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Global warming: consenso scientifico e opinione pubblica

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Il tema del consenso sui cambiamenti climatici è annoso. Da anni si discute, a livello internazionale, sul se l'atmosfera terrestre  si stia davvero surriscaldando e se l'aumento della temperatura sia dovuto alle attività umane (ovvero l'emissione in atmosfera di gas serra come anidride carbonica e metano principalmente prodotti dallo sfruttamento di combustibili fossili come petrolio, gas e carbone). Le prove che il mondo scientifico sia ormai compatto nel riconoscere il fenomeno si sono moltiplicate con il passare degli anni.

Uno degli studi più ampi sul tema è stato recentemente condotto da un team internazionale di ricercatori statunitensi, britannici, canadesi e australiani, e pubblicato a maggio su Environmental Research Letters. I risultati hanno dimostrato che su un campione di circa 12 mila articoli pubblicati da 1980 riviste peer-review dal 1991 al 2012, la percentuale di consenso è tra il 97 e il 98%. Gli autori hanno osservato anche che il consenso scientifico sulle cause antropogeniche del global warming  sia costantemente cresciuto dal 1996 ad oggi. Ciononostante, in Paesi come gli Stati Uniti, uno dei principali produttori di CO2, l’opinione pubblica è ancora divisa. Un recente sondaggio del Pew Research Center ha mostrato che solo il 45% degli statunitensi crede che gli scienziati siano d'accordo sul fatto che la terra si stia riscaldando a causa delle attività umane.

Gli Stati Uniti sono il Paese in cui il dibattito tra scienziati e negazionisti ha raggiunto il livello di una battaglia politica, come ha raccontato, tra gli altri, il climatologo Michael Mann nel suo libro autobiografico The Honey Stick and the Climate Wars. Ma il resto del mondo non è immune, nemmeno l’Italia, come dimostra il costante monitoraggio di Climalteranti.  

Secondo gli autori dello studio pubblicato su Environmental Research Letters, la causa del “consensus gap” sono campagne mirate a confondere l'opinione pubblica, come quella della Western Fuel Association, che nel 1991 ha speso 510mila dollari per “ricollocare il global warming al grado di una teoria, non di un fatto”. La situazione, aggiungono i ricercatori, viene esacerbata dal modo in cui i mezzi di informazione affrontano la questione dei cambiamenti climatica: la prassi di dare lo stesso peso a visioni opposte ha permesso ad una minoranza negazionista di amplificare la portata delle proprie posizioni. 

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piedi con due frecce in direzioni opposte

Ci sono momenti in cui un’invenzione, un’idea o un cambiamento apparentemente circoscritto modificano in profondità il nostro modo di vedere il mondo. È accaduto con il telescopio di Galileo e, secoli dopo, con "Primavera silenziosa" di Rachel Carson. Sono tipping points, punti di svolta capaci di produrre conseguenze enormi e inattese. Oggi il termine evoca soprattutto le soglie critiche del cambiamento climatico. Ma esistono anche tipping points positivi: innovazioni tecnologiche, economiche e sociali che possono accelerare la transizione e contribuire a contrastare la crisi climatica.

Nel 1608 un fabbricante di occhiali, l'olandese Hans Lippershey, sovrappone due lenti e realizza il primo approssimativo modello di telescopio: lo strumento si diffonde in pochi mesi in tutta Europa. L’anno seguente Galileo ne comprende l’importanza, lo perfeziona e lo rende idoneo per esplorare il cielo (la vicenda è narrata da Massimo Bucciantini, Il telescopio di Galileo. Una storia europea, pubblicato da Einaudi nel 2012). L’invenzione dissolve in breve tempo un modo di vedere e concepire l’universo durato per migliaia di anni.