essere l'opzione migliore per non superare i cosiddetti planetary boundaries (confini planetari), e anche per affrontare molteplici aspetti della crisi ambientale, diminuendo così l'inquinamento, proteggendo la biodiversità, e rendendo la società più equa. Infatti, a causa dei confini fisici globali, si potrebbe sostenere che la scelta è tra un'economia sostenibile e una non sostenibile. Tra una decrescita ordinata e un collasso caotico nei prossimi decenni.

Ma anche la decrescita presenta dei problemi: richiedendo una riduzione del PIL, la sua accettabilità e fattibilità politica sono tutt'altro che scontate e potrebbero inizialmente essere dei veri e propri impedimenti.

Tuttavia, solo una trasformazione profonda sarà in grado di mantenere la società all’interno dei confini planetari, compresi i limiti climatici sicuri. Numerosi studiosi hanno avanzato delle proposte su come mantenere la prosperità in una fase di decrescita. Tra queste ricordiamo, a titolo di esempio, quella dell’economista Tim Jackson, che nel libro del 2017 Prosperità senza crescita ha indicato dodici punti da implementare1 tra cui lo sviluppo di nuove forme di contabilità che includano tra i beni anche gli habitat naturali e i servizi ecosistemici, e la formulazione di nuovi indicatori diversi dal PIL per misurare il benessere delle persone, inteso come felicità e potenziamento delle capacità.

Il dibattito accademico non è risolto, ma è urgente avere un serio e ampio confronto nella società riguardo ai rischi e ai benefici delle diverse strategie che cercano di evitare le peggiori conseguenze della crisi climatica e dell'uso insostenibile delle risorse. Nonostante le perplessità e i dubbi sollevati dall’economia mainstream, che non ammette planetary boundaries e della crescita esponenziale non può fare a meno, la decrescita è chiaramente un candidato degno di considerazione.

Ringrazio Mike Rivington che con i suoi commenti ha permesso di migliorare questo articolo.

 

Note

1. In Prosperità senza crescita, l’economista Tim Jackson individua 12 punti da implementare:

  1. indicare tetti massimi all’utilizzo delle risorse, delle emissioni e obiettivi di riduzione

  2. riforma fiscale per la sostenibilità (carbon tax, non tassare il reddito ma le esternalità negative)

  3. sostegno per la transizione ecologica nei paesi in via di sviluppo

  4. sviluppare una macroeconomia ecologica (come garantire un reddito in uno stato stazionario)

  5. investire nella transizione ecologica: riqualificazione edilizia (attraverso l’implementazione di sistemi a basso impatto e basso consumo energetico); tecnologie basate su fonti rinnovabili; riprogettazione delle reti per la distribuzione dei servizi di pubblica utilità, tra cui in particolare l’elettricità; infrastrutture per il trasporto pubblico; aree pubbliche (zone pedonali, spazi verdi, biblioteche e così via)

  6. aumentare la prudenza finanziaria e fiscale (Tobin tax, divieto vendite allo scoperto)

  7.  rivedere la contabilità nazionale (dare un valore agli assett naturali e ai servizi ecosistemici, anche alle esternalità)

  8. politiche sull’orario di lavoro (riduzione e tetto alle produzioni)

  9. affrontare le ineguaglianze sociali (producono consumi posizionali, producono effetti sociosanitari pesanti, ecc.)

  10. misurare meglio le capacità e la felicità umana (nuovi indicatori oltre al PIL)

  11. rafforzare il capitale sociale (volontariato, servizi pubblici, politiche di coesione che rendano la società più “resiliente”)

  12. smantellare la cultura del consumismo (impatti dei consumi, la cultura dell'usa e getta, ecc.)

 

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