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Il fascino delle reazioni chimiche nell'arte di Gilberto Zorio

Il 2011 offre ai comunicatori della scienza un'interessante opportunità: avvicinare il grande pubblico alla chimica. L'occasione è rappresentata dalla scelta di dichiarare il 2011 “Anno Internazionale della Chimica”, decisione dell'Onu - formalmente - motivata dall'anniversario dell'assegnazione del Premio Nobel per la chimica a Marie Curie (1911).

Un percorso esplorativo

Richiamare l'attenzione del pubblico sulle problematiche e peculiarità della chimica implica un impegno consistente, ma anche un importante sforzo creativo. Il processo comunicativo deve  riuscire ad affermare la centralità e rilevanza della chimica nella nostra società, e al contempo stimolare l'immaginazione del pubblico.

All'interno di questo scenario può risultare efficace raccontare le connessioni esistenti tra la chimica e altri settori creativi della nostra società, come ad esempio l'arte. L'arte si è relazionata con la chimica soprattutto attraverso un legame di tipo strumentale. Le conoscenze della chimica sono state infatti ampiamente utilizzate nel mondo dell'arte: dalle tecniche dell'affresco, all'incisione, o alla più recente fotografia. L'arte si è inoltre avvalsa della chimica non solo nella fase di produzione, ma anche nel recupero, ovvero nello sviluppo delle tecniche di restauro.

Appaiono invece meno numerosi i casi in cui la chimica diviene oggetto di riflessione artistica. In tal senso può essere stimolante prendere in considerazione un episodio di questo tipo, rappresentato dal lavoro di uno dei massimi autori dell'arte italiana contemporanea: Gilberto Zorio.

Il movimento artistico dell'Arte Povera

Accostarsi all'opera di Zorio significa inevitabilmente avvicinarsi all'Arte Povera, una delle avanguardie artistiche più importanti della seconda metà del novecento. Sulla base di questo presupposto è utile soffermarsi brevemente sul movimento dell'Arte Povera, presentando alcune delle sue principali caratteristiche.

Il nome di questo movimento si deve a Germano Celant, importante critico d'arte italiano, che negli anni '60 organizzò diverse mostre, in cui riuscì a riunire il nucleo costitutivo di coloro che successivamente saranno ritenuti i principali esponenti dell'Arte Povera (tra cui: Anselmo, Penone, Kounellis, Pistoletto, Merz, Pascali e lo stesso Zorio) (GALLERIA 1).

Nonostante i rapporti con artisti e movimenti stranieri, i riferimenti culturali di questa corrente sono stati principalmente italiani. Ad esempio la figura di Pasolini, con la sua critica verso la nascente società dei consumi, ha giocato un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell'Arte Povera. Per quanto riguarda invece il campo delle arti visive, gli artisti che hanno esercitato una maggiore influenza su questo movimento sono stati altri autori italiani, tra cui Alberto Burri, Lucio Fontana e, soprattutto, Piero Manzoni.

L'Arte Povera presta una particolare attenzione ai concetti e alle idee, piuttosto che agli aspetti meramente estetici dell'opera artistica, motivo per cui viene universalmente ritenuta una forma d'arte di tipo concettuale. Essa ripone inoltre un'enfasi particolare sulla scelta dei materiali e le fasi di produzione. Di fatto, a causa di questo peculiare interesse per i processi di formazione dell'opera artistica, è considerata un'arte processuale. Questi ultimi elementi – fascinazione per i materiali e processualità della pratica artistica – vengono ulteriormente approfonditi da Zorio, il quale, rivolge la propria riflessione soprattutto sui processi di trasformazione della materia.

Le trasformazioni chimiche in Zorio

“Ogni essere umano è un recipiente di minerali e di acqua, le sue vene, i polmoni e organi sono uno straordinario laboratorio chimico fatto di tubi e alambicchi.”

In occasione dell'esposizione organizzata dall'Instituto Valenciano de Arte Moderno (IVAM) nell'Iglesia del Carmen (Valencia), Zorio rispondeva così alla domanda di Celant circa il frequente uso di tubi dalmine in molti dei suoi lavori. Tubi e alambicchi sono infatti due degli elementi ricorrenti di una riflessione incentrata sulla trasformazione, intesa da Zorio come modificazione della materia e passaggio di energia. Trasformazione spesso declinata attraverso l'uso di reazioni chimiche. Probabilmente sono questi i concetti chiave dell'arte di Zorio, un universo in cui elementi archetipici e materiali poveri collaborano per innescare suggestive esperienze nello spettatore

tenda Tenda (1967), di Gilberto Zorio

Zorio, nato a Andorno Micca (Biella) nel 1944 e formatosi all'Accademia Albertiana di Torino, è, fin da dagli inizi della sua carriera, attratto dai processi di trasformazione. Fascinazione che emerge in opere come “Tenda” (1967), in cui l'artista, ricostruendo la struttura di una tenda da campeggio, intende riprodurre il processo di evaporazione dell'acqua marina, o “Piombi” (1968), nella quale ogni estremità di un arco di rame è immersa in una vasca di piombo diversa per il composto contenuto (solfato di rame e acido cloridrico), innescando una serie di reazioni di ossidazione capaci di modificare i materiali impiegati.

Piombi Piombi (1968), di Gilberto Zorio

Il lavoro di riduzione compiuto sugli oggetti, e quindi sui materiali, prosegue negli anni '70, periodo in cui l'operazione di “impoverimento” si rivolge sempre più verso i segni. È in questo contesto che inizia la sua riflessione su alcuni archetipi - la stella, il giavellotto, la canoa e il crogiolo – mantenendo comunque accesa la propria curiosità per la potenzialità e l'energia della materia. Il più utilizzato tra gli archetipi è sicuramente quello della stella, che è concepita da Zorio come «la proiezione del cosmo nella nostra considerazione delle cose, archetipo che l'essere umano sceglie quale unità di misura dell'incommensurabile». La stella, simbolo atavico che rimanda al mondo metafisico, è riprodotta utilizzando materiali diversi (terracotta, piombo, rame, ecc.), secondo  dimensioni differenti e in relazione con i contesti in cui viene creata ed esposta. Ad esempio, nell'ultima mostra dedicata a Zorio presso il Museo di Arte Moderna di Bologna (MAMbo), Torre-Stella-Bologna, unico lavoro creato appositamente per quell'evento, insiste, come il titolo lascia presagire, proprio sull'archetipo della stella. L'opera, costruita come un intervento architettonico utilizzando mattoni in gasbeton, è un'enorme stella al cui interno è posizionato un alambicco, visibile solo attraverso un piccolo foro tra le pareti della “Torre-stella”. La forma dell'opera è  lievemente avvertita dallo spettatore, il quale può però coglierla a pieno dai piani superiori del museo bolognese. L'installazione è stata inoltre creata considerando le caratteristiche e la storia dello spazio espositivo del MAMbo, cercando di relazionarsi con la storia dell'edificio, che originariamente era la sede dell'antico panificio comunale della città. In definitiva, il visitatore ha l'opportunità di vivere un'esperienza complessa, intrinsecamente legata alla presenza di elementi in trasformazione (dall'accompagnamento musicale all'illuminazione, senza dimenticare i reagenti presenti all'interno dell'alambicco), che conferiscono al lavoro una forte dinamicità.

La stella è la protagonista anche di “Fontana Arbitraria”, installazione permanente realizzata nel Parco di Poggio Valicaia del comune toscano di Scandicci. In questo caso le trasformazioni chimiche giocano un ruolo secondario, mentre appaiono valorizzati l'energia dell'acqua e il contesto in cui si ritrova l'opera, insistendo sul dialogo tra l'intervento umano e lo scenario naturalistico del parco.

Le trasformazioni in Zorio sono quindi intenzionalmente contestualizzate, sia in una dimensione spaziale (il luogo) che temporale (la durata). La dimensione temporale acquista una peculiare rilevanza, facendo sì che i suoi lavori non possano mai considerarsi definitivamente conclusi, essendo piuttosto in continua mutazione. Una simile concezione del processo artistico poggia anche sulla figura di «un autore non creatore ma demiurgo, che plasma la materia perché il mondo accada, e in questo senso quel che accade del mondo e nel mondo non è sotto il controllo, sotto la mente razionale di un'artista ma è oggetto di un processo magico-alchemico-artistico». Quest'ultima affermazione, pronunciata da Gianfranco Maraniello (direttore del MAMbo e curatore anche di un'altra mostra, sempre dedicata a Zorio, realizzata nel Centro Galego de Arte Contemporánea di Santiago di  Compostela), rimanda a un concetto spesso accostato alla produzione artistica di Zorio: l'alchimia, un sistema filosofico esoterico da alcuni considerato il precursore della chimica premoderna e prescientifica. L'alchimia, proprio per la sua dimensione esoterica, probabilmente si rivela più attraente per il mondo dell'arte rispetto alla chimica, poiché capace di evocare una potente carica di mistero e di magia, e quindi di sorprendere il pubblico. Questo aspetto andrebbe però analizzato più in profondità, considerando un congiunto di fattori caratteristici dell'arte di Zorio (le sue procedure ed espressioni, e non da ultimo, la sua formazione) e, più in generale, della relazione tra arte e scienza, due modalità di conoscere e immaginare il mondo differenti e tuttavia in dialogo.

Torna quindi la suggestione di entrare in contatto con la scienza, e in più in particolare con la chimica, anche attraverso l'arte, un percorso chissà atipico, ma efficace per coinvolgere il pubblico e la sua immaginazione.

Carlo Tartivita

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