Rilanciamo le università con prestiti agli studenti

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Questo saggio propone l’introduzione in Italia di prestiti condizionati al reddito futuro dei laureati e ne valuta la sostenibilità finanziaria (per leggere l'articolo integrale clicca qui). L’intento della proposta è duplice: (i) aumentare la capacità di scelta degli studenti meritevoli, facilitando in particolare l’investimento in istruzione terziaria di quelli meno abbienti, altrimenti inibiti dall’incertezza di quell’investimento; (ii) convogliare maggiori risorse agli atenei più meritevoli e aumentare la qualità del sistema universitario italiano, grazie alla pressione concorrenziale esercitata dalle scelte degli studenti.

La proposta trae ispirazione da esperienze simili in altri Paesi, che stanno attraendo un’attenzione crescente nel panorama internazionale, anche da parte di chi ha fino a ora utilizzato i più problematici prestiti di tipo tradizionale per finanziare gli studenti universitari. Chi la avversasse sul terreno dell’equità, invocando un’astratta “università gratis per tutti”, dovrebbe fare i conti, oltre che con i vincoli di bilancio, con la profonda iniquità del finanziamento pubblico delle università in Italia: si mostra che esso comporta un trasferimento annuale di quasi 3 miliardi di euro dalle famiglie con reddito inferiore ai 40 mila euro lordi a quelle con reddito superiore.

Non avrebbe migliori argomenti chi avversasse la proposta sul piano dell’efficienza, preferendole lo status quo; il sistema di erogazione del Fondo di finanziamento ordinario (il veicolo principale attraverso cui lo Stato finanzia l’università pubblica), genera incentivi distorti ed è inefficiente per almeno due motivi:
(i) la quota preponderante del finanziamento, anche dopo la riforma Gelmini, dipende dalla spesa storica, in particolare da quella per il personale: questo incentiva a spendere tanto, non a spendere bene;
(ii) anche nella parte “premiale”, almeno fino alla riforma Gelmini, sono stati surrettiziamente introdotti indicatori che hanno ulteriormente rafforzato l’incentivo ad aumentare la quantità, non la qualità della spesa in personale.
Solo la riforma ha iniziato a introdurre, seppure in modo ancora limitato, alcuni importanti indicatori di qualità della ricerca e della didattica, ma si continua a specificare troppo dettagliatamente che cosa gli atenei debbano e possano fare, lasciando poco spazio ai comportamenti virtuosi che si vorrebbero incentivare.

C’è ampio spazio, dunque, e solide giustificazioni, per una salutare iniezione di concorrenza all’università italiana. La chiave di volta è credere nei giovani e metterli nelle condizioni di esercitare una scelta consapevole, che porti maggiori risorse alle università capaci di offrire un servizio migliore.

La nostra proposta configura un’operazione complessa, che richiede numerosi ingredienti.

Il primo ingrediente è un sistema di finanziamenti che i migliori studenti italiani, selezionati in base alla carriera scolastica e mediante un opportuno test nazionale da superare nell’ultimo anno delle superiori, possano utilizzare per pagare le tasse universitarie e il sostentamento necessario per frequentare l’ateneo che ritengono migliore, anche lontano da casa. Il finanziamento non prevede un rimborso fisso e indipendente dal livello di reddito che lo studente avrà una volta laureato, come nel caso di un normale prestito bancario: il rimborso sarà invece una frazione stabilita a priori di quel reddito, e sarà dovuto solo se e quando il reddito superi una soglia minima. Il neolaureato che dovesse inizialmente guadagnare poco o solo saltuariamente, dovrà rimborsare molto poco (o nulla). La proporzionalità tra il rimborso e il reddito a posteriori dello studente rende il finanziamento radicalmente differente da un comune prestito; esso riduce al minimo l’ansia che un debito prefissato potrebbe generare. D’altra parte, per un elementare principio di responsabilità nei confronti di chi eroga il finanziamento, e per evitare fenomeni di “selezione avversa” e di “comportamenti opportunistici”, sarà necessario compensare la variabilità dei rimborsi con la lunghezza del periodo in cui i rimborsi sono dovuti, al fine di garantire che, a parità di finanziamento ricevuto, l’ammontare complessivo rimborsato sia lo stesso: quanto più bassi saranno i rimborsi, tanto più lungo dovrà essere quel periodo; viceversa, chi avrà redditi elevati finirà prima di rimborsare il proprio debito.

Il secondo ingrediente ha una doppia faccia: da un lato, la possibilità per gli atenei di organizzare e offrire corsi di laurea di eccellenza; dall’altro, l’incentivo a farlo. La qualità degli attuali corsi di laurea, infatti, spesso non è tale da garantire ai futuri laureati di acquisire un reddito che giustifichi il tempo e le risorse investite nell’istruzione universitaria. Ma organizzare un corso di laurea di eccellenza costa, mentre nella situazione attuale niente garantisce all’ateneo che lo volesse fare le risorse necessarie. Gli atenei devono dunque avere l’autonomia per aumentare le tasse universitarie (in modo differenziato in relazione al reddito familiare), chiamare i migliori docenti, anche dall’estero, con retribuzioni adeguate, acquistare attrezzature d’avanguardia senza vincoli burocratici. E l’incentivo a farlo sono le risorse addizionali che riusciranno ad attrarre convincendo gli studenti della bontà della nuova offerta formativa. Il valore dei corsi che grazie all’autonomia potranno essere disegnati non sarà legale ma reale: lo certificherà la scelta degli studenti che su di essi scommetteranno. E d’altra parte la scelta degli studenti porterà agli atenei maggiori risorse proprio per realizzare il salto qualitativo necessario.

Il terzo ingrediente è la disponibilità a investire sul futuro dei giovani, ad acquisire una vera e propria “partecipazione azionaria” sul reddito che essi produrranno, con il loro studio e il loro impegno. Per mobilizzare le risorse necessarie a questo scopo si può far leva sull’azione congiunta della Fondazione per il merito (FM), recentemente istituita con il Decreto sviluppo, e della Cassa depositi e prestiti (CDP), che raccoglie e gestisce il risparmio postale. Quest’ultimo può essere convogliato dalla CDP nel finanziamento della FM, la quale offre a garanzia i contributi che le sono conferiti. E la FM a sua volta eroga i prestiti agli studenti, utilizzando i rimborsi che da loro riceverà per rimborsare il finanziamento della CDP. Il finanziamento della CDP sarà un multiplo della garanzia che la FM offre, in relazione al rischio di mancata restituzione. Per il tramite della CDP, dunque, la generazione dei padri investe in quella dei figli e dei nipoti.

L’ultimo ma non meno fondamentale ingrediente della nostra proposta è l’idea che i conferimenti alla FM, da utilizzare a garanzia dei prestiti, provengano dagli atenei (e non generino un’espansione della spesa pubblica). Essi conferirebbero alla FM una parte del loro FFO. L’incentivo a farlo proviene dall’aumento complessivo di risorse che così gli atenei otterrebbero: a fronte del conferimento la FM può ottenere dalla CDP un finanziamento molto più grande, con cui erogare prestiti che verranno utilizzati dagli studenti per iscriversi ai corsi di laurea che ritengono migliori, così che un ateneo con un’offerta formativa credibile può disporre di fondi largamente superiori a quanto conferito. Il prestito può essere utilizzato solo per iscriversi agli atenei che aderiscono alla proposta, per evitare che un ateneo che non partecipa, approfittando dei contributi degli altri, possa intercettare una parte della domanda addizionale indotta dalla disponibilità di prestiti. Le prime università a partecipare avranno quindi un incentivo molto forte, perché la concorrenza per attirare gli studenti destinatari dei prestiti sarà inferiore.

Per determinare quale sia l’ammontare dei prestiti erogabile a fronte della garanzia fornita, e l’ammontare di risorse addizionali che i prestiti possono portare agli atenei, è necessario simulare, dati i parametri che definiscono la proposta e ipotesi ragionevoli sui redditi futuri dei laureati, quale frazione del debito non verrà rimborsata e quindi quante risorse dovranno essere destinate a garantire i prestiti.

I parametri della nostra proposta sono:

  1. finanziamento di 15.000 euro annui, per 5 anni; include tasse universitarie pari a 7.500 (in media, da differenziare per livello di reddito della famiglia);
  2. tasso di interesse reale del 2% con cui capitalizzare il finanziamento e scontare i rimborsi;
  3. prelievo del 10% del reddito post-laurea che supera la soglia di 15.000 euro lordi;
  4. vita media potenzialmente utile per il rimborso pari a 40 anni;
  5. numero massimo di studenti che avrebbero i requisiti per accedere al finanziamento pari a 50 mila l’anno.

Abbiamo ipotizzato due scenari riguardo all’evoluzione possibile dei redditi futuri dei laureati che riceveranno il prestito. Nello scenario di base ipotizziamo che il sistema riesca effettivamente a migliorare la qualità degli atenei frequentati dagli studenti e che conseguentemente questi ultimi possano ottenere, dopo la laurea, redditi simili a quelli che oggi ricevono gli studenti di una delle migliori università italiane. In questo scenario la frazione di mancato rimborso è stimabile nel 12%; quegli atenei che decidessero di conferire una quota del loro FFO al patrimonio della FM vedrebbero un aumento complessivo delle loro risorse pari al doppio della quota conferita. Per erogare 50 mila prestiti per ciascuna coorte di studenti, sarebbe necessaria una garanzia annua di circa 480 milioni. In rapporto all’FFO complessivo si tratterebbe di un conferimento pari al 6.5%, a fronte del quale l’aumento netto annuo delle risorse sarebbe di circa il 13%.

Nel secondo scenario, più pessimista, ipotizziamo che i redditi dei laureati che accedono al prestito non migliorino rispetto a quanto osservato oggi in un’università “media”. D’altro canto, ipotizziamo anche che, in virtù della selezione sul merito che accompagna la concessione dei prestiti, tra i laureati che dovranno rimborsare il finanziamento non siano presenti quelli meno bravi. Il tasso di mancato rimborso sale al 15%. Anche in questo caso, tuttavia, la proposta consente di aumentare le risorse. Ogni ateneo che vi aderisse vedrebbe aumentato del 40% circa il suo conferimento. Per garantire la totalità dei prestiti potenziali sarebbe necessario un conferimento pari all’8% dell’FFO complessivo, a fronte del quale le risorse a disposizione del sistema universitario aumenterebbero di circa l’11%.

Come già detto, si tratta di una costruzione complessa, i cui elementi si sostengono vicendevolmente. Solo atenei in grado di offrire corsi eccellenti riusciranno ad attirare studenti meritevoli, portatori dei fondi necessari per finanziare proprio quell’offerta formativa di qualità. La CDP potrà quindi finanziare con tranquillità la FM, per un multiplo elevato della garanzia da quest’ultima offerta, perché i prestiti andranno in un investimento in capitale umano effettivamente redditizio. Il MIUR potrà concedere senza tema l’autonomia necessaria agli atenei che vogliano partecipare, perché saranno gli studenti stessi, con le loro gambe, a dire se gli atenei si saranno meritati la fiducia e l’autonomia ricevuta. Non ci saranno, a priori, atenei di serie A o B: tutti potranno partecipare a questo gioco a somma positiva, se sapranno sfruttare in modo convincente le risorse a loro offerte. Ma potranno anche andare avanti col vecchio sistema, se preferiscono. E, soprattutto, tutti gli studenti meritevoli, indipendentemente dalla condizione sociale, potranno accedere a questa scommessa comune con l’ateneo prescelto, sapendo che dovranno restituire il prestito solo se la scommessa sarà stata vinta e quindi il loro reddito lo consentirà.

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Commenti

ritratto di Daniele Terlizzese

Gli obiettivi della proposta sono detti piuttosto chiaramente fin dall’inizio: “(i) aumentare la capacità di scelta degli studenti meritevoli, facilitando in particolare l’investimento in istruzione terziaria di quelli meno abbienti, altrimenti inibiti dall’incertezza di quell’investimento; (ii) convogliare maggiori risorse agli atenei più meritevoli e aumentare la qualità del sistema universitario italiano, grazie alla pressione concorrenziale esercitata dalle scelte degli studenti.” L’iniquità della forma attuale di finanziamento dell’università è messa in risalto per far capire che una difesa aprioristica della situazione corrente che le attribuisse, rispetto alla nostra proposta, vantaggi in termini di libertà di accesso ed equità non farebbe i conti con la realtà. L’obiettivo principale della proposta non è di “aumentare gli effetti redistributivi”. Detto questo, essa ha effetti che, anche nella sua versione intermedia, vanno in quella direzione: rendendo l’università accessibile, attraverso il prestito, a studenti che oggi non hanno le risorse familiari per farlo, si riduce la quota di quelli che pagano senza usufruire del servizio (si consente di usufruirne ad alcuni di quelli che prima pagavano solamente, senza usufruirne). Questo ribilanciamento è ancora maggiore se si tiene conto che le tasse universitarie devono essere differenziate in relazione al reddito familiare, molto di più di quanto siano oggi (oggi, come abbiamo mostrato, sono regressive): in sostanza, possiamo immaginare che i figli delle famiglie più povere debbano pagare come tasse universitarie grossomodo lo stesso di quanto pagano ora, sono gli altri che dovrebbero pagare di più. E ulteriori effetti redistributivi si avrebbero differenziando altri parametri della proposta, come accenniamo. A differenza di Marco, ci sembrava però importante iniziare verificandone la sostenibilità finanziaria, tutt’altro che scontata, e per questo ci siamo concentrati su valori dei parametri intermedi. Se concordiamo sul fatto che la proposta sia sostenibile, possiamo poi ragionare sulle variazioni intorno alla versione intermedia. Non vediamo però perché debbano prefigurare “notevoli complicazioni”: non è molto complicato differenziare quota di prelievo, tasso di interesse e soglia minima a seconda del sesso dello studente o del tipo di laurea (letteraria, economica, tecnologica, scientifica) . Le differenziazioni devono però mantenere la configurazione media per assicurare la sostenibilità finanziaria.

Andrea Ichino e Daniele Terlizzese

ritratto di Daniele Terlizzese

Scienza in rete invitava a mettere da parte le ideologie e discutere nel merito la proposta. Maurizio, evidentemente, non è sensibile a questo appello. Perché la concorrenza “qua” non avrebbe alcuna ragione di esistere? (non è chiaro se il “qua” si riferisca all’università o all’Italia; in entrambi i casi, perché?). Se non si articolano i propri argomenti è impossibile discutere, ci si scambiano solo insulti. A noi sembra che la concorrenza è l’unica vera protezione contro i cosiddetti “poteri forti”, perché assicura la possibilità di avere “soluzioni alternative”, di poter “andare altrove”, di non dover dare a, o ricevere da, una sola controparte! Università tutte uguali e di scarsa qualità vanno bene ai più ricchi, che tanto possono mandare i loro figli a studiare all’estero, mentre sono particolarmente dannose soprattutto per i meno abbienti, negano loro la possibilità di “andare altrove” per annullare i vantaggi familiari dei più abbienti. Quanto alla natura privata o sociale dell’investimento in istruzione, ci dedichiamo un’intera sezione del lavoro, riportando dati e citando studi fatti da altri. Se si vuole entrare nel merito siamo ben contenti, se si resta ai preconcetti e alle affermazioni apodittiche preferiamo astenerci. Salvo osservare che il secondo autore del saggio si chiama Terlizzese, non Gelmini, e non ce ne sono altri.

Andrea Ichino e Daniele Terlizzese

ritratto di Daniele Terlizzese

Rispondiamo alle osservazioni di Giorgio Pastore, seguendo nell'ordine i punti da lui sollevati. 1. E' vero, la nostra convinzione che mettere gli studenti in condizione di scegliere eserciti una pressione positiva sulla qualità dell’offerta formativa è a questo stadio un assunto, non è dimostrata. Riteniamo che esistano molti motivi, tratti da esperienze concrete in altri campi e in altri paesi, per sostenere la convinzione che la concorrenza sia uno stimolo efficace. Ammettiamo però che, trattandosi di una proposta che mira a modificare la situazione esistente, non abbiamo evidenza diretta da offrire a sostegno. Per quel che riguarda la possibilità che emergano esamifici cari e dequalificati, abbiamo previsto degli elementi correttivi (punto 16, pag. 34). 2. Non ignoriamo quelle preoccupazioni. Ne parliamo (e diamo una risposta) nell’obiezione 3, pag. 46. 3. I conti che abbiamo fatto sull’entità del trasferimento regressivo derivante dall’attuale finanziamento pubblico dell’università sono, appunto, conti, non hanno nulla di ideologico. Forse l’obiezione di Giorgio è la seguente: nel calcolare i benefici percepiti dalle famiglie nelle varie classi di reddito noi abbiamo assunto che la misura complessiva del “prodotto” universitario pubblico sia data dalle risorse pubbliche che a esso sono attribuite (seguendo in questo la prassi corrente della Contabilità nazionale) e che questo prodotto sia attribuibile in proporzione al numero di figli che frequentano l’università. Se però ci sono delle esternalità, questo vuol dire che il prodotto non è ben misurato dai costi e, soprattutto, che una parte del beneficio va anche a coloro che non ne usufruiscono direttamente. Quindi, quella parte del prodotto che viene goduta anche da coloro che non mandano i propri figli all’università e che hanno redditi bassi va, almeno in parte, a compensarli delle imposte che comunque pagano per finanziare l’università. E questo riduce l’entità del trasferimento regressivo da noi calcolata. Se questo è ciò che Giorgio intende, ha ragione, in linea di principio (se non è questo, non capiamo la sua obiezione). In pratica, però, coloro che hanno provato a misurare le esternalità associate all’istruzione terziaria non hanno mai trovato granché (e sì che ci hanno provato!. Oltre alla rassegna citata nel nostro lavoro, si veda anche Ciccone, Peri, Review of Economic Studies 2006). Se quindi le esternalità sono piccole, l’obiezione ha poca rilevanza pratica. Se Giorgio ci segnala stime attendibili delle esternalità (attribuibili all’istruzione terziaria, non all’istruzione tout court) che producano delle misure apprezzabili siamo pronti a rifare i conti. Quanto al ruolo delle tasse universitarie, la nostra proposta di aumentarle è fatta per aumentare le risorse a disposizione delle università, non certo per aumentare l’accesso degli studenti (come potrebbe?). Per l’accesso degli studenti proponiamo i prestiti (income contingent, è importante sottolinearlo), in modo da reperire risorse “dal futuro”. 4. Ci sembra che si ripeta l’obiezione 1. 5. La nostra fiducia nell’efficacia dei test di selezione è temperata da una buona dose di scetticismo, tanto è vero che proponiamo 3 criteri complementari (voto di maturità, voto medio degli ultimi 3 anni, e, quando ci sarà, un test). Detto questo, se ci sono alternative migliori ben vengano. 6. Saremo miopi, ma crediamo che sia nell’interesse degli studenti che si iscrivono a un corso di laurea e sopportano costi elevati per frequentarlo ottenere in futuro un reddito adeguato. Non abbiamo comunque difficoltà ad ammettere che la qualità non è perfettamente correlata al reddito, e abbiamo scritto (pag. 29) che nelle tasse universitarie si dovrà tenere conto anche della natura dei corsi. 7. Ci preoccupiamo dell’evasione fiscale in vari punti della nostra proposta, e argomentiamo che solo l’evasione fiscale completa e permanente è un problema serio. Ciò detto, l’evasione fiscale è uno dei problemi principali del nostro Paese, ma non possiamo pensare che qualunque nuova proposta debba aspettare che sia risolto prima di poter essere presa in considerazione. 8. Si veda la nostra risposta a Francesca Coin, sempre su questo sito (punto 1.1) 9. Si veda la nostra risposta a Francesca Coin, punti 2.5, 2.6 e 3.3 Andrea Ichino e Daniele Terlizzese
ritratto di Daniele Terlizzese

Avevamo già pensato, in linea con la preoccupazione sollevata da Marco Viola, alla possibilità che incidenti o malattie potessero rappresentare una giustificazione adeguata al mancato rispetto dei requisiti di merito per il mantenimento del prestito (nota 31 del nostro documento esteso). Naturalmente i criteri precisi di esenzione andrebbero studiati, se la proposta dovesse essere effettivamente messa in pratica. Resta vero che gli studenti che non completassero gli studi o per i quali l'erogazione del prestito venisse interrotta, ad esempio perché i risultati ottenuti agli esami sono inadeguati o perché fuori corso, sono tenuti a rimborsare il prestito fino a quel momento ricevuto, con le stesse regole di ogni altro prestito erogato (in proporzione al reddito conseguito e solo per la parte di questo reddito che sarà superiore alla soglia dei 15000 euro). Quindi se lo studente che abbandona gli studi avrà un reddito molto basso, probabilmente non riuscirà a ripagare per intero il debito, ma questo non avrà per lui conseguenze. La differenza dovrà essere assorbita dalla garanzia fornita dalla Fondazione per il merito (attraverso i contributi degli atenei che vogliano partecipare allo schema). Riconosciamo d’altra parte che nel calibrare la dimensione di questa garanzia non abbiamo tenuto conto degli abbandoni (i redditi da cui partiamo sono comunque quelli dei laureati), e quindi l’aspetto sollevato da Marco merita un approfondimento. Ci aspettiamo, però, che studenti che accedono al prestito siano quelli più determinati, capaci e volenterosi, per i quali il fenomeno degli abbandoni dovrebbe essere limitato. Un discorso simile vale per un’altra delle osservazioni di Marco, ovvero la possibilità che i tempi per il raggiungimento della laurea siano maggiori di quelli da noi ipotizzati. La nostra idea è che l’organizzazione degli studi dovrebbe cambiare, in modo da limitare al massimo questa possibilità (lo scriviamo esplicitamente a pag. 30). Riguardo alla possibilità che il miglioramento qualitativo della formazione non sia sufficiente a garantire un aumento significativo dei redditi futuri dei laureati, non siamo insensibili alle preoccupazioni espresse da Marco, ma lo invitiamo a leggere quello che in proposito scriviamo nella nostra risposta ( http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/alcuni-chiarimenti-sulla-modesta-proposta-sulluniversita ) alle critiche di Francesca Coin ( http://www.roars.it/online/?p=2042 ) Sull'ultimo punto, a maggiore ragione gli studenti dovrebbero andare adesso (e infatti vanno) in Francia, Germania o UK. Con la nostra proposta forse ci andrebbero di meno. I prestiti previsti dalla nostra proposta possono benissimo essere considerati come "Borse di studio restituibili a condizione che il destinatario sia in grado di farlo". Perché non richiedere ai destinatari di borse di studio di restituirle in futuro, affinché possano servire ad altri studenti, qualora il maggior reddito ottenuto grazie agli studi finanziati dalla borsa consenta la restituzione?

Andrea Ichino e Daniele Terlizzese

ritratto di Michele Ciavarella

Leggete qua http://www.ilcontesto.org/4528/se-in-germania-ti-pagano-per-studiare/ un sistema di prestiti si, ma non oer strozzare le famiglie, ma per finanziarle. certo, coata un MILIARDO di euro piu' del sistema italiano, e Ichino e Terlizzese non vi dicono che sono dei sinistroidi sui generis, che vogliono meno spesa pubblica, anche laddove germania e usa invece rilanciano. Io lo studio di Ichino non lo leggo, mi basta e avanza studiare il sistema tedesco. Non per niente la germania si e' unificata, e ARGINA la crisi, mentre l'Italia con una sinistra spaccata con infiltrati che vogliono meno stato, non fa nemmeno opposizione, e figuriamoci se governa. Speriamo Ichino non abbia mai incarichi di governo, o sarebbe la versione far west della russia, altro che inghilterra! Ichino non sa che uk e USA cui si ispira, hanno Universita' ricchissime peer le donazioni private, e che pero' il livello di tassazione e' gia' altissimo in iTalia, in proporzione? Non so com hanno riempito le pagine del loro studio, ma certo non e' roba di qualita' per me. anzi, molto dannosa, se venisse da un leghista che vuole secessione del sud lo capirei. Del tutto coerente, che Ichino voglia aanche abolizione del avlore legale, come gia Licio Gelli della p2 e berlusconi. Ecco ichino dove dovrebbe stare, con berlusconi e la p2, non fa altro che ripetere i loro progrqmmi. michele ciavarella.
ritratto di Daniele Terlizzese

Di fronte al rigore intellettuale e alla logica stringente di chi ci critica dicendo “non voglio leggere quello che scrivete, tanto so già che non è roba di qualità”, ci arrendiamo. Non potremmo mai competere.

Andrea Ichino e Daniele Terlizzese

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Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

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Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.