Alcuni chiarimenti sulla "modesta proposta" sull'università

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Siamo grati a Francesca Coin per aver accettato il nostro invito a evitare preclusioni pregiudiziali e a entrare nel merito della nostra proposta, discutendone i dettagli e valutandone con attenzione le argomentazioni.(Per leggere l’articolo citato, apparso su www.roars.it, clicca sul seguente link).

Siamo consapevoli che la lettura delle 72 pagine del nostro saggio è ben più faticosa e di molta minore soddisfazione della lettura della “modesta proposta” di Jonathan Swift con cui la redazione di Scienza in Rete ha argutamente introdotto il nostro contributo; apprezziamo quindi sinceramente lo sforzo compiuto da Coin. Abbiamo apprezzato meno i toni spesso sarcastici e l’accusa di disonestà intellettuale, che davvero non sentiamo di meritare. Ma è inutile perdere tempo sui toni e le forme: andiamo invece alla sostanza. E, proprio per smorzare i toni, passiamo dai cognomi ai nomi, che è più semplice, amichevole e consono a un confronto scientifico tra pari.

Risponderemo alle critiche di Francesca raggruppando le risposte in tre categorie: quelle che riguardano errori fattuali nella descrizione della nostra proposta, verosimilmente imputabili a un difetto di chiarezza da parte nostra; quelle che riguardano le critiche di sostanza al metodo o ai principi che riteniamo infondate o errate; infine, quelle che riguardano le critiche di Francesca su cui concordiamo o che mettono in luce punti da chiarire.

1. Errori fattuali (o interpretazioni parziali e fuorvianti):

1.1       L’aumento delle tasse universitarie non è per tutti gli studenti e non è per tutti i corsi. È solo per quegli atenei che, partecipando allo schema con il loro contributo alla FM, ritengono di poter costruire in modo credibile un’offerta formativa migliore. Inoltre è ristretto alla frequentazione dei soli corsi per i quali quegli atenei ritengono che ciò sia possibile. Per tutti gli studenti che non si iscrivano a questi corsi nulla cambia. Per questo motivo non crediamo che la nostra proposta debba causare un calo delle immatricolazioni, come pare si sia verificato nel Regno Unito, dove una proposta parzialmente simile è stata recentemente introdotta in modo generalizzato, non per specifici corsi di laurea. In ogni caso, si dovrà verificare se il calo di immatricolazioni nel Regno Unito è un fenomeno permanente, dato che non sembra aver avuto luogo in Canada e Australia. Inoltre ai nuovi corsi previsti dalla nostra proposta, potranno iscriversi anche studenti che non abbiano ricevuto il prestito. Per esempio studenti stranieri, come accade nel Regno Unito dove le università traggono finanziamenti anche da studenti di altre nazionalità, a cui viene chiesto di pagare il costo pieno della loro istruzione

1.2       L’aumento medio che abbiamo ipotizzato dovrebbe essere differenziato in funzione del reddito della famiglia d’origine: l’aumento delle tasse sarebbe piccolo o forse nullo per gli studenti nelle fasce di reddito più basse, mentre sarebbe superiore ai 7500 euro per quelli delle fasce elevate.

1.3       Il periodo di rimborso non è di 40 anni per tutti: per coloro che sono in grado di rimborsare è mediamente di 24 anni nello scenario di base, di 28 nello scenario pessimistico. 40 anni è (in media) il periodo in cui il rimborso può potenzialmente avvenire: nella nostra proposta il reddito del laureato continua a essere soggetto al prelievo fiscale, fintanto che superi la soglia minima e che il debito iniziale non sia stato interamente ripagato; i 40 anni sono una stima molto prudenziale dell’aspettativa di vita al momento della laurea.

1.4       Il finanziamento pubblico all’università non è intaccato dalla nostra proposta, non c’è nessuna idea di disimpegno dello Stato dal finanziamento dell’istruzione terziaria. Le risorse di cui parliamo sono aggiuntive, non vanno a sostituire il finanziamento pubblico. Questo è detto molto chiaramente e a più riprese (forse la lunghezza del nostro testo ha avuto occasionalmente ragione anche dell’invidiabile stamina di Francesca).

1.5       Nello scenario di base, i nostri dati sono di fonte Agenzia delle entrate (è detto chiaramente a pag. 39), perché l’università che ce li ha forniti è riuscita a incrociare il proprio archivio con quello dell’Agenzia (l’identità dell’università è coperta da un vincolo di riservatezza che non possiamo violare; è una delle prime nella classifica del Sole24ore citata nella nota 37 a pagina 36; la riservatezza in questi casi è una prassi comune nella ricerca socioeconomica che immaginiamo Francesca conosca). Quindi i redditi usati nello scenario base risentono pienamente dell’evasione. Per quel che riguarda invece lo scenario pessimista, per il complesso dei laureati italiani non abbiamo potuto usare i dati dell’Agenzia delle Entrate perché questi non hanno l’informazione sul titolo di studio e sulla data del suo conseguimento (Francesca dovrebbe saperlo!). Questa informazione è indispensabile per poter valutare i tempi e la probabilità del rimborso. Se avessimo potuto usare anche per questo scenario i dati dell’Agenzia delle entrate l’avremmo fatto ben volentieri. I dati della Banca d’Italia sono usati (da noi e da molti altri) non perché sia “tradizionalmente diventata la prassi” farlo o perché li si ritenga “più rappresentativi” rispetto a dati censuari o amministrativi, ma semplicemente perché contengono informazioni che non sono altrimenti disponibili.

1.6       I dati della Banca d’Italia che usiamo nello scenario pessimista sono stati elaborati per ricostruire i redditi lordi (l’elaborazione non consiste nell’uso di medie quinquennali, ma nell’applicazione delle regole fiscali vigenti, sia pure con un margine di approssimazione perché si trascura la composizione familiare). Per quel che riguarda la presenza o meno di evasione fiscale, alcuni studi della Banca d’Italia mostrano che nell’indagine sui bilanci delle famiglie l’ammontare della ricchezza effettivamente dichiarato dai rispondenti si aggira sul 50% della ricchezza effettiva (D’Aurizio, Faiella, Iezzi, Neri, Temi di Discussione n° 610, 2006); per quel che riguarda i redditi, uno studio del 2010 di Neri e Zizza, (relativo ai dati del 2004) misura in circa il 12% la sottostima nei dati rilevati; un altro studio sempre del 2010, di Marino e Zizza, stima che l’evasione fiscale incorporata nei dati dell’indagine, quando non si tenga conto della sottostima anzidetta, è di circa il 3% (sale al 13% se i dati sono corretti per la sottostima). Nell’insieme, non sembra giustificato affermare che utilizzare i dati della Banca d’Italia significhi supporre che l’evasione fiscale non esiste.

Peraltro, la stessa Francesca afferma che nei dati della Banca d’Italia “…c’è un sospetto di autoselezione distorsiva dei rispondenti e dunque c’è il sospetto che a parità di titolo di studio sia più facile intervistare un lavoratore dipendente che un autonomo o un libero professionista.” Se interpretiamo correttamente questa affermazione, si sta ipotizzando che gli autonomi e liberi professionisti evasori sfuggano con maggiore probabilità all’indagine Banca d’Italia; ma questo è in contrasto con il ritenere che i dati dell’indagine siano immuni dall’evasione fiscale. Ma forse non capiamo che cosa Francesca intendesse.

1.7       Il calcolo dell’aumento delle risorse a disposizione delle università (che decidono di partecipare allo schema) non è tautologico né dà risultati scontati: se da un lato l’aumento delle tasse porta maggiori risorse, dall’altro la partecipazione allo schema richiede che l’ateneo conferisca alla fondazione per il merito una quota del suo FFO. “Conferisca” vuol dire che la perde: andrà, nel tempo, spesa per rimborsare alla CDP quella frazione dei prestiti che non sarà ripagata dai laureati con redditi più bassi. A priori l’effetto netto non è dunque per niente scontato. Francesca scrive che l’ateneo “riceverebbe l’incentivo della CDP”: non c’è nessun incentivo da parte della CDP nella nostra proposta. La nostra ipotesi è che la CDP si comporti come un investitore razionale che non regala soldi a nessuno e vuole veder remunerato il proprio investimento.

1.8       Il prestito income contingent è necessariamente meno rischioso per chi lo contrae, proprio perché il rimborso si adegua al suo reddito: a parità di rimborso complessivo (opportunamente scontato), con un prestito income contingent non può succedere che in un determinato periodo la rata di rimborso superi il reddito e quindi la persona si trovi in uno stato di insolvenza. Naturalmente, l’altra faccia della medaglia è che chi presta si sta facendo carico di un rischio maggiore, quello che riguarda la variabilità del tempo necessario a venire rimborsato. Non è dunque vero che se i redditi sono bassi un prestito di questo tipo è, per chi lo contrae, più rischioso.

1.9       Non ignoriamo il fatto che negli Stati Uniti lo strumento dei prestiti d’onore ha portato nell’attuale fase congiunturale a diffusi fallimenti sul debito degli studenti, lo riconosciamo apertamente (Obiezione 3 a pagina 46); rispondiamo però anche quelli americani sono prestiti tradizionali, non prestiti income contingent e che l’amministrazione americana sta studiando il passaggio a prestiti di questo secondo tipo, proprio per evitare il fenomeno dei fallimenti.

2. Critiche di sostanza che riteniamo errate

2.1       Preliminarmente, il tema della equità/iniquità del (modo attuale con cui avviene il) finanziamento pubblico dell’università. Si tratta di un aspetto che è logicamente distinto dalla nostra proposta, ma ne rappresenta un’importante premessa; il nostro non è un ragionamento elaborato o un’argomentazione su cui essere d’accordo o in disaccordo: ci limitiamo a presentare i fatti. Poiché però sembrano esserci delle incomprensioni, è bene cercare di chiarire come stanno le cose. Francesca sostiene che la progressività dell’imposizione fiscale è sufficiente a garantire che le famiglie più ricche contribuiscano di più al finanziamento pubblico dell’università. Vero, ma non basta fermarsi qui per decidere se contribuiscono abbastanza. Bisogna considerare anche il lato dei benefici. Basta la progressività a garantire che il saldo tra ciò che le famiglie prendono e ciò che pagano sia equamente distribuito al variare del reddito? In particolare, basta a evitare che quel saldo sia positivo per le famiglie più ricche, e negativo per quelle più povere? In linea teorica, se la progressività fosse sufficientemente elevata, la risposta alla domanda sarebbe si. In punto di fatto, però, guardando a quello che succede oggi in Italia (2008), dato il grado effettivo di progressività e data la frequenza all’università per classi di redditi familiare, la risposta è no.

Per ogni euro di contributo all’università (attraverso la fiscalità generale), stimiamo che le famiglie con reddito inferiore ai 40 mila euro lordi ne ricevono 45 centesimi, quelle con reddito superiore ricevono tra 1.36 e 2 euro (a seconda del reddito). La risposta a queste cifre non può essere: c’è la progressività. E questo perché noi della progressività teniamo già conto. Quindi, o Francesca ci dice perché e dove le nostre stime sono scorrette, e ne produce di migliori, o non capiamo di che cosa si discute. Il modo più semplice e diretto per risolvere il problema (qui e nel resto dell’Europa ...) è di far pagare più tasse a chi se le può permettere. Noi non proponiamo di alzare le tasse per tutti, ma solo per chi se lo può permettere. Non solo ma ci sembra più efficiente (e anche gradito al cittadino) far pagare le tasse connettendole direttamente ai servizi erogati, invece che facendole passare nel calderone poco trasparente della fiscalità generale. In altre parole, una volta deciso qual è il livello di progressività che vogliamo dare al finanziamento universitario, non sembra a Francesca che sia più semplice e trasparente realizzarlo direttamente attraverso le tasse universitarie piuttosto che attraverso la fiscalità generale?

2.2       Secondo Francesca, le nostre ipotesi peccano di “stuzzichevole ottimismo” (forse voleva dire stucchevole?) perché non prendiamo in considerazione la possibilità che i redditi futuri dei laureati siano inferiori a quelli che osserviamo oggi. È bene chiarire che nel valutare la proposta si deve prendere una prospettiva di lungo periodo, non una congiunturale. Dobbiamo ritenere che l’attuale situazione di crisi rimarrà in eterno? È possibile, forse è probabile, che nei prossimi anni (due, tre, cinque, dieci?) la situazione economica sarà depressa e i redditi, anche quelli dei laureati, cresceranno poco o nulla, almeno in termini reali. Ma non abbiamo motivo di ritenere che si sia interrotta definitivamente la secolare tendenza alla crescita del reddito (il grafico mostra il PIL procapite italiano, in termini reali, dal 1861, fonte Maddison. Una figura simile, ma con una serie storica più breve, si avrebbe se si considerassero i redditi procapite.)

Pil

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ipotizzare che, nel lungo periodo (che è quello che conta per valutare la sostenibilità della proposta) la situazione non mostri nessun miglioramento rispetto all’oggi, è già una rottura significativa di quel trend, e ci sembra incorpori un grado di pessimismo elevato. Certo, non c’è limite all’immaginazione: c’è chi ha più volte previsto la fine del mondo, chi la fine del capitalismo. Noi siamo più modesti e spingiamo il nostro pessimismo fino a immaginare che, da adesso in poi, il miglioramento che abbiamo osservato nei passati 150 anni sia esaurito: ossia fino ad immaginare, nello scenario pessimista, che i redditi rimangano invariati.

2.3       Francesca considera un difetto della nostra proposta il fatto che le maggiori risorse vengano in definitiva dalle famiglie (lei parla di risorse tout court¸ non di maggiori risorse, e ci accusa ingiustamente di voler sostituire quelle pubbliche con quelle private; a questo abbiamo già risposto sopra). L’alternativa che presumibilmente preferisce è che le maggiori risorse vengano dallo Stato. Ma la spesa pubblica è comunque pagata dalle famiglie: i soldi pubblici vengono dalle tasse o dal debito pubblico, che prima o poi deve essere ripagato attraverso le tasse. Non si scappa da questo: le risorse sono, in definitiva, nelle mani delle famiglie (anche le imprese sono di proprietà delle famiglie; magari sono famiglie particolari, ma sempre famiglie sono!) e quindi da lì devono venire. La differenza sta tra far pagare a tutti qualcosa di cui usufruiscono solo alcuni, oppure far pagare di più a coloro che usufruiscono di più. Noi preferiamo questa seconda alternativa: attraverso il debito sono proprio i futuri laureati, quelli che indiscutibilmente beneficiano di più della propria educazione, a sopportarne il costo (o meglio, una sua parte maggiore: ripetiamo ancora una volta che non vogliamo ridurre l’attuale finanziamento pubblico; semmai modificare il modo con cui viene erogato). In ogni caso, supponiamo di voler aumentare di 4 miliardi (come noi facciamo) le risorse, in parte da destinare a borse per studenti e in parte a dotazione agli atenei: chi dovrebbe finanziare un tale aumento? E in quale modo? Se Francesca ha idee migliori delle nostre saremo i primi a sostenerle.

2.4       Il meccanismo bonus-malus previsto dalla nostra proposta mira a disincentivare un comportamento patologico che la teoria economica evidenzia come rischio possibile di ogni meccanismo assicurativo: il cosiddetto moral hazard. Ossia il fatto che chi è assicurato si approfitti della situazione contando sulla certezza che il danno venga comunque coperto dall’assicuratore. Tutti sappiamo che numerose università quasi fasulle sono recentemente nate come funghi nel panorama italiano. La nostra proposta vuole evitare che queste università si approfittino dello schema facendo un accordo con studenti interessati solo al pezzo di carta, o comunque con studenti che magari intendano essere evasori fiscali totali nella loro vita adulta. Anticipando una possibilità del genere abbiamo tentato di porvi rimedio, con un meccanismo che è abbastanza standard nella pratica assicurativa.

Francesca sembra ritenere che abbiamo concepito questo meccanismo bonus-malus per “mettere le mani avanti” e, nell’eventualità in cui la crisi dovesse permanere per decine di anni riducendo notevolmente i redditi dei laureati italiani rispetto alla situazione attuale, attribuire il fallimento dello schema da noi proposto al sabotaggio di agenti perversi invece che all’intrinseca irragionevolezza del nostro schema. Come abbiamo già detto (punto 2.3) non riteniamo plausibile l’ipotesi di una permanente stagnazione o addirittura regresso dei redditi, ma in ogni caso il meccanismo bonus-malus non l’abbiamo pensato per questo, bensì per comportamenti specifici e per l’appunto patologici (francamente, l’idea che potesse rappresentare una sorta di “difesa preventiva” nei confronti dell’ipotesi di flessione permanente dei redditi non ci era proprio venuta in mente!). Tuttavia, alla luce del timore espresso da Francesca, potremmo correggere la nostra proposta utilizzando l’andamento medio dei tassi di restituzione delle università partecipanti, invece che le simulazioni, come benchmark per valutare quando scatta il malus. In questo modo, con un meccanismo basato sulla performance relativa, invece che assoluta, il malus non scatterebbe per nessuno se il default fosse un fenomeno generalizzato dovuto a una (improbabile) permanenza secolare della crisi.

2.5       Francesca dice che la nostra proposta svuota di significato l’Art. 34 della Costituzione: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze che devono essere attribuite per concorso”

In primo luogo la nostra proposta si rivolge esattamente ai “capaci e meritevoli anche se privi di mezzi”.

In secondo luogo, essa mira a rendere “effettivo” quel diritto: una università magari gratuita ma di bassa qualità non rappresenterebbe quel “grado più alto degli studi” auspicato dalla Costituzione, che crediamo vada inteso come corsi di laurea di alta qualità che abbiano un vero valore e non siano solo un pezzo di carta. Oggi, come dimostrano un’infinità di dati, per esempio quelli Almalaurea citati da Francesca nella parte finale della sua critica, le università offrono (in media) prospettive di reddito e di carriera ben poco attraenti. Un’università scadente, anche se gratuita, trasferisce nel mercato del lavoro le differenze familiari preesistenti e non serve ai privi di mezzi per annullare il vantaggio familiare dei “figli di papà”, che tanto i mezzi li ricevono dai genitori (vedi Checchi et al 1999, nella bibliografia del nostro articolo).

In terzo luogo, i prestiti income contingent si tramutano automaticamente in borse di studio a fondo perduto in tutti quei casi in cui lo studente non è in grado di restituire in tutto o in parte “la provvidenza” ricevuta.

In quarto luogo, la nostra proposta prevede che l’aumento delle tasse universitarie debba essere differenziato a seconda del reddito familiare. Ossia per uno studente privo di mezzi, che potrebbe essere esentato dalle tasse, l’intero prestito servirebbe solo per il sostentamento, tramutandosi comunque in borsa per la parte non restituita.

Quindi ci sembra che quanto da noi proposto rientri precisamente tra le “borse di studio, assegni familiari e altre providenze ... attribuite per concorso” che l’articolo 34 prevede.

2.6       Francesca ci accusa di non riconoscere il beneficio sociale dell’istruzione, oltre a quello privato. Le sezioni 2.1 e soprattutto 2.2 del nostro articolo sono dedicate a questo tema: lo stesso elenco da lei fatto (“la salute delle persone, l’autonomia intellettuale, la partecipazione politica, la vitalità culturale, la pedagogia o la cura”) riflette da vicino cose che abbiamo scritto (“migliore capacità di gestire la propria salute, le proprie relazioni sociali, la propria partecipazione nella vita pubblica e civile, la stessa capacità di trarre godimento intellettuale o estetico da varie esperienze culturali…”, a pag. 9, e “una società con un livello di istruzione più elevato ha tipicamente minore delinquenza, una migliore alimentazione e minori malattie, una più consapevole partecipazione politica…”, a pag. 10). Il beneficio sociale dell’istruzione ci è dunque ben evidente. Riteniamo però che sia relativamente più importante per l’istruzione primaria e secondaria, meno per quella terziaria, dove il rendimento privato è comunque particolarmente elevato. In ogni caso ciò che a nostro avviso giustifica maggiormente l’investimento pubblico in istruzione terziaria non è il beneficio sociale ma il fatto che (vedi sezione 2.3), essendo un investimento con un ritorno molto aleatorio, finisce per non essere effettuato da tante persone particolarmente avverse al rischio, soprattutto quelle prive di mezzi, per le quali invece potrebbe essere conveniente. Per questo motivo, senza in alcun modo ridurre il finanziamento pubblico, il nostro intento è di introdurre uno strumento che riduca il rischio connesso con l’investimento in istruzione terziaria, facilitando proprio questo investimento per i capaci e meritevoli ma privi di mezzi che la Costituzione vuole aiutare.

Inoltre, sappiamo benissimo che esistono molti motivi validi oltre al reddito per istruirsi (le citazioni appena fatte lo testimoniano). Rimane però il fatto che istruirsi costa, anche se lo vogliamo fare per puro piacere intellettuale. E anche in termini di piacere intellettuale esistono ampi margini di aleatorietà del risultato, mentre i costi sono certi. La nostra proposta aiuta anche chi vuole studiare solo per conseguire un puro godimento intellettuale, ma non ha i mezzi per farlo

3. Critiche che condividiamo o punti da chiarire

3.1       Concordiamo con Francesca sul fatto che la dimensione campionaria dell’Indagine Banca d’Italia, e in particolare il sottocampione di famiglie con percettori laureati, sia inferiore a quella che idealmente vorremmo. Purtroppo questi sono i dati migliori disponibili in Italia, a meno di non ottenere che l’Agenzia delle Entrate chieda di fornire nella dichiarazione dei redditi la data di conseguimento dell’ultimo titolo di studio, e renda disponibili i dati. Incidentalmente, rispondendo a una richiesta di Francesca, chiariamo che il campione utilizzato per le simulazioni nello scenario di base è di circa 17000 unità.

3.2       Condividiamo con Francesca il timore che una maggiore qualità degli atenei non riesca a generare maggiori redditi tra i suoi studenti, e lo abbiamo scritto (pag. 36). Benché esista evidenza empirica per altri paesi sull’effetto causale di un maggiore capitale umano sui redditi da lavoro, non possiamo essere certi che, nel nostro Paese, un maggiore capitale umano, ottenuto grazie a corsi di laurea di migliore qualità, debba ricevere il riconoscimento reddituale che meriterebbe. È un rischio reale e proprio per questo, nello scenario pessimista, prevediamo che i redditi dei laureati non aumentino rispetto alla situazione attuale. Inoltre, abbiamo immaginato che la proposta possa essere introdotta inizialmente in via sperimentale e su scala ridotta, per testarne in concreto le conseguenze.

3.3       Infine, Francesca si chiede, retoricamente, se la nostra filosofia di fondo sia quella di un’università di eccellenza, in grado di garantire un’adeguata remunerazione futura a fronte dell’elevato investimento economico, di tempo, di impegno, fatto dallo studente. Bolla questa prospettiva come elitaria ed esclusiva, ottenuta al costo dell’analfabetismo di ritorno di molti. Per certi versi Francesca ha ragione. Noi vorremmo un’università di eccellenza; e vorremmo che questa eccellenza trovasse una concretizzazione non solamente nei benefici, personali e sociali, di cui abbiamo prima parlato, ma anche nel reddito di coloro che hanno fatto lo sforzo di seguirla. Ci sembra che questa sia, se non l’unica, una delle principali strade affinché i “capaci e meritevoli, ma privi di mezzi” di oggi possano aspirare domani a ruoli di responsabilità e di soddisfazione, nella vita collettiva e personale. Ma Francesca contesta proprio questa aspirazione, l’idea che l’università serva a costruire la classe dirigente di domani; perché questo avverrebbe inevitabilmente, nella sua visione, a discapito dei molti esclusi.

Ora, è effettivamente elitaria ed esclusiva la nostra visione? Forse, nel senso che, per definizione, l’eccellenza non è alla portata di tutti. Ma non in quello secondo cui l’elite di oggi si perpetuerebbe nell’elite di domani. Al contrario, forse per mancanza di immaginazione, è l’unico modo in cui riusciamo a vedere una prospettiva di dinamismo sociale, di reale cambiamento per i giovani che non abbiano oggi, alle spalle, una famiglia con le “connessioni giuste”. Il progresso dei migliori deve avvenire a discapito di quelli meno bravi o meno ambiziosi e determinati? Non crediamo sia così: si tratta di “ampliare la torta”, non di rubarne una fetta più grande agli altri.

Tuttavia, forse l’obiezione è ancora più radicale: l’università non deve essere il luogo in cui si acquisiscono le capacità lavorative di domani, deve essere il luogo in cui l’individuo forma la sua identità culturale, intellettuale, spirituale. Può essere. Ma non vediamo perché le due cose debbano essere in contraddizione; e soprattutto, non vorremmo che il rifiuto di una visione utilitaristica e pragmatica dell’istruzione universitaria finisse per danneggiare solo coloro che non hanno i mezzi, oggi.

Commenti

ritratto di Francesco Sylos Labini

Gli autori (nel precedente articolo) sostengono che "Abbiamo ipotizzato due scenari riguardo all’evoluzione possibile dei redditi futuri dei laureati che riceveranno il prestito. Nello scenario di base.. la frazione di mancato rimborso è stimabile nel 12%.. ; Nel secondo scenario, più pessimista, Il tasso di mancato rimborso sale al 15%." Dunque c'e una differenza del 3% tra i due casi. Questo significa che gli autori sono capaci di fare delle simulazioni che abbiano un errore minore del 1% altrimenti la differenza tra i due casi non e' statisticamente significativa. Anche assumendo che i dati e le ipotesi su cui si basano le loro simulazioni raggiungano la quasi perfezione un errore dell'1% su una modellizzazione del genere e' non credibile.
ritratto di Andrea Ichino

Francesco Sylos Labini ha ragione nell'affermare che i nostri calcoli sono delle stime puntuali, senza i corrispondenti errori standard. Ottenere gli errori standard nel caso di simulazioni come quelle che abbiamo presentato non è immediato, ma ci stiamo lavorando e la prossima versione del nostro saggio conterrà anche errori standard (ottenuti, ad esempio, con tecniche di bootstrapping). È quindi possibile che i due scenari producano stime del tasso di mancato rimborso che sono statisticamente indistinguibili tra loro. Questa pero' sarebbe una buona notizia, dato che le distribuzioni dei redditi dei laureati da cui siamo partiti sono piuttosto diverse, come dimostrano le figure contenute nel nostro lavoro. La similitudine tra le due stime indica che, anche nello scenario con i redditi piu' bassi, la maggior parte dei laureati riuscirebbe comunque a rimborsare il prestito entro i 40 anni ipotizzati come vita utile per il rimborso. In altre parole, anche nello scenario pessimista il default non aumenta perche' pur allungandosi i tempi di rimborso, non aumenta la frazione di laureati che non riesce a restituire tutto il prestito. Rimane invece la giusta esigenza espressa da Sylos Labini di sapere se le nostre stime puntuali sono stimate con precisione, indipendentemente da quanto siano diverse o simili nei due scenari. Inoltre, si può anche ritenere che le distribuzioni dei redditi da noi ipotizzate non siano sufficientemente diverse da descrivere adeguatamente lo spettro delle possibilità. Questa e' una obiezione sollevata da Francesca Coin a cui rispondiamo nel punto 2.2. Stiamo comunque facendo il possibile per migliorare i dati e le nostre stime.
ritratto di Francesco Sylos Labini

Non penso che il problema sia capire quali siano gli errorri statistici, quanto piuttosto gli errori sistematici. Se le distribuzioni dei redditi di partenza sono differenti ed i risultati, dopo 40 anni di evoluzione, sono simili (all'1%) significa che le assunzioni del modello sono troppo forti e forzano il risultato ad essere lo stesso. La domanda che si dovrebberro porre gli autori e': quanto e' stabile il risultato rispetto alle diverse assunzioni che determinano l'evoluzione temporale? La risposta a questa domanda si dovrebbe ottenere rilassando le ipotesi dinamiche che sono state fatte, che sono evidentemente troppo rigide.
ritratto di Daniele Terlizzese

Il calcolo della quota di debito non rimborsata non richiede alcun modello dinamico le cui ipotesi possano essere troppo forti e da rilassare. Si tratta di un semplice calcolo attuariale, date due distribuzioni dei redditi dei laureati. La stima di queste distribuzioni, basata su un campione e non sull’intera popolazione, è l’elemento che introduce variabilità statistica ed è l’unico a generare la possibilità di errori statistici da valutare. Date le due distribuzioni, il resto del conto è del tutto ovvio, e non può generare errori sistematici. Pensavamo che il procedimento seguito fosse spiegato in modo sufficientemente chiaro nel nostro lavoro (paragrafo 4.2); evidentemente non è così, e cerchiamo nel seguito di rimediare, descrivendolo in dettaglio. Partiamo da una distribuzione dei redditi dei laureati, per anno di distanza dalla laurea. Fissiamo un ammontare x (15000 euro) di prestito annuo, un numero di anni n (5) e un tasso di interesse r (2%). Calcoliamo il valore attuale del prestito alla laurea, D (circa 80000 euro). Fissiamo una soglia minima s (15000 euro) e una frazione di rimborso k (10%). Per ognuno dei redditi della distribuzione e per ogni anno calcoliamo ora il rimborso, ottenuto moltiplicando k per la parte di reddito che eccede s (il rimborso è nullo se il reddito è inferiore a s). Il rimborso così ottenuto è scontato al presente dividendolo per 1+r (elevato a potenze maggiori man mano che ci si allontana dalla laurea). Si continua così, fino a quando la somma di questi rimborsi scontati è pari a D. Se ciò avviene in un qualunque periodo entro i 40 anni dalla laurea il prestito è interamente rimborsato. Se invece dopo 40 anni c’è ancora una frazione di prestito non rimborsato, questa è la parte di mancato rimborso; registrando per quale frazione dei redditi avviene questo mancato rimborso e moltiplicando questa frazione per la quota di reddito da rimborsare si ottiene il numero da noi riportato (12 o 15%, a seconda della distribuzione iniziale dei redditi). A parte l’ipotesi che il campione osservato sia informativo dei redditi futuri, si tratta di calcoli attuariali banali, su cui non c’è nulla da discutere: non possono che essere fatti in questo modo. Non c’è dunque nessuna “ipotesi dinamica” che possa “forzare il risultato a essere lo stesso” (tutti gli altri ingredienti del calcolo sono semplicemente parametri; variando x, n, r, s, k otterremo naturalmente dei risultati diversi). Vale la pena sottolineare che ottenere risultati simili partendo da distribuzioni di reddito molto diverse non ha niente di sospetto. Consideriamo un esempio estremo, per chiarire: supponiamo che ci siano due distribuzioni del reddito, una in cui tutti hanno reddito pari a 40000 euro l’anno, costante, e un’altra in cui tutti hanno un reddito pari a 90000 euro l’anno, ancora costante. Mettiamo per semplicità pari a 0 il tasso di interesse, e lasciamo gli altri parametri invariati. Il debito da ripagare alla laurea è in questo caso pari a 75000 euro. Nel primo caso il debito viene ripagato per intero in 30 anni (si rimborsano 2500 euro l’anno, pari al 10% della differenza tra 40 e 15 mila euro); nel secondo caso il debito viene ripagato per intero in 10 anni (si rimborsano 7500 euro l’anno, pari al 10% della differenza tra 90 e 15 mila euro). In entrambi i casi la frazione di mancato rimborso è 0. Non c’è dunque nessuna differenza in questa frazione, pur essendo le due distribuzioni dei redditi molto differenti. Andrea Ichino e Daniele Terlizzese
ritratto di Francesco Sylos Labini

Scusate ma voi davvero credete di poter fare una stima con la precisione dell'1% a 40 anni nell'evoluzione di un sistema complesso e coatico come può essere quello sociale? Il mio commento era riferito a questo i modelli che fate sono lineari la realtà è non lineare. Saluti
ritratto di Andrea Ichino

Non pensiamo di poter fare previsioni a 40 con un errore inferiore all 1%: non lo abbiamo mai detto. Abbiamo detto, invece, che, DATE LE DISTRIBUZIONI DEI REDDITI, il calcolo del tasso di rimborso e' un semplice calcolo attuariale. Ed è perfettamente possibile che i tassi di rimborso nei due scenari siano simili se in quello pessimista aumentano i tempi di rimborso per chi comunque rimborsa tutto, ma aumenta di poco la quota di quelli che non riescono a rimborsare tutto e/o la quota da loro non rimborsata (abbiamo fatto un esempio, volutamente estremo, per chiarire come questo sia possibile). Quindi, contrariamente a quanto pensa Sylos Labini, la non distinguibilita' delle stime di mancato rimborso nei due scenari non e' un motivo rilevante per rigettare la nostra proposta, anzi semmai il contrario. Sylos Labini solleva pero' un problema piu' generale e profondo che ora capiamo meglio, ma che non ha a che fare con la distinguibilità tra i due scenari. La sua idea è che i fenomeni sociali siano caotici e comunque non prevedibili. In particolare, per il nostro caso, Sylos Labini evidentemente ritiene che le distribuzioni dei redditi che possiamo osservare oggi non abbiano alcun contenuto informativo riguardo ai redditi futuri. Gli scienziati sociali e in particolare gli economisti sono sicuramente ancora molto indietro nella loro capacità di previsione. Ad esempio non sono riusciti a migliorare in misura pari a quanto sono invece migliorati i meteorologi, tanto per darci un termini di confronto. Noi crediamo pero' che sia comunque doveroso utilizzare tutte le informazioni statistiche disponibili per "informare" la politica, anche quando riguarda scelte di lungo periodo come quelle che qualsiasi riforma del finanziamento universitario implica. In tema di pensioni, ad esempio, se qualche calcolo di questo tipo fosse stato fatto quando si potevano benissimo prevedere le tendenze demografiche del paese anche a lungo termine, ora avremmo forse piu' risorse per finanziare l'unviversita'. Avere queste informazioni per quanto imperfette e' meglio che non averle. Bisogna pero' stimare al meglio e in modo ragionevole i margini di errore: a questo come abbiamo detto stiamo lavorando.

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Il delirio di onnipotenza di un medico di campagna

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Il film di Thomas Lilti Il medico di campagna, da tempo nelle sale cinematografiche, racconta di un dottore della provincia francese che esercita, indefesso, il suo mestiere oscuro ed eroico, perfino quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello, elargendo consigli di salute e di vita, conforto e speranza e avendo in odio il lavoro di gruppo, i computer e gli ospedali stessi. Infatti, vede come un’ingerenza la collaborazione che gli offre una collega, scrive a mano appunti sui malati che poi cela gelosamente dove lui solo sa ritrovarli e preferisce mantenere i suoi assistiti lontano dalle corsie.

Poiché ogni film è un’opera d’arte, il suo autore ha il diritto di disegnare il protagonista come meglio crede e anche di circondarlo di un’aureola di santità; non è, però, un bene, per il pubblico coltivare la convinzione che gran parte dei guai della sanità italiana sarebbero ridimensionati, se tutti i medici di famiglia assomigliassero al dottor Jean-Pierre Werner.

E’ vero: la maggior parte degli spettatori (così come dei critici cinematografici) è composta da pazienti potenziali o effettivi che possono desiderare di ricevere le cure di un medico/genitore al punto di perdonargli il paternalismo e l’autoreferenzialità che fanno da contorno.

Chi, però, ha alle spalle più di 35 anni di medicina di famiglia, guarda alla figura del collega cinematografico con maggiore senso critico: sono tanti i colleghi coetanei che, come il dottor Jean-Pierre, hanno praticato, nei primi anni del loro ingresso nel Servizio sanitario, una medicina senza orari, senza tregua, senza prezzo, che, però, era, al contempo, una medicina senza confronto tra pari, senza una registrazione dei dati cui altri (sostituti, successori, medici ospedalieri) potessero accedere e, in definitiva, senza concessione al paziente del primato sulla sua salute.

L’esercizio eroico della medicina ha sempre un fascino irresistibile: lo testimoniano il moltiplicarsi delle serie televisive a partire da quella sulla famosa Emergency Room del County Hospital di Chicago, dove tutti i momenti si facevano respirare gli asfissiati con la tracheotomia, ripartire cuori in arresto (“libera!”) e nascere bambini in presentazione podalica. Due veri medici di Pronto Soccorso, A Ross e H Gibbs, consulenti di Michael Crichton per la sceneggiatura di ER, hanno poi scritto in un libro che l’altruismo dei personaggi era realistico, ma che “se i dottori si comportassero così nel mondo reale, emergerebbero gravi responsabilità e seri grattacapi che farebbero venire gli incubi agli amministratori”.

L’altruista medico di campagna francese che sfida gli elementi della natura, i dissesti stradali e la propria caducità per lenire le altrui sofferenze, ha un modello di riferimento nel libro “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Si tratta di una raccolta di otto avvincenti racconti autobiografici che narrano il cimento con la malattia e con la morte di un neolaureato del 1916 mandato a coprire un posto vacante in un remoto governatorato russo, dove riscuoterà la riconoscenza dei suoi molti beneficati

Nel film, il figlio del medico di campagna, dice: “Mio padre, da queste parti, è come un dio che regge le sorti della comunità; quando non ci sarà più, anche la comunità finirà”. Ma i medici di famiglia proiettati nel futuro, che non intendono affatto abdicare alla cura della persona anche nei suoi aspetti psicologici e sociali, sanno, invece, che l’interesse del paziente sta nell’essere trattato non solo con il maggior calore umano, ma con la miglior certezza scientifica e con le più avanzate tecnologie disponibili.

Nessun medico di buona volontà, solo in mezzo a un campo, è in grado di salvare un uomo con l’arteria femorale tranciata, come fa credere il film: per fare il miracolo occorre un efficiente 118 e un chirurgo vascolare con annessa sala operatoria.

E quando un medico lascia la professione, per pensionamento o peggio, nessuna comunità dovrà estinguersi o patirne, se egli avrà lasciato, a chi lo rimpiazza, cartelle cliniche dettagliate ed esplicative e pazienti che confidano non nella sua persona, ma in una medicina responsabile e in una sanità realmente democratica.