La denatalità in Italia: ombre certe e luci possibili

Immagine: Vigeland park, Oslo (Wikimedia)

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Il Premio Nobel 2022 per la Chimica è stato assegnato a Barry Sharpless, Morten Meldal e Carolyn Bertozzi per “lo sviluppo della click chemistry e della chimica bioortogonale”: due campi che trovano svariate applicazioni, dalla medicina alla produzione di nuovi materiali.
Immagine: elaborazione grafica da Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0), Bengt Oberger/Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0) e Kuebi/Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0)
Il Premio Nobel 2022 per la Chimica è stato assegnato a Barry Sharpless, Morten Meldal e Carolyn Bertozzi per aver gettato le basi della click chemistry, una forma di sintesi chimica in cui dei blocchi molecolari si uniscono in modo rapido ed efficiente, e per aver portato questo tipo di approccio nel campo della biochimica, utilizzandolo negli esseri viventi.

Il premio Nobel per la fisica 2022 è stato assegnato a John Clauser, Alain Aspect e Anton Zeilinger per i loro esperimenti con fotoni entangled che li hanno resi pionieri nel campo dell'informazione quantistica. Con tali esperimenti i tre scienziati hanno dimostrato la violazione della cosiddetta "disuguaglianza di Bell", formulata dal fisico inglese nel 1964 con l'obiettivo di testare la validità della meccanica quantistica. Nell'immagine John Bell al Cern nel giugno 1982. Bell morì all'età di 62 anni nel 1990. Immagine CERN (CC BY 4.0).
Ieri, l’Accademia Svedese delle Scienze ha assegnato a John Clauser, Alain Aspect e Anton Zeilinger il premio Nobel per la fisica 2022 per aver realizzato “esperimenti con fotoni entangled, dimostrando la violazione delle disuguaglianze di Bell e facendo da pionieri nel campo dell’informazione quantistica”.
A un anno dalla morte di Richard Charles Lewontin, lo ricordiamo agli appassionati e alle nuove generazioni con Guido Barbujani, Marco Ferraguti, Maurizio Casiraghi e Carloantonio Barberini. A lui si deve il merito di avere, per primo, dimostrato che la diversità umana non dipende da presunte razze.

Svante Pääbo, premio Nobel per la medicina 2022. Immagine: Wikimedia
Il 3 ottobre è stato un giorno importante non solo per l’antropologia molecolare ma per tutti gli studi di evoluzione umana: il premio Nobel 2022 per la fisiologia e la medicina è stato assegnato a Svante Pääbo, il padre delle ricerche sul DNA antico, per il suo contributo alla decifrazione dell’intero genoma di Neandertal e di altri ominini ormai estinti.

Contribuì in modo decisivo a una lettura molecolare dell'evoluzione, si oppose al determinismo genetico, quindi alla sociobiologia, all'idea di razza e alle sue presunte basi scientifiche. Fu un grande scienziato e un uomo giusto. Parliamo di Richard Lewontin, che mercoledì 5 ottobre verrà celebrato e discusso a un anno dalla sua morte al Museo di storia naturale di Milano, e in diretta su Scienza in rete da Guido Barbujani in dialogo con Marco Ferraguti, Maurizio Casiraghi e Carloantonio Barberini. Ne scrive qui uno dei relatori del convegno, non mancando di sottolineare la coincidenza con il primo Nobel dedicato a un altro maestro dell'evoluzione, Svante Pääbo.
Questo è un grande momento della biologia evoluzionistica: per la prima volta un grande studioso dell’evoluzione umana, Svante Pääbo, ha ricevuto il premio Nobel. Ed è una singolare coincidenza che tre giorni dopo l’annuncio verrà commemorato, a poco più di un anno dalla scomparsa un altro grande evoluzionista.

Cos'è, in concreto, la terza missione delle università? E il public engagement? Come si può raggiungerlo? Questi temi sono stati trattati a Folle di Scienza, l'evento che si tiene annualmente e che raccoglie persone coinvolte nella divulgazione e comunicazione scientifica italiana: ce lo racconta Riccardo Lucentini.
Crediti immagine: Università di Pavia/Flickr. Licenza: CC BY 2.0
Anche quest’anno divulgatrici, divulgatori e personalità della comunicazione della scienza si sono ritrovati a Strambino (TO) per Folle di Scienza, l’evento organizzato dall’associazione Frame - divagazioni scientifiche allo scopo di creare un luogo di confronto e aggregazione per tutti coloro che si dedicano alla divulgazione e alla comunicazione della scienza.

Dati fisiologici o comportamentali misurati attraverso dispositivi che possono essere portatili, indossabili, impiantabili o digeribili, ossia i biomarcatori digitali, e gli organi o tessuti “on a chip”, micro-dispositivi progettati per supportare tessuti e cellule viventi, imitando in vitro la fisiologia umana e le malattie, sono due tra gli strumenti più promettenti per il supporto agli studi clinici e preclinici: in questo articolo, Michela Moretti esplora le loro potenzialità e attuali limiti.
Crediti immagine: National Center for Advancing Translational Sciences/Flickr. Licenza: dominio pubblico
La pandemia di Covid 19 ha dato una svolta al dibattito sui percorsi per accelerare i tempi della ricerca e l’approvazione di nuove terapie, in particolare quelle che riguardano patologie ancora senza cura. Pur rimanendo prioritaria la necessità di fornire garanzie di sicurezza ed efficacia di un farmaco, è sempre più condivisa la volontà di trovare soluzioni che velocizzino tali iter. Gli sforzi delle istituzioni e degli enti regolatori - non senza difficoltà - per fornire indicazioni più precise, direttive certe e meno burocrazia sono stati e sono ancora numerosi.
Venerdì 23 settembre - in simbolica concomitanza con lo sciopero globale indetto dal movimento ambientalista Fridays for future - tutte le maggiori forze politiche italiane hanno firmato un accordo pre-elettorale per l’istituzione di un Consiglio scientifico Clima e Ambiente.
I due sociologi Robert Merton e Harriet Zuckerman lo dicono dagli anni Sessanta: nella scienza chi è più famoso verrà favorito. In un articolo firmato da Merton nel 1968 per la rivista Science questo effetto venne chiamato Matthew Effect, alludendo al salmo di Matteo 25, 29 che recita