Alcuni chiarimenti sulla "modesta proposta" sull'università

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Siamo grati a Francesca Coin per aver accettato il nostro invito a evitare preclusioni pregiudiziali e a entrare nel merito della nostra proposta, discutendone i dettagli e valutandone con attenzione le argomentazioni.(Per leggere l’articolo citato, apparso su www.roars.it, clicca sul seguente link).

Siamo consapevoli che la lettura delle 72 pagine del nostro saggio è ben più faticosa e di molta minore soddisfazione della lettura della “modesta proposta” di Jonathan Swift con cui la redazione di Scienza in Rete ha argutamente introdotto il nostro contributo; apprezziamo quindi sinceramente lo sforzo compiuto da Coin. Abbiamo apprezzato meno i toni spesso sarcastici e l’accusa di disonestà intellettuale, che davvero non sentiamo di meritare. Ma è inutile perdere tempo sui toni e le forme: andiamo invece alla sostanza. E, proprio per smorzare i toni, passiamo dai cognomi ai nomi, che è più semplice, amichevole e consono a un confronto scientifico tra pari.

Risponderemo alle critiche di Francesca raggruppando le risposte in tre categorie: quelle che riguardano errori fattuali nella descrizione della nostra proposta, verosimilmente imputabili a un difetto di chiarezza da parte nostra; quelle che riguardano le critiche di sostanza al metodo o ai principi che riteniamo infondate o errate; infine, quelle che riguardano le critiche di Francesca su cui concordiamo o che mettono in luce punti da chiarire.

1. Errori fattuali (o interpretazioni parziali e fuorvianti):

1.1       L’aumento delle tasse universitarie non è per tutti gli studenti e non è per tutti i corsi. È solo per quegli atenei che, partecipando allo schema con il loro contributo alla FM, ritengono di poter costruire in modo credibile un’offerta formativa migliore. Inoltre è ristretto alla frequentazione dei soli corsi per i quali quegli atenei ritengono che ciò sia possibile. Per tutti gli studenti che non si iscrivano a questi corsi nulla cambia. Per questo motivo non crediamo che la nostra proposta debba causare un calo delle immatricolazioni, come pare si sia verificato nel Regno Unito, dove una proposta parzialmente simile è stata recentemente introdotta in modo generalizzato, non per specifici corsi di laurea. In ogni caso, si dovrà verificare se il calo di immatricolazioni nel Regno Unito è un fenomeno permanente, dato che non sembra aver avuto luogo in Canada e Australia. Inoltre ai nuovi corsi previsti dalla nostra proposta, potranno iscriversi anche studenti che non abbiano ricevuto il prestito. Per esempio studenti stranieri, come accade nel Regno Unito dove le università traggono finanziamenti anche da studenti di altre nazionalità, a cui viene chiesto di pagare il costo pieno della loro istruzione

1.2       L’aumento medio che abbiamo ipotizzato dovrebbe essere differenziato in funzione del reddito della famiglia d’origine: l’aumento delle tasse sarebbe piccolo o forse nullo per gli studenti nelle fasce di reddito più basse, mentre sarebbe superiore ai 7500 euro per quelli delle fasce elevate.

1.3       Il periodo di rimborso non è di 40 anni per tutti: per coloro che sono in grado di rimborsare è mediamente di 24 anni nello scenario di base, di 28 nello scenario pessimistico. 40 anni è (in media) il periodo in cui il rimborso può potenzialmente avvenire: nella nostra proposta il reddito del laureato continua a essere soggetto al prelievo fiscale, fintanto che superi la soglia minima e che il debito iniziale non sia stato interamente ripagato; i 40 anni sono una stima molto prudenziale dell’aspettativa di vita al momento della laurea.

1.4       Il finanziamento pubblico all’università non è intaccato dalla nostra proposta, non c’è nessuna idea di disimpegno dello Stato dal finanziamento dell’istruzione terziaria. Le risorse di cui parliamo sono aggiuntive, non vanno a sostituire il finanziamento pubblico. Questo è detto molto chiaramente e a più riprese (forse la lunghezza del nostro testo ha avuto occasionalmente ragione anche dell’invidiabile stamina di Francesca).

1.5       Nello scenario di base, i nostri dati sono di fonte Agenzia delle entrate (è detto chiaramente a pag. 39), perché l’università che ce li ha forniti è riuscita a incrociare il proprio archivio con quello dell’Agenzia (l’identità dell’università è coperta da un vincolo di riservatezza che non possiamo violare; è una delle prime nella classifica del Sole24ore citata nella nota 37 a pagina 36; la riservatezza in questi casi è una prassi comune nella ricerca socioeconomica che immaginiamo Francesca conosca). Quindi i redditi usati nello scenario base risentono pienamente dell’evasione. Per quel che riguarda invece lo scenario pessimista, per il complesso dei laureati italiani non abbiamo potuto usare i dati dell’Agenzia delle Entrate perché questi non hanno l’informazione sul titolo di studio e sulla data del suo conseguimento (Francesca dovrebbe saperlo!). Questa informazione è indispensabile per poter valutare i tempi e la probabilità del rimborso. Se avessimo potuto usare anche per questo scenario i dati dell’Agenzia delle entrate l’avremmo fatto ben volentieri. I dati della Banca d’Italia sono usati (da noi e da molti altri) non perché sia “tradizionalmente diventata la prassi” farlo o perché li si ritenga “più rappresentativi” rispetto a dati censuari o amministrativi, ma semplicemente perché contengono informazioni che non sono altrimenti disponibili.

1.6       I dati della Banca d’Italia che usiamo nello scenario pessimista sono stati elaborati per ricostruire i redditi lordi (l’elaborazione non consiste nell’uso di medie quinquennali, ma nell’applicazione delle regole fiscali vigenti, sia pure con un margine di approssimazione perché si trascura la composizione familiare). Per quel che riguarda la presenza o meno di evasione fiscale, alcuni studi della Banca d’Italia mostrano che nell’indagine sui bilanci delle famiglie l’ammontare della ricchezza effettivamente dichiarato dai rispondenti si aggira sul 50% della ricchezza effettiva (D’Aurizio, Faiella, Iezzi, Neri, Temi di Discussione n° 610, 2006); per quel che riguarda i redditi, uno studio del 2010 di Neri e Zizza, (relativo ai dati del 2004) misura in circa il 12% la sottostima nei dati rilevati; un altro studio sempre del 2010, di Marino e Zizza, stima che l’evasione fiscale incorporata nei dati dell’indagine, quando non si tenga conto della sottostima anzidetta, è di circa il 3% (sale al 13% se i dati sono corretti per la sottostima). Nell’insieme, non sembra giustificato affermare che utilizzare i dati della Banca d’Italia significhi supporre che l’evasione fiscale non esiste.

Peraltro, la stessa Francesca afferma che nei dati della Banca d’Italia “…c’è un sospetto di autoselezione distorsiva dei rispondenti e dunque c’è il sospetto che a parità di titolo di studio sia più facile intervistare un lavoratore dipendente che un autonomo o un libero professionista.” Se interpretiamo correttamente questa affermazione, si sta ipotizzando che gli autonomi e liberi professionisti evasori sfuggano con maggiore probabilità all’indagine Banca d’Italia; ma questo è in contrasto con il ritenere che i dati dell’indagine siano immuni dall’evasione fiscale. Ma forse non capiamo che cosa Francesca intendesse.

1.7       Il calcolo dell’aumento delle risorse a disposizione delle università (che decidono di partecipare allo schema) non è tautologico né dà risultati scontati: se da un lato l’aumento delle tasse porta maggiori risorse, dall’altro la partecipazione allo schema richiede che l’ateneo conferisca alla fondazione per il merito una quota del suo FFO. “Conferisca” vuol dire che la perde: andrà, nel tempo, spesa per rimborsare alla CDP quella frazione dei prestiti che non sarà ripagata dai laureati con redditi più bassi. A priori l’effetto netto non è dunque per niente scontato. Francesca scrive che l’ateneo “riceverebbe l’incentivo della CDP”: non c’è nessun incentivo da parte della CDP nella nostra proposta. La nostra ipotesi è che la CDP si comporti come un investitore razionale che non regala soldi a nessuno e vuole veder remunerato il proprio investimento.

1.8       Il prestito income contingent è necessariamente meno rischioso per chi lo contrae, proprio perché il rimborso si adegua al suo reddito: a parità di rimborso complessivo (opportunamente scontato), con un prestito income contingent non può succedere che in un determinato periodo la rata di rimborso superi il reddito e quindi la persona si trovi in uno stato di insolvenza. Naturalmente, l’altra faccia della medaglia è che chi presta si sta facendo carico di un rischio maggiore, quello che riguarda la variabilità del tempo necessario a venire rimborsato. Non è dunque vero che se i redditi sono bassi un prestito di questo tipo è, per chi lo contrae, più rischioso.

1.9       Non ignoriamo il fatto che negli Stati Uniti lo strumento dei prestiti d’onore ha portato nell’attuale fase congiunturale a diffusi fallimenti sul debito degli studenti, lo riconosciamo apertamente (Obiezione 3 a pagina 46); rispondiamo però anche quelli americani sono prestiti tradizionali, non prestiti income contingent e che l’amministrazione americana sta studiando il passaggio a prestiti di questo secondo tipo, proprio per evitare il fenomeno dei fallimenti.

2. Critiche di sostanza che riteniamo errate

2.1       Preliminarmente, il tema della equità/iniquità del (modo attuale con cui avviene il) finanziamento pubblico dell’università. Si tratta di un aspetto che è logicamente distinto dalla nostra proposta, ma ne rappresenta un’importante premessa; il nostro non è un ragionamento elaborato o un’argomentazione su cui essere d’accordo o in disaccordo: ci limitiamo a presentare i fatti. Poiché però sembrano esserci delle incomprensioni, è bene cercare di chiarire come stanno le cose. Francesca sostiene che la progressività dell’imposizione fiscale è sufficiente a garantire che le famiglie più ricche contribuiscano di più al finanziamento pubblico dell’università. Vero, ma non basta fermarsi qui per decidere se contribuiscono abbastanza. Bisogna considerare anche il lato dei benefici. Basta la progressività a garantire che il saldo tra ciò che le famiglie prendono e ciò che pagano sia equamente distribuito al variare del reddito? In particolare, basta a evitare che quel saldo sia positivo per le famiglie più ricche, e negativo per quelle più povere? In linea teorica, se la progressività fosse sufficientemente elevata, la risposta alla domanda sarebbe si. In punto di fatto, però, guardando a quello che succede oggi in Italia (2008), dato il grado effettivo di progressività e data la frequenza all’università per classi di redditi familiare, la risposta è no.

Per ogni euro di contributo all’università (attraverso la fiscalità generale), stimiamo che le famiglie con reddito inferiore ai 40 mila euro lordi ne ricevono 45 centesimi, quelle con reddito superiore ricevono tra 1.36 e 2 euro (a seconda del reddito). La risposta a queste cifre non può essere: c’è la progressività. E questo perché noi della progressività teniamo già conto. Quindi, o Francesca ci dice perché e dove le nostre stime sono scorrette, e ne produce di migliori, o non capiamo di che cosa si discute. Il modo più semplice e diretto per risolvere il problema (qui e nel resto dell’Europa ...) è di far pagare più tasse a chi se le può permettere. Noi non proponiamo di alzare le tasse per tutti, ma solo per chi se lo può permettere. Non solo ma ci sembra più efficiente (e anche gradito al cittadino) far pagare le tasse connettendole direttamente ai servizi erogati, invece che facendole passare nel calderone poco trasparente della fiscalità generale. In altre parole, una volta deciso qual è il livello di progressività che vogliamo dare al finanziamento universitario, non sembra a Francesca che sia più semplice e trasparente realizzarlo direttamente attraverso le tasse universitarie piuttosto che attraverso la fiscalità generale?

2.2       Secondo Francesca, le nostre ipotesi peccano di “stuzzichevole ottimismo” (forse voleva dire stucchevole?) perché non prendiamo in considerazione la possibilità che i redditi futuri dei laureati siano inferiori a quelli che osserviamo oggi. È bene chiarire che nel valutare la proposta si deve prendere una prospettiva di lungo periodo, non una congiunturale. Dobbiamo ritenere che l’attuale situazione di crisi rimarrà in eterno? È possibile, forse è probabile, che nei prossimi anni (due, tre, cinque, dieci?) la situazione economica sarà depressa e i redditi, anche quelli dei laureati, cresceranno poco o nulla, almeno in termini reali. Ma non abbiamo motivo di ritenere che si sia interrotta definitivamente la secolare tendenza alla crescita del reddito (il grafico mostra il PIL procapite italiano, in termini reali, dal 1861, fonte Maddison. Una figura simile, ma con una serie storica più breve, si avrebbe se si considerassero i redditi procapite.)

Pil

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ipotizzare che, nel lungo periodo (che è quello che conta per valutare la sostenibilità della proposta) la situazione non mostri nessun miglioramento rispetto all’oggi, è già una rottura significativa di quel trend, e ci sembra incorpori un grado di pessimismo elevato. Certo, non c’è limite all’immaginazione: c’è chi ha più volte previsto la fine del mondo, chi la fine del capitalismo. Noi siamo più modesti e spingiamo il nostro pessimismo fino a immaginare che, da adesso in poi, il miglioramento che abbiamo osservato nei passati 150 anni sia esaurito: ossia fino ad immaginare, nello scenario pessimista, che i redditi rimangano invariati.

2.3       Francesca considera un difetto della nostra proposta il fatto che le maggiori risorse vengano in definitiva dalle famiglie (lei parla di risorse tout court¸ non di maggiori risorse, e ci accusa ingiustamente di voler sostituire quelle pubbliche con quelle private; a questo abbiamo già risposto sopra). L’alternativa che presumibilmente preferisce è che le maggiori risorse vengano dallo Stato. Ma la spesa pubblica è comunque pagata dalle famiglie: i soldi pubblici vengono dalle tasse o dal debito pubblico, che prima o poi deve essere ripagato attraverso le tasse. Non si scappa da questo: le risorse sono, in definitiva, nelle mani delle famiglie (anche le imprese sono di proprietà delle famiglie; magari sono famiglie particolari, ma sempre famiglie sono!) e quindi da lì devono venire. La differenza sta tra far pagare a tutti qualcosa di cui usufruiscono solo alcuni, oppure far pagare di più a coloro che usufruiscono di più. Noi preferiamo questa seconda alternativa: attraverso il debito sono proprio i futuri laureati, quelli che indiscutibilmente beneficiano di più della propria educazione, a sopportarne il costo (o meglio, una sua parte maggiore: ripetiamo ancora una volta che non vogliamo ridurre l’attuale finanziamento pubblico; semmai modificare il modo con cui viene erogato). In ogni caso, supponiamo di voler aumentare di 4 miliardi (come noi facciamo) le risorse, in parte da destinare a borse per studenti e in parte a dotazione agli atenei: chi dovrebbe finanziare un tale aumento? E in quale modo? Se Francesca ha idee migliori delle nostre saremo i primi a sostenerle.

2.4       Il meccanismo bonus-malus previsto dalla nostra proposta mira a disincentivare un comportamento patologico che la teoria economica evidenzia come rischio possibile di ogni meccanismo assicurativo: il cosiddetto moral hazard. Ossia il fatto che chi è assicurato si approfitti della situazione contando sulla certezza che il danno venga comunque coperto dall’assicuratore. Tutti sappiamo che numerose università quasi fasulle sono recentemente nate come funghi nel panorama italiano. La nostra proposta vuole evitare che queste università si approfittino dello schema facendo un accordo con studenti interessati solo al pezzo di carta, o comunque con studenti che magari intendano essere evasori fiscali totali nella loro vita adulta. Anticipando una possibilità del genere abbiamo tentato di porvi rimedio, con un meccanismo che è abbastanza standard nella pratica assicurativa.

Francesca sembra ritenere che abbiamo concepito questo meccanismo bonus-malus per “mettere le mani avanti” e, nell’eventualità in cui la crisi dovesse permanere per decine di anni riducendo notevolmente i redditi dei laureati italiani rispetto alla situazione attuale, attribuire il fallimento dello schema da noi proposto al sabotaggio di agenti perversi invece che all’intrinseca irragionevolezza del nostro schema. Come abbiamo già detto (punto 2.3) non riteniamo plausibile l’ipotesi di una permanente stagnazione o addirittura regresso dei redditi, ma in ogni caso il meccanismo bonus-malus non l’abbiamo pensato per questo, bensì per comportamenti specifici e per l’appunto patologici (francamente, l’idea che potesse rappresentare una sorta di “difesa preventiva” nei confronti dell’ipotesi di flessione permanente dei redditi non ci era proprio venuta in mente!). Tuttavia, alla luce del timore espresso da Francesca, potremmo correggere la nostra proposta utilizzando l’andamento medio dei tassi di restituzione delle università partecipanti, invece che le simulazioni, come benchmark per valutare quando scatta il malus. In questo modo, con un meccanismo basato sulla performance relativa, invece che assoluta, il malus non scatterebbe per nessuno se il default fosse un fenomeno generalizzato dovuto a una (improbabile) permanenza secolare della crisi.

2.5       Francesca dice che la nostra proposta svuota di significato l’Art. 34 della Costituzione: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze che devono essere attribuite per concorso”

In primo luogo la nostra proposta si rivolge esattamente ai “capaci e meritevoli anche se privi di mezzi”.

In secondo luogo, essa mira a rendere “effettivo” quel diritto: una università magari gratuita ma di bassa qualità non rappresenterebbe quel “grado più alto degli studi” auspicato dalla Costituzione, che crediamo vada inteso come corsi di laurea di alta qualità che abbiano un vero valore e non siano solo un pezzo di carta. Oggi, come dimostrano un’infinità di dati, per esempio quelli Almalaurea citati da Francesca nella parte finale della sua critica, le università offrono (in media) prospettive di reddito e di carriera ben poco attraenti. Un’università scadente, anche se gratuita, trasferisce nel mercato del lavoro le differenze familiari preesistenti e non serve ai privi di mezzi per annullare il vantaggio familiare dei “figli di papà”, che tanto i mezzi li ricevono dai genitori (vedi Checchi et al 1999, nella bibliografia del nostro articolo).

In terzo luogo, i prestiti income contingent si tramutano automaticamente in borse di studio a fondo perduto in tutti quei casi in cui lo studente non è in grado di restituire in tutto o in parte “la provvidenza” ricevuta.

In quarto luogo, la nostra proposta prevede che l’aumento delle tasse universitarie debba essere differenziato a seconda del reddito familiare. Ossia per uno studente privo di mezzi, che potrebbe essere esentato dalle tasse, l’intero prestito servirebbe solo per il sostentamento, tramutandosi comunque in borsa per la parte non restituita.

Quindi ci sembra che quanto da noi proposto rientri precisamente tra le “borse di studio, assegni familiari e altre providenze ... attribuite per concorso” che l’articolo 34 prevede.

2.6       Francesca ci accusa di non riconoscere il beneficio sociale dell’istruzione, oltre a quello privato. Le sezioni 2.1 e soprattutto 2.2 del nostro articolo sono dedicate a questo tema: lo stesso elenco da lei fatto (“la salute delle persone, l’autonomia intellettuale, la partecipazione politica, la vitalità culturale, la pedagogia o la cura”) riflette da vicino cose che abbiamo scritto (“migliore capacità di gestire la propria salute, le proprie relazioni sociali, la propria partecipazione nella vita pubblica e civile, la stessa capacità di trarre godimento intellettuale o estetico da varie esperienze culturali…”, a pag. 9, e “una società con un livello di istruzione più elevato ha tipicamente minore delinquenza, una migliore alimentazione e minori malattie, una più consapevole partecipazione politica…”, a pag. 10). Il beneficio sociale dell’istruzione ci è dunque ben evidente. Riteniamo però che sia relativamente più importante per l’istruzione primaria e secondaria, meno per quella terziaria, dove il rendimento privato è comunque particolarmente elevato. In ogni caso ciò che a nostro avviso giustifica maggiormente l’investimento pubblico in istruzione terziaria non è il beneficio sociale ma il fatto che (vedi sezione 2.3), essendo un investimento con un ritorno molto aleatorio, finisce per non essere effettuato da tante persone particolarmente avverse al rischio, soprattutto quelle prive di mezzi, per le quali invece potrebbe essere conveniente. Per questo motivo, senza in alcun modo ridurre il finanziamento pubblico, il nostro intento è di introdurre uno strumento che riduca il rischio connesso con l’investimento in istruzione terziaria, facilitando proprio questo investimento per i capaci e meritevoli ma privi di mezzi che la Costituzione vuole aiutare.

Inoltre, sappiamo benissimo che esistono molti motivi validi oltre al reddito per istruirsi (le citazioni appena fatte lo testimoniano). Rimane però il fatto che istruirsi costa, anche se lo vogliamo fare per puro piacere intellettuale. E anche in termini di piacere intellettuale esistono ampi margini di aleatorietà del risultato, mentre i costi sono certi. La nostra proposta aiuta anche chi vuole studiare solo per conseguire un puro godimento intellettuale, ma non ha i mezzi per farlo

3. Critiche che condividiamo o punti da chiarire

3.1       Concordiamo con Francesca sul fatto che la dimensione campionaria dell’Indagine Banca d’Italia, e in particolare il sottocampione di famiglie con percettori laureati, sia inferiore a quella che idealmente vorremmo. Purtroppo questi sono i dati migliori disponibili in Italia, a meno di non ottenere che l’Agenzia delle Entrate chieda di fornire nella dichiarazione dei redditi la data di conseguimento dell’ultimo titolo di studio, e renda disponibili i dati. Incidentalmente, rispondendo a una richiesta di Francesca, chiariamo che il campione utilizzato per le simulazioni nello scenario di base è di circa 17000 unità.

3.2       Condividiamo con Francesca il timore che una maggiore qualità degli atenei non riesca a generare maggiori redditi tra i suoi studenti, e lo abbiamo scritto (pag. 36). Benché esista evidenza empirica per altri paesi sull’effetto causale di un maggiore capitale umano sui redditi da lavoro, non possiamo essere certi che, nel nostro Paese, un maggiore capitale umano, ottenuto grazie a corsi di laurea di migliore qualità, debba ricevere il riconoscimento reddituale che meriterebbe. È un rischio reale e proprio per questo, nello scenario pessimista, prevediamo che i redditi dei laureati non aumentino rispetto alla situazione attuale. Inoltre, abbiamo immaginato che la proposta possa essere introdotta inizialmente in via sperimentale e su scala ridotta, per testarne in concreto le conseguenze.

3.3       Infine, Francesca si chiede, retoricamente, se la nostra filosofia di fondo sia quella di un’università di eccellenza, in grado di garantire un’adeguata remunerazione futura a fronte dell’elevato investimento economico, di tempo, di impegno, fatto dallo studente. Bolla questa prospettiva come elitaria ed esclusiva, ottenuta al costo dell’analfabetismo di ritorno di molti. Per certi versi Francesca ha ragione. Noi vorremmo un’università di eccellenza; e vorremmo che questa eccellenza trovasse una concretizzazione non solamente nei benefici, personali e sociali, di cui abbiamo prima parlato, ma anche nel reddito di coloro che hanno fatto lo sforzo di seguirla. Ci sembra che questa sia, se non l’unica, una delle principali strade affinché i “capaci e meritevoli, ma privi di mezzi” di oggi possano aspirare domani a ruoli di responsabilità e di soddisfazione, nella vita collettiva e personale. Ma Francesca contesta proprio questa aspirazione, l’idea che l’università serva a costruire la classe dirigente di domani; perché questo avverrebbe inevitabilmente, nella sua visione, a discapito dei molti esclusi.

Ora, è effettivamente elitaria ed esclusiva la nostra visione? Forse, nel senso che, per definizione, l’eccellenza non è alla portata di tutti. Ma non in quello secondo cui l’elite di oggi si perpetuerebbe nell’elite di domani. Al contrario, forse per mancanza di immaginazione, è l’unico modo in cui riusciamo a vedere una prospettiva di dinamismo sociale, di reale cambiamento per i giovani che non abbiano oggi, alle spalle, una famiglia con le “connessioni giuste”. Il progresso dei migliori deve avvenire a discapito di quelli meno bravi o meno ambiziosi e determinati? Non crediamo sia così: si tratta di “ampliare la torta”, non di rubarne una fetta più grande agli altri.

Tuttavia, forse l’obiezione è ancora più radicale: l’università non deve essere il luogo in cui si acquisiscono le capacità lavorative di domani, deve essere il luogo in cui l’individuo forma la sua identità culturale, intellettuale, spirituale. Può essere. Ma non vediamo perché le due cose debbano essere in contraddizione; e soprattutto, non vorremmo che il rifiuto di una visione utilitaristica e pragmatica dell’istruzione universitaria finisse per danneggiare solo coloro che non hanno i mezzi, oggi.

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