Olga Rickards

Olga Rickards è nata a Roma il 20 luglio 1952. È professore ordinario di Antropologia Molecolare della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Insegna anche Antropologia nel corso di laurea in Scienze dei Beni Culturali della Facoltà di Lettere e Filosofia della stessa università, e fa parte del Collegio dei docenti dell’”European Master of Anthropology and Human Biology” nell’Università di Firenze. Dirige il Centro Dipartimentale di Antropologia Molecolare per lo studio del DNA antico del Dipartimento di Biologia dell’Università “Tor Vergata” e un’Unità operativa del Progetto finalizzato Beni Culturali del CNR nell’ambito dell’Archivio biologico ed etnoantropologico. Ha lavorato alcuni anni negli USA con la professoressa Rebecca Cann dell’Università delle Hawaii e con ricercatori della Cetus in California. Ha inoltre rapporti di collaborazione scientifica con le Università di Cambridge, di Bilbao, di Madrid, di Granata, di Zagabria e dell’Estonia. Svolge la sua attività di ricerca scientifica nel campo dell’Antropologia e dell’Archeologia molecolare, e dell’Evoluzione umana. Su questi argomenti ha numerose pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali e internazionali. Si occupa inoltre di divulgazione scientifica, collaborando con quotidiani, riviste, programmi radiofonici e televisivi. Ha organizzato corsi di specializzazione e workshop sull’analisi ed applicazioni del DNA antico, mostre sull’evoluzione dell’uomo, con particolare riguardo all’evoluzione molecolare, e seminari sullo stesso argomento. Tra le sue pubblicazioni recenti i libri, scritti con Gianfranco Biondi, dal titolo “I sentieri dell’evoluzione” (CUEN, 2000) e “Uomini per caso” (Editori Riuniti, 2001, 2003).

Quando lasciammo l’Africa

Frammento di sinistra di un mascellare superiore adulto completo della dentizione dal primo incisivo al terzo molare (Gerhard Weber, University of Vienna, Austria)

L’origine africana e recente, databile a circa 200.000 anni fa, della nostra specie Homo sapiens è ormai un evento sul quale concordano sia le evidenze fossili che molecolari. Il recente articolo di Israel Hershkovitz e del numeroso gruppo che ha partecipato alla ricerca, apparso su Science del 26 gennaio 2018, ha invece modificato la data, anticipandola di molto, di un altro evento fondamentale nella storia dell’evoluzione della nostra specie: il momento in cui alcuni gruppi di H.

Naledi, l'altro Homo

I resti dei piedi appartenenti all'Homo Naledi ritrovati nella Dinaledi chamber in Sud Africa. Immagine dall'articolo "The foot of Homo naledi". Nature Communications 6: 8432. DOI:10.1038/ncomms9432.

Il Sudafrica ha svelato un altro frammento della storia evolutiva dell’umanità. E un frammento di notevole interesse, perché ha aggiunto al nostro record fossile una nuova specie. Già prima il cespuglio evolutivo del genere Homo, che compare nella scena africana degli ominini attorno a 2,8 milioni di anni fa, era ricco di specie e ora ha una nuova gemma o un nuovo ramo, come è più corretto dire.

Homo naledi, ecco un nuovo progenitore dell’uomo

Il cespuglio della nostra linea evolutiva, quella ominina, ha acquisito un nuovo ramo e proprio all’interno del nostro genere Homo. La nuova specie però – Homo naledi, che nella lingua sesotho significa stella – si sta dimostrando per gli antropologi un vero e proprio rompicapo, perché complica il percorso evolutivo degli ominini che è stato tracciato a partire dai fossili finora conosciuti.

Una o più specie all’inizio della storia del genere Homo?

Un nuovo fossile ominino è stato descritto sul numero di Science del 18 ottobre 2013 e immediato si è riaperto un dibattito tra gli antropologi che pur se ha conosciuto periodi anche lunghi di quiete in realtà non si è mai sopito, perché impossibile da risolvere. E il perché lo chiariremo alla fine dell’articolo.

Gould si è sbagliato su Morton?

Nel suo libro The Mismeasure of Man, del 1981 (tradotto in italiano da Il Saggiatore nel 1998 con il titolo Intelligenza e pregiudizio), Stephen Jay Gould aveva sostenuto che la misura della capacità cranica, che fornisce la dimensione scheletrica e quindi indiretta del volume del cervello, effettuata da Samuel George Morton nel decennio compreso tra il 1839 e il 1849 sulla sua collezione di alcune centinaia di crani umani provenienti da popolazioni di tutto in mondo era involontariamente errata, perché lo studioso era inconsciamente viziato dall’idea che i popoli di origi

Lucy era bipede, ma già lo sapevamo

Carol Ward, William Kimbel e Donald Johanson hanno dato notizia su Science dell’11 febbraio u.s. del rinvenimento a Hadar, in Etiopia, del quarto osso del metatarso del piede di un Australopithecus afarensis. E l’anatomo-morfologia del fossile testimonia la presenza nel piede di quegli australopiteci, vissuti tra 4 e 3 milioni di anni fa, dell’arco plantare e quindi di una deambulazione bipede perfetta. Il rinvenimento ha avuto una certa enfasi sui media e una tale attenzione alla nostra storia evolutiva è certamente positiva e utile. Non si ritenga però che fino al 10 febbraio u.s.

Paleolitico, quando i sapiens non erano soli

L’articolo che Svante Pääbo e i suoi collaboratori hanno pubblicato il 23 dicembre su Nature ha confermato ciò che i dati molecolari avevano già messo in evidenza nel marzo di quest’anno: la presenza nel continente eurasiatico di un cespuglio numeroso di forme ominine durante il Pleistocene superiore. Insomma, un albero evolutivo dell’umanità più copioso di quello disegnato sulla base dei reperti fossili.

Homo sapiens, era già in Cina centomila anni fa

Nel lavoro pubblicato sul volume 107 del 9 novembre della rivista Proceedings of National Accademy of Sciences, Erik Trinkaus e colleghi hanno analizzato alcuni resti umani (tre molari e la porzione anteriore di una mandibola) rinvenuti tre anni fa nella cava di Zhiren nella Cina meridionale e datati attraverso la serie dell’uranio a più di 100.000 anni fa (Wu Liu 2010).

Genetica e identità ebraica

Due nuovi studi sulla genetica delle comunità ebraiche, appena pubblicati su “Nature” (il 9 giugno on line, dal gruppo di Doron Behar, del Rambam Health Care Campus di Haifa) e su “The American Journal of Human Genetics” (nella prima settimana di giugno, dal gruppo di Harry Ostrer, della New York University Medical School), hanno fornito elementi di chiarezza sull’origine e sullo svolgersi della storia di quel popolo.

Incontri ravvicinati con Neanderthal

Il gruppo diretto da Svante Pääbo, del Max-Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, ha pubblicato sul numero del 7 maggio di Science la sequenza di oltre 4 miliardi di nucleotidi del genoma dell’uomo di Neanderthal: circa il 60 per cento dell’intero genoma. Il DNA è stato estratto dai resti fossili di tre neandertaliani e la loro sequenza genomica è poi stata confrontata con quella di cinque individui della nostra specie provenienti dai diversi continenti.

In quel dito l'impronta genetica di un'altra specie umana

La rivoluzione molecolare avvenuta in campo antropologico a seguito del  recente sviluppo delle biotecnologie e della possibilità che queste hanno offerto agli scienziati di ricostruire a partire dalle informazioni archiviate nel genoma la filogenesi dei primati, e al suo interno l’evoluzione dell’uomo, sta aprendo nuove e affascinanti prospettive anche nel settore della paleoantropologia. Nel prossimo futuro saremo forse in grado di scoprire nuove specie di nostri antenati anche a partire da piccoli frammenti di fossili scarsamente interpretabili attraverso l’analisi morfologica.

Mezzogiorno, quoziente di intelligenza e razzismo

Nel numero di gennaio-febbraio 2010 di Intelligence è apparso un articolo di Richard Lynn (In Italy, north-south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature and literacy), in cui l’autore sostiene che le popolazioni dell’Italia meridionale sarebbero meno intelligenti di quelle dell’Italia settentrionale perché caratterizzate da un QI (quoziente di intelligenza) più basso.