Tasse e benefici universitari: una risposta a Roars

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Francesca Coin e Francesco Sylos Labini (CSL), in un intervento su roars.it, formulano numerose critiche a un nostro articolo sul Corriere della Sera del 10 dicembre: alcune di queste riguardano aspetti fattuali e valutazioni empiriche contenute in quell’articolo, altre si appuntano su questioni di principio riguardanti una nostra proposta sul finanziamento dell’università, circolata precedentemente in rete. Nell’articolo sul Corriere, dati anche i vincoli di spazio, avevamo deliberatamente evitato di riprendere quella proposta, proprio perché volevamo prima sgombrare il campo da dissensi su aspetti meramente fattuali, in modo che la legittima discussione su aspetti più rilevanti non fosse complicata da contrapposizioni inutili. Non abbiamo infatti alcuna remora, contrariamente a quel che pensano CSL, a mettere in dubbio quanto detto da Francesco Giavazzi, così come peraltro le affermazioni opposte di Marco Meloni. Per questo abbiamo provato a calcolare se il finanziamento dell’università mediante la fiscalità generale produca o no un trasferimento dai poveri ai ricchi. Crediamo di essere i primi ad aver provato a stabilire come stiano i fatti, prescindendo da petizioni di principio. Vediamo quindi con favore che CSL ci seguano su questa strada, non certo facile data la difficoltà di integrare le diverse fonti di informazioni che servono allo scopo. Sarebbe un risultato davvero positivo se, alla fine, potessimo concordare almeno sui fatti. Poi ognuno farà le sue valutazioni e trarrà le sue conclusioni. Ma andiamo con ordine, considerando prima le contestazioni di CSL sul piano fattuale.
     Secondo CSL avremmo fatto riferimento, nei nostri conti sul trasferimento dai poveri ai ricchi, a un numero sbagliato per l’FFO, 9 miliardi invece di 6,8. I dati, riportati sul Corriere provengono dalla nostra precedente proposta riguardo alla quale proprio con Francesca Coin abbiamo avuto uno scambio molto vivace ma, almeno per noi, proficuo. In quel lavoro, da cui origina un libro che uscirà tra pochi giorni (“Facoltà di Scelta”, Rizzoli), abbiamo utilizzato per la spesa pubblica a favore dell’università dati riferiti al 2009: gli ultimi di cui disponevamo mentre scrivevamo. È un riferimento che avremmo dovuto menzionare anche nell’articolo sul Corriere (lo spazio era poco, ma 4 caratteri in più ci stavano) e di questo ci scusiamo. In quell’anno l’FFO era 7.4 miliardi di euro, ma ammontava in totale a 9 miliardi il finanziamento pubblico complessivo agli atenei Italiani, e quella è la cifra che (come chiaramente affermato nel lavoro che Francesca conosce) abbiamo usato nei nostri calcoli. Si rassicurino quindi CSL, quando considerano “grave che la formulazione di politiche universitarie venga affidata a specialisti che non sanno esattamente a quanto ammonta l’FFO”: siamo meno incompetenti di quanto loro pensino, e comunque non ci è stato affidato da nessuno il compito di formulare politiche universitarie.
     CSL presentano poi dei numeri dai quali risulta che i contribuenti più ricchi sovvenzionerebbero i più poveri, contrariamente a quanto da noi affermato. In particolare affermano che i contribuenti con reddito superiore a 100˙000 euro contribuirebbero attraverso l’Irpef al costo annuo procapite di uno studente universitario (da loro valutato in 3800 euro al netto delle tasse universitarie), con circa 1500 euro; quelli con reddito fino a 40˙000 euro contribuirebbero con circa 400 euro; quelli con reddito fino a 20˙000 euro con circa 100 euro. Confessiamo di non aver capito come CSL abbiano ottenuto le cifre che presentano. Ci sembra che il modo corretto di calcolare quello che loro vogliono misurare è moltiplicare il costo procapite (3800) per la frazione dell’Irpef totale pagata da questi vari gruppi di contribuenti. Sulla base dei dati del Dipartimento delle Finanze (DF) da loro stessi citati (tra l’altro riferiti alle imposte pagate nel 2009, non a quelle dell’anno 2012 di cui considerano l’FFO), i primi (quelli con reddito superiore a 100˙000 euro) pagano, in complesso, il 18% circa del totale dell’imposta netta; i secondi ne pagano il 54%; i terzi ne pagano il 16%. In proporzione dei 3800 euro, i primi pagherebbero quindi circa 680 euro, i secondi poco più di 2000 euro, i terzi circa 600 euro. Sulla base di quale conto CSL ottengono invece i loro risultati?
     A onor del vero, comunque, dobbiamo riconoscere che cercare di misurare il trasferimento tra gruppi di contribuenti implicito nell’attuale meccanismo di finanziamento dell’università non è cosa facile. In particolare, per quel che riguarda i calcoli da noi fatti in precedenza, non è ovvio come integrare i dati sulle imposte del DF e quelli sugli studenti universitari disponibili nell’indagine della Banca d’Italia (la quale ha solo i redditi netti dalle imposte). Questa integrazione (i cui risultati abbiamo riportato sul Corriere) è di complessa interpretazione perché mentre l’Irpef è pagata dai singoli percettori di reddito (e quindi a loro si riferiscono i dati DF),  gli studenti universitari sono naturalmente associati a una famiglia, e di questa possono fare parte numerosi percettori: non è quindi immediata una corrispondenza tra le due fonti che consenta di associare univocamente gruppi di studenti e gruppi di contribuenti. 
     Un passo avanti significativo si può tuttavia fare utilizzando nuovi dati per il 2010 che solo recentemente la Banca d’Italia ha prodotto (tardi purtroppo anche per il nostro libro), e che contengono una ricostruzione analitica dei redditi familiari e personali al lordo dell'imposta progressiva sul reddito, tenendo conto della composizione familiare (pur con gli inevitabili margini di approssimazione, la ricostruzione risulta coerente con i dati ufficiali del Dipartimento delle Finanze per gli aggregati confrontabili). Questi nuovi dati consentono di superare il problema, presente anche nelle nostre precedenti stime, di integrare due fonti in cui l’unità di osservazione è differente. Che cosa ci dicono? 
     Definiamo poveri quei percettori di reddito che guadagnino meno di 31˙000 euro lordi all’anno e appartengano a famiglie in cui nessun percettore guadagni più della stessa cifra. La soglia corrisponde a circa 1600 euro netti mensili su 13 mensilità per un lavoratore dipendente senza familiari a carico. Questi percettori sono poco meno dell’80% di coloro che pagano l’Irpef in Italia; una parte consistente di essi (l’87% dei poveri, che corrisponde al 70% del totale dei contribuenti Irpef) vive in famiglie di cui non fanno parte studenti universitari. Quindi, il 70% dei contribuenti sono relativamente poveri e non ricevono alcun servizio diretto dagli atenei italiani. D’altro canto, essi pagano il 37% dell’Irpef (e si noti che ne pagano solo il 37%, pur generando il 51% del reddito complessivo, proprio perché l’Irpef è un’imposta fortemente progressiva). Contribuiscono perciò, per il 37%, a finanziare tutta la spesa pubblica, anche quella per l’università (trascuriamo qui un pezzo importante, e cioè le imposte indirette; ma essendo le imposte indirette sostanzialmente proporzionali, il considerarle renderebbe i nostri risultati ancora più netti). Se supponiamo, come CSL ci invitano a fare, che lo Stato spenda 6.8 miliardi di euro all’anno per gli atenei, possiamo allora concludere che il 37% di questa spesa, ossia circa 2.5 miliardi, è finanziata da contribuenti poveri che non usufruiscono dell’università.
     E chi beneficia di questo finanziamento? Una parte dei beneficiari sono gli studenti universitari appartenenti alle famiglie relativamente più abbienti, ossia quelle in cui almeno un percettore di reddito guadagna più di 31˙000 euro lordi. Questi studenti sono circa il 36% del totale e quindi le loro famiglie ricevono quasi 1 miliardo di euro all’anno dai percettori poveri che pagano l’Irpef e non hanno figli (o altri parenti conviventi) all’università. 
     La restante parte dei 2.5 miliardi pagati dai contribuenti poveri senza figli all’università va a finanziare gli studenti universitari provenienti invece dalle famiglie composte da contribuenti altrettanto poveri ma con figli all’università; da queste famiglie proviene il 64% degli studenti universitari. Si tratta, in questo caso, di un trasferimento “tra poveri”: da quelli senza figli all’università a quelli con. Ma, alla luce di quanto illustriamo nel nostro libro (e come confermano le analisi dell’OCSE a cui CSL fanno riferimento), gli “universitari poveri” che (indirettamente) ricevono il trasferimento stanno facendo un investimento che, con buona probabilità, consentirà loro di diventare i ricchi di domani. In definitiva, quindi, la scelta di finanziare l’università in misura preponderante attraverso la fiscalità generale si traduce, nelle condizioni odierne, in un trasferimento di circa 2.5 miliardi l’anno dai poveri ai ricchi, di oggi o di domani. 
     Si noti, per inciso, che al complesso costituito dal 20% di percettori abbienti è associato il 36% degli studenti universitari, mentre il restante 64% è associato al complesso costituito dall’80% di percettori poveri. Questo conferma che l’università è frequentata in proporzione nettamente maggiore da chi proviene da famiglie benestanti
     Se poi considerassimo l’aggregato più ampio dei finanziamenti dello Stato all’università, o comunque auspicassimo un ritorno al periodo precendente ai tagli del Ministro Gelmini, l’entità del trasferimento aumenterebbe. Se il finanziamento pubblico per l’università tornasse ancora a essere di 9 miliardi di euro, il trasferimento dai poveri che non usufruiscono dell’università ai ricchi di oggi o di domani crescerebbe a 3.3 miliardi di cui 1.1 ai primi e il resto ai secondi. 
     CSL ci accusano infine di trascurare nei nostri conti le rette universitarie, e di affermare erroneamente che esse per legge non possono superare il 20% dell’FFO. Non ci risulta che le rette universitarie siano state davvero liberalizzate dal governo Monti, ma se così fosse aspettiamo a vedere che configurazione avranno nel nuovo regime. Per ora lo sforamento che si è in passato verificato rispetto al limite del 20%, ricordato da CSL, è modesto, dell’ordine di 3 punti percentuali. Ma cambierebbero in modo sostanziale le conclusioni dei nostri conti tenendo presenti le tasse universitarie così come oggi si configurano? Crediamo di no. Innanzitutto, la loro struttura attuale è marcatamente regressiva. Considerando le medie nazionali che abbiamo derivato da un Rapporto di Federconsumatori (vedi il libro per ulteriori dettagli), a un reddito di 3000 euro (Isee) corrispondono tasse universitarie pari al 15.6%; per 15˙000 euro esse incidono per il 5.8%; ancora meno, per il 4.3%, su un reddito di 40˙000 euro, fino a quasi annullarsi in percentuale per livelli ancora più alti. 
     In secondo luogo, anche tenendo conto dello sforamento, una parte troppo piccola del costo viene coperta dalle rette universitarie, e quindi da chi usufruisce del servizio: la quota di finanziamento diretto, ovvero i soldi che versa chi davvero usufruisce dell’università, è per ora modesta, e non può modificare in modo sostanziale i conti esposti in precedenza. Anche perché, a parità di finanziamento statale, la dimensione e la distribuzione tra le famiglie delle tasse universitarie non modifica l’entità del trasferimento dai contribuenti senza figli all’università a quelli che invece ne hanno, indipendentemente dalla ricchezza o povertà dei primi e dei secondi; influenza solo la distribuzione tra questi ultimi.

Ma abbandoniamo ora i rilievi fattuali e consideriamo quello che ci sembra essere un punto molto rilevante sollevato da CSL: secondo loro l’università è un bene pubblico da cui traggono vantaggio anche i contribuenti che pagano le tasse senza avere in famiglia alcuno studente universitario. Qui l’economista ha un piccolo moto di ribellione. Strettamente parlando, l’università non è un bene pubblico: non possiede né la caratteristica della “non escludibilità dal consumo” né quella della sua “non rivalità”, che definiscono tecnicamente un bene pubblico propriamente detto. Ma probabilmente quello che CSL hanno in mente è un concetto più ampio, quello che in gergo si chiama esternalità: affermano cioè che l’università genererebbe benefici per la collettività maggiori della somma dei benefici di cui si appropriano i singoli. Se questo è ciò che intendono, e se finalmente concordiamo sull’entità del trasferimento, sopra descritto, la domanda rilevante è se davvero il beneficio collettivo, aggiuntivo rispetto a quello privato, sia tale da giustificare l’onere considerevole che i poveri sopportano per finanziare l’istruzione dei ricchi.
     Qui ci fermiamo, per rimandare al nostro libro in uscita, dove (nel capitolo 1) richiamiamo studi secondo i quali il beneficio collettivo dell’istruzione universitaria coincide sostanzialmente con la somma dei benefici individuali (il beneficio aggiuntivo è cioè praticamente nullo). E questo crediamo è il motivo per cui anche l’OCSE, citata da CSL, calcola il beneficio per il settore pubblico (che tra l’altro non è la stessa cosa del beneficio collettivo) come: “... additional tax and social contribution receipts associated with higher earnings and savings on transfers, i.e. housing benefits and social assistance that the public sector does not have to pay because of higher levels of earnings.” (Vedi pag. 172 di OCSE Education at a glance). Si tratta cioè di un calcolo che prende in considerazione solo le retribuzioni lorde dei laureati, aggiuntive rispetto a quelle dei diplomati (da cui derivano le maggiori imposte e contributi pagati), e non fa menzione di “effetti esterni” sul resto della collettività. Peraltro, questo spiega come mai l’OCSE stimi un beneficio pubblico derivante dalle donne laureate pari a circa la metà di quello derivante dai laureati maschi (un apparente paradosso rilevato da uno dei lettori di ROARS, che si chiede come sia possibile che le donne laureate diano un contributo sociale che è la metà di quello degli uomini). È la metà perchè le retribuzioni lorde delle donne sono parecchio inferiori.
     La realtà è che il rendimento privato di una laurea, perfino in Italia dove è relativamente basso, è comunque sufficiente a rendere gli studi universitari un investimento mediamente conveniente, anche senza bisogno di alcun sussidio pubblico. Il vero problema è evitare che vincoli finanziari impediscano di realizzare questo investimento; e, soprattutto, introdurre opportuni meccanismi assicurativi che consentano di attutirne l’incertezza. Questo richiede non uno Stato finanziatore a fondo perduto degli studi universitari, ma uno Stato assicuratore dei rischi a essi connessi. 
     Nel nostro libro spieghiamo come questo diverso ruolo dello Stato si possa realizzare, e quindi rimandiamo ad altra occasione, dopo che il libro sarà uscito, una discussione approfondita delle nostre proposte.
     Prima di concludere, però, abbiamo tre precisazioni importanti.

1) Quando nel libro (così come nel nostro precedente articolo) si leggerà l’espressione “prestiti condizionati al reddito”, si dovrà prestare attenzione al fatto che questa tipologia di prestiti non ha nulla a che fare con i “prestiti d’onore” che affliggono i giovani americani (e di cui si è talvolta parlato per il nostro Paese). Lungi dall’essere come mutui per la casa, a rata fissa da pagare comunque in ogni periodo, questi prestiti sono restituiti dagli studenti solo se ne avranno la possibilità e comunque in proporzione al loro reddito. Quindi sarebbe forse meglio chiamarli Borse Restitutibili. CSL concorderanno con noi che se un brillante studente di medicina diventa un medico affermato, chiedere a lui o lei di restituire almeno in parte il finanziamento che gli ha consentito di studiare, perchè possa servire ad altri, non è un’idea così peregrina

2) In secondo luogo, con particolare riferimento al commento di Andrea Bellelli, che pure dovrebbe conoscere bene quel che abbiamo scritto, la nostra proposta prevede un aumento delle rette universitarie differenziato per reddito della famiglia di origine. Non sappiamo dove Andrea abbia letto che la nostra idea è “ far pagare a tutti tasse della stessa entita”. Nè sappiamo dove CSL abbiano letto che la nostra proposta è di aumentre  “le tasse universitarie a circa 10˙000 euro a tutti gli studenti, abbienti e non.” Nelle nostre simulazioni consideriamo un aumento medio delle rette universitarie di 7500 euro, perché ai fini del calcolo della sostenibilità è la media che conta, ma niente esclude che i ricchi paghino molto più del costo della loro istruzione universitaria e i poveri meno, e così diciamo esplicitamente che debba essere. Questo non piace a Andrea Bellelli (chissà perché?), ma così deve essere proprio per ottemperare all’Art. 34 della Costituzione in modo molto più efficace di quanto fatto attraverso la fiscalità generale.

3) Crediamo infine che chi sostiente che “L’equità di uno schema di cooperazione sociale deve essere valutata nel suo complesso, non in maniera selettiva” dimentichi che in questo modo diventa assai poco trasparente discernere chi paga e chi riceve. Noi preferiamo la trasparenza, e quindi preferiamo che progressività ed equità fiscale siano valutate proprio in relazione a ciascun servizio (se ciascuna prestazione è equa e finanziata in modo progressivo lo sarà anche il totale, mentre il fatto che queste caratteristiche siano vere per il totale non garantisce che non si determinino sperequazioni e distorsioni per le singole prestazioni). Peraltro, mentre tutti usano (o desiderano poter usare in caso di bisogno) la sanità o la scuola elementare (e semmai sono i più poveri a usare questi servizi in modo più intenso), l’università è usata prevalentemente dai ricchi. E, come dice la Costituzione, l’università non è per tutti ma solo per i capaci e meritevoli

Infine, chi si preoccupa per le nostre proposte, non ha molto da temere: nel libro non chiediamo un cambiamento generalizzato per l’intero sistema universitario: suggeriamo solo che sia permesso ai dipartimenti universitari che lo vorranno, di operare in modo diverso.
Gli altri, se preferiscono, potranno continuare come prima.

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ritratto di Paolo Palazzi

I temi affrontati da Ichino e Terlizzese (IeT) sono tre: 1) Suddividere i costi del servizio universitario secondo la partecipazione (attraverso la tassazione IRPEF) alla fruizione del servizio stesso. 2) Nel caso di situazione di regressività, per bilanciarne l’effetto, modificare le tasse universitarie in modo progressivo. 3) Si accetta l’ipotesi che la “produttività” sociale del servizio universitario sia distribuita in modo proporzionale alle singole produttività individuali dei laureati. 1) Prendo per buona, non ho nessun motivo per non farlo, la qualità e l’elaborazione dei dati di IeT , ma mi sembra che il vero problema sia quello di ipotizzare che la spesa pubblica finanzi i servizi pubblici in modo indifferenziato rispetto all’origine degli introiti. Facciamo un’ipotesi ad hoc: mettiamo che la spesa per l’università sia finanziata esclusivamente attraverso una imposta patrimoniale, mentre la scuola elementare attraverso l’Irpef: cadrebbero le considerazioni di IeT? Ovviamente l’ipotesi fatta non è verificabile, in quanto la struttura dell’utilizzo della spesa pubblica è indipendente dalle suo finanziamento (pensiamo, ad esempio, il finanziamento del deficit, chi lo paga?). Ne consegue che la suddivisione dei beneficiari dei singoli servizi pubblici secondo il contributo della tassazione è impossibile. L’esercizio che viene fatto da IeT pecca proprio alla base, non è cioè possibile né teoricamente, né statisticamente, effettuare per singoli servizi il calcolo fra costi e ricavi secondo la contribuzione. Unica cosa che penso sia corretta è quella di verificare se il finanziamento della spesa pubblica sia o meno equo e a ciò accompagnare un’analisi dell’utilizzo equo della spesa pubblica. Politicamente la spesa pubblica nella maggior parte dei casi contiene obiettivi di redistribuzione del reddito a favore delle classi meno abbienti. Quindi il problema è semplicemente (a livello teorico) aumentare il peso e la funzione redistributiva della spesa pubblica e della tassazione. Può non piacere a tutti, ma se si vuole una società più equa, come ipotizzo vogliano IeT, la strada è questa e non quella di agire servizio per servizio. A solo titolo di esempio, è presumibile che il servizio di sicurezza e giustizia sia maggiormente usufruito dai percettori di reddito più elevato. Come risolviamo? Facciamo interventi di polizia e militari finanziati attraverso ticket differenziati secondo il tipo di intervento e istituiamo prestiti d’onore ai poveri pagare i poliziotti? 2) Il secondo punto credo che abbia più senso: in un sistema di tassazione nel quale la progressività non è elevata, ogni strumento per aumentarla credo sia da approvare. Il problema è soltanto quello della necessità di considerare la valenza sociale del servizio quale misura per determinarne la quota di contribuzione dei singoli. Non è facile farlo, si tratta di un tema per il quale diventano determinanti posizioni politiche ed etiche. Salute, educazione, sicurezza nella vecchiaia, sicurezza nazionale e internazionale, gestione della democrazia e, più in basso, illuminazione stradale, gestione dei rifiuti, sicurezza stradale ecc. Quali di queste cose sono bene comune, cioè da assicurare a tutti indipendentemente dal livello di contribuzione? Ognuno ha le sue idee su questo e il confronto è essenzialmente ideologico. La strada indicata da IeT per l’università, che essenzialmente consiste nell’aumento della contribuzione individuale degli studenti (attraverso aumento di tasse e introduzione dei prestiti per i meno abbienti), non mi convince, sia per motivi ideologici, sia per motivi pratici. Il motivo ideologico è quello che tendenzialmente l’istruzione, tutta a tutti i livelli, dovrebbe essere gratuita e quindi usufruibile da tutti in modo indifferenziato; il motivo pratico è che il sistema dei prestiti, se non accompagnato da terribili coercizioni alla restituzione come negli USA, non funzionerebbe e il costo della struttura burocratica di gestione sarebbe probabilmente superiore ai benefici. 3) Il terzo punto è quello che mi vede ancor più in disaccordo. Che sia l’OCSE a calcolare il benefici sociali dell’istruzione universitaria facendoli coincidere “sostanzialmente con la somma dei benefici individuali (il beneficio aggiuntivo è cioè praticamente nullo)” e che tale impostazione sia accettata da IeT, è comprensibile data l’impostazione da economisti “neo-classici”, ma non è condivisibile. Il ruolo dell’istruzione in una società ha un peso enorme in quello che si può considerare il vero strumento per aumentare la produttività sociale e civile, l’aumento di conoscenza. Il ben vivere, la convivenza civile, le relazioni interpersonali, insomma le caratteristiche di una società che la rendono accettabile, giusta e, perché no, piacevole sono condizionate enormemente dal grado di istruzione presente. È possibile dimostrare questa posizione attraverso calcoli di reddito? Non è possibile, ma quello che è possibile è rifiutare, in quanto sbagliato concettualmente ed eticamente, l’approccio in base alla misurazione del reddito. Quella che si può chiamare la “teologia del PIL” secondo me è da rifiutare anche a livello macroeconomico (ma è solo un’opinione), ma l’applicazione di questa teologia a temi microeconomici, come è il caso dell’istruzione (ma è stato fatto anche per l’attività sessuale e le relazioni familiari) credo che sia una moderna follia di economisti “deviati”. Deviati, nel senso di schiavi della impostazione teorica dell’economia neo-classica che sempre di più si mostra profondamente errata nelle sue ipotesi teoriche e nella capacità di spiegare la realtà.
ritratto di Paolo Palazzi

Mi ha dato un po' fastidio la frase di IeT che afferma: "come dice la Costituzione, l’università non è per tutti ma solo per i capaci e meritevoli". Infatti, è falsa, la Costituzione afferma in modo positivo la necessità di dare possibilità a capaci e meritevoli di frequentare l'università e certo non dice che non sia aperta a tutti, sarebbe un'assurdità. La frase inoltre nasconde un'idea elitaria degli studi superiori, questa sì contraria allo spirito della Costituzione. Come si definiscono i capaci e meritevoli? Cosa li contraddistingue? Il DNA, i concorsi selezione stile medicina? Oppure introduciamo anche la famigerata mediana Anvur? Lo so, la selezione in alcuni casi è necessaria, ma è un male necessario, ma, in una società ingiusta, non è certo un fine.
ritratto di Daniele Terlizzese

Alcune risposte ai rilievi di Paolo Palazzi (da parte mia e di Andrea).

  1.  Sebbene sia un’obiezione che ci siamo già sentiti fare (e in effetti abbiamo già provato a rispondere nella parte finale del nostro intervento), non capiamo perché sia “teoricamente e statisticamente impossibile” calcolare quello che i cittadini ottengono e quello che pagano per i singoli servizi (prescindiamo per un momento da questioni di esternalità). Non c’è nulla in sé che impedisca di fare questo calcolo (purché si abbiano le informazioni adatte). Si può dire, ed è certamente vero, che ci sono vari tipi di cross-subsidies (alcuni gruppi di cittadini guadagneranno su alcuni servizi e ci rimetteranno su altri). Concludere però da qui che la valutazione “giusta” possa essere fatta solo nel complesso ci sembra sia un salto logico ingiustificato. Noi crediamo che sia preferibile avere una “contabilità analitica”; alla fine si potrà concludere che il sistema è nel suo complesso equo (oppure no), ma è meglio, ci sembra, avere le informazioni disaggregate piuttosto che dover fare questa valutazione in modo indistinto. Possiamo anche concludere che il saldo negativo relativo all’università è più che compensato da quello positivo relativo, per dire, alla sanità, ma è bene farlo avendo presente che ci sono sia un saldo negativo sia uno positivo (e dopo esserci chiesti se, nel caso di saldi negativi, essi siano davvero necessari). Paolo fa alcuni esempi in cui però è rilevante il problema delle esternalità (la sicurezza è un esempio classico). In quel caso sappiamo che il beneficio diretto del singolo non è un buon metro per valutare l’utilità del servizio, perché c'e' un beneficio indiretto che riguarda tutti. Ma allora il problema è valutare se, nel caso dell’università, ci siano o meno questi effetti esterni, e che dimensione abbiano. Questo è un punto a cui dedichiamo molto spazio nel nostro libro (Facoltà di scelta, Rizzoli) e che ci porta alla seconda risposta a Paolo. 

     
  2. Paolo accetta l’idea che i servizi pubblici (cioè finanziati attraverso la tassazione generale e resi disponibili per tutti) debbano essere quelli che hanno la caratteristica di “bene comune” (noi troviamo il termine un po’ vago, preferiamo parlare di “bene pubblico” e di “esternalità”, concetti che hanno una definizione precisa). Però dice che stabilire se un servizio sia o meno un bene comune è questione politica, ideologica, etica. Non siamo molto d’accordo. L’economia ci insegna (e uno di noi ha cominciato a impararla proprio da Paolo!) che, per esempio, la sicurezza nazionale o l’illuminazione stradale sono beni pubblici (non è tecnicamente possibile escluder qualcuno dal beneficiarne e il beneficiarne da parte di qualcuno non impedisce il beneficiarne da parte di qualcun altro: in gergo, hanno le caratteristiche di “non escludibilità” e “non rivalità” che definiscono un bene pubblico). La sanità o l’educazione NON sono beni pubblici (perché non possiedono entrambe queste caratteristiche). Sono però beni per cui è ragionevole presumere l’esistenza di “esternalità” (cioè la caratteristica per cui il consumo da parte di qualcuno ha effetti anche su coloro che quel bene o servizio non lo consumano direttamente). E la presenza di esternalità è un’altra delle condizioni che rendono problematico il funzionamento del mercato come meccanismo allocativo. Se effettiva, e' ai nostri occhi una condiizione che giustifica ampiamente un intervento pubblico (che non vuol dire necessariamente una fornitura pubblica; questo però è un altro discorso che non vogliamo affrontare qui). Ma il problema sta nel passare da quel “è ragionevole presumere” a una misurazione empirica dell’importanza dell’esternalità. Bene, nel caso della sanità e dell’educazione primaria e secondaria ci sono un sacco di misure che ci confermano nella nostra “ragionevole presunzione”; nel caso dell’istruzione terziaria (ne parliamo parecchio nel libro, citando ricerche nazionali e internazionali), l’evidenza è piuttosto debole, per usare un eufemismo. La conclusione di quasi tutti quelli che hanno studiato la cosa, e si tratta spesso di persone che avevano una inclinazione ideologica a credere che le esternalità ci fossero e fossero importanti, e quindi le hanno cercate con pervicacia, è che non se ne trova una traccia significativa. Gran parte del beneficio derivante dall’acquisire un’istruzione superiore è “internalizzato” da chi l’acquisisce: non si vede allora perché non dovrebbe pagarlo. Paolo ritiene che il fatto stesso di provare a misurare queste cose sia evidenza di un’impostazione ideologica (per di più deviata). Sarà. Noi crediamo che se ci fosse un po’ più di misurazione e un po’ più di attenzione ai dati, molte contrapposizioni ideologiche troverebbero più facilmente una composizione. Quanto all’obiezione pratica di Paolo alla nostra proposta, ci limitiamo qui a replicare che abbiamo fatto uno sforzo, nel libro, di esplorarne la fattibilità concreta e crediamo che i timori di Paolo siano infondati. Ma aspettiamo le sue critiche, dopo che avrà letto quello che effettivamente proponiamo. 

     
  3. In merito al poscritto di Paolo, l'art 34 della Costituzione dice: "I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi." Non siamo costituzionalisti e le leggi sono soggette a molteplici interpretazioni. Ma questa testo ci sembra implichi che il diritto a raggiungere i gradi più alti degli studi che la Costituzione intende tutelare è proprio quello dei capaci e meritevoli ancorché privi di mezzi. Quindi, si: la nostra visione e, crediamo, anche quella della Costituzione, è una visione elitaria dell'istruzione superiore (non di quella inferiore), per la ragioni che esponiamo nell'introduzione del nostro libro, e che qui riportiamo... “Qualcuno potrebbe allora obiettare che tutti i giovani dovrebbero frequentare l’università, così come già frequentano la scuola elementare. Se lo Stato rendesse universale l’istruzione universitaria, tutti ne fruirebbero in modo uguale ma i ricchi contribuirebbero più dei poveri al suo finanziamento, perché pagherebbero più tasse per via della progressività della tassazione sul reddito, e il paradosso da noi osservato scomparirebbe. Ma si tratta di una prospettiva realistica, o comunque desiderabile? Certamente vanno rimossi tutti gli ostacoli che scoraggiano i ragazzi di talento con famiglie povere dall’acquisire un’istruzione superiore e la nostra proposta va esattamente in questa direzione. Crediamo però che la qualificazione «di talento» non sia un inciso retorico e vada presa sul serio. Il sistema universitario, come la sua storia ci insegna, è la modalità con cui la società trasmette la frontiera più avanzata della conoscenza a quella parte della popolazione che è meglio in grado di riceverla e di estenderla. È un sistema intrinsecamente elitario, perché si fonda su una ineliminabile disuguaglianza nei talenti e nelle capacità delle persone. È una disuguaglianza che non deve dipendere dalla ricchezza o dal reddito della famiglia d’origine, e bisogna fare ogni possibile sforzo per rompere questo legame; ma così come non sarebbe possibile che tutti vadano alle olimpiadi, è inevitabile che alcuni tra noi siano più di altri in grado di prendere il testimone della conoscenza. Ciò non è in contrasto con quanto affermato nella nostra Costituzione (articolo 34), dove si stabilisce il diritto di «raggiungere i gradi più alti degli studi» per i «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi». Anche questa è una qualificazione importante e spesso trascurata: non per tutti, solo per i capaci e meritevoli. Quindi, il diritto all’istruzione superiore tutelato dalla nostra carta costituente non è lo stesso che trovava magistrale espressione nella Scuola di Barbiana, dove don Lorenzo Milani fermava il programma in attesa che tutti avessero capito i concetti fino a quel momento spiegati. Almeno nella misura in cui richieda risorse pubbliche, quel diritto riguarda, secondo la nostra Costituzione, solo gli studenti che, essendo capaci e meritevoli, possano veramente sfruttare in modo efficace l’opportunità a loro offerta. Poiché i talenti non sono equamente distribuiti, è nell’interesse di tutti attrezzare con la conoscenza più avanzata solo le migliori risorse intellettuali, ossia concentrare gli sforzi dove essi possono fruttare di più. Solo così il progresso scientifico sarà maggiore e con esso la «torta» disponibile per la collettività. Come poi distribuirla tra i suoi vari membri, e in particolare come fare in modo che tutti possano goderne i benefici, è compito delle politiche redistributive e certamente di queste lo Stato deve occuparsi. Ma prima di dividerla, dobbiamo preoccuparci di rendere la torta più grande possibile. Ciò da un lato rivela l’illusorietà e il velleitarismo della pretesa di un’università gratis per tutti, a meno di volerla rendere obbligatoria, cosa evidentemente assurda. Dall’altro fa capire che l’utilizzo di risorse pubbliche nell’istruzione terziaria porta all’effetto paradossale di aumentare la disuguaglianza nella società. Questo perché chi frequenta l’università proviene prevalentemente da famiglie che già hanno risorse intellettuali maggiori e talento superiore; quindi finanziare i loro studi con denaro pubblico significa dotarle di strumenti che rafforzeranno il loro vantaggio, a spese degli altri (rinviamo, per un’esposizione articolata di questo punto di vista, a un bell’articolo di Ken Arrow, in Education Economics, 1993). Ossia, in parole povere, significa far piovere sul bagnato e imporre ai poveri di fare un grosso regalo ai ricchi. Rimane per noi un mistero perché, in tutto il mondo, i partiti di sinistra generalmente non si rendano conto di questo.”
ritratto di Paolo Palazzi

Innanzitutto vi ringrazio per l'attenzione che avete dedicato alle mie critiche. Aspetterò a dare delle contro risposte estese dopo che avrò letto il vostro libro. Una prima osservazione: mi piacerebbe che leggeste qualche scritto di coloro che erano contrari, prima all'istruzione gratuita per tutti nella scuola elementare e successivamente nella scuola media. È "pericoloso" porre limiti al livello di conoscenza. Ovviamente ciò non porta a una eguaglianza di talenti, ma a una uguaglianza di possibilità e soprattutto a una uguaglianza nella capacità di capire come funziona la società e quindi meglio partecipare alla vita democratica. Insomma è l'ignoranza che è il vero spreco, non la spesa pubblica per l'istruzione di qualsiasi grado. Altra osservazione è che, proprio perché la definizione di bene pubblico richiama il concetto della “non escludibilità” e “non rivalità”, preferisco il termine bene comune, quale bene che direttamente o indirettamente favorisce il vivere comune. Infine sono d'accordo che avere i numeri e discutere alla luce di tali numeri è un processo necessario, anzi inevitabile, ma come ben sa chi ha una preparazione statistica, anche sui numeri stessi si può e si deve discutere, sia sul semplice calcolo sia sulla loro interpretazione. Mi piacerebbe una risposta di I e T all'intervento di Coin e Sylos Labini che affronta proprio l'attendibilità dei vostri numeri

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Grazie, Obama!

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E’ giunta al termine una Presidenza, quella di Barack Obama, che lascerà il segno negli USA. Un segno importante nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica, in un Paese che negli ultimi 80 anni è stato all’avanguardia nella scienza e nella tecnologia.

Durante i suoi due mandati alla Casa Bianca, Obama ha fortemente enfatizzato la visione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica come uno dei pilastri della leadership degli USA nel mondo. E ha effettuato, a sostegno, gesti significativi - come ricevere alla Casa Bianca Emily Whitehead, bimba di 6 anni guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche - e scelte finanziarie anche coraggiose. Ad esempio, investendo miliardi di dollari per favorire la ricerca, attraverso finanziamenti competitivi, nel momento di più profonda crisi finanziaria. Andando, quindi, controtendenza.

Emily Whitehead, la bambina di 6 anni, guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche, ricevuta alla casa Bianca da Obama. Di fianco, la... giustifica per l'assenza da scuola

Questa mia percezione è stata confermata anche da alcuni amici, membri della National Academy, che hanno avuto modo di incontrare l’ormai ex Presidente USA personalmente.

Vale la pena ricordare le ultime due iniziative di Obama in questi ambiti. La prima è la Medicina di Precisione, che Obama ha non solo indicato come frontiera, ma anche concretamente sostenuto. Si tratta di una visione della medicina che incrocia le caratteristiche genetiche dell’individuo, lo stile di vita e l’ambiente in cui vive, e che utilizza i progressi della genomica per identificare strategie preventive e terapeutiche più efficaci e personalizzate. Una sfida che richiede l’integrazione di competenze diverse - medici, medici-ricercatori, ricercatori preclinici, tecnologie avanzate - al servizio del paziente. La “Precision Medicine Initiative” di Obama, annunciata nel 2015, ha visto un investimento di 215 milioni di dollari nel 2016: nel giro di poco tempo, dunque, si è passati da un annuncio di visione all’implementazione di azioni a sostegno.

La seconda iniziativa è l’operazione “Moonshot”, balzo sulla luna, per accelerare la ricerca sul cancro e trovare nuove cure per questa malattia che rappresenta, appunto, la luna da conquistare grazie all’avanzamento delle conoscenze, significativo negli ultimi 30 anni, ad esempio nel settore dell’immunologia e immunoterapia. Al lancio del Cancer Moonshot, sono seguiti una serie di finanziamenti e di azioni concrete, guidate dal vicepresidente Joe Biden, mirate non solo a rendere disponibili per i pazienti nuove terapie, ma anche a migliorare la capacità di prevenire il cancro e diagnosticarlo in fase precoce. E’ stata inoltre creata una task force di esperti, composta da alcuni dei migliori cervelli degli USA, che ha indicato le nuove sfide del settore ed una serie di azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo Cancer Moonshot.

L’eredità che lascia Obama, dunque, dal punto di vista della ricerca scientifica per la salute è un’eredità di visione e di scelte - coerenti per contenuto e tempistica - mirate a realizzarla concretamente. Ci auguriamo che le prossime amministrazioni negli USA continuino sulla stessa linea. Per il bene di tutti.

Questa riflessione sulle scelte della presidenza Obama non può non farci interrogare su quanto accade nel nostro Paese. L’orizzonte tracciato negli USA è quello in cui dobbiamo muoverci anche noi. Per ora, siamo purtroppo sostanzialmente fermi al palo, ma non è troppo tardi: abbiamo un patrimonio di risorse intellettuali e di passione, nei nostri giovani, che ci consentirebbe al di fare un “moonshot” sul cancro e, più in generale, sulla ricerca scientifica. Dobbiamo quindi raccogliere la sfida che Obama ha lanciato: visione, scelte e sostegno economico alla ricerca. Per il futuro del nostro Paese.

Pubblicato su La stampa il 15/1/2017.