Alla fine di agosto, solo negli Stati Uniti, già 28 donne in gravidanza avevano perso la vita a causa della nuova influenza, e un centinaio aveva dovuto ricorrere alle cura di un'unità di terapia intensiva. I dati, comunicati ieri da Anne Schuchat, direttore del National Center for Immunization and Respiratory Diseases dei Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, non possono lasciare indifferenti. Alla luce dell'impatto del virus H1N1 in questa categoria ad alto rischio, è poco chiara la decisione del vice ministro italiano Ferruccio Fazio di restringere l'uso degli antivirali nelle future mamme: le ultime indicazioni che vengono dalle autorità italiane, infatti, suggeriscono l'uso dei farmaci solo nelle donne già portatrici di patologie croniche preesistenti alla gravidanza.
Mamme a rischio?
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Esistono tecniche di procreazione assistita “naturali”? E, soprattutto, sono in grado di offrire alternative valide ed evidence based alle coppie che percorrono il faticoso cammino dell’inseminazione assistita? La NaProTecnologia, un protocollo per il trattamento dell’infertilità che si dichiara come naturale cerca di fare nuovi proseliti.
«Non credo nemmeno di volere più un figlio. Voglio solo riavere la mia vita. Voglio dire, guardaci. Siamo un disastro. È come se non avessimo nemmeno una relazione, figuriamoci un matrimonio. Non sono tuo marito, sono solo un tipo che ti inietta ormoni ogni sera. Non facciamo nemmeno più sesso». Lo sfogo di Richard dopo l’ennesimo tentativo fallito di fecondazione in vitro con sua moglie Rachel, nel film Private Life di Tamara Jenkins del 2018, è un’efficace rappresentazione del costo emotivo e fisico della procreazione medicalmente assistita.