La riqualificazione di siti industriali dismessi

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Mentre spirano venti minacciosi sul nuovo bilancio della Commissione Europea e non migliori arie sui fondi per la ricerca (si vedano l’appello e gli interventi su scienzainrete), una folata positiva arriva sui fondi 2014-2020 destinati allo sviluppo regionale. Infatti, nelle scorse settimane il Parlamento Europeo e il Comitato delle regioni hanno approvato la proposta di regolamento che prevede un significativo aumento di fondi per lo sviluppo urbano sostenibile, con una particolare attenzione alla bonifica delle aree industriali dismesse.

Questi siti, in gergo tecnico “brownfields”, già utilizzati per industrie, aree militari o commerciali, sono spesso molto inquinati e rischiosi per la salute delle comunità limitrofe, ma vengono di frequente abbandonati a causa degli alti costi di smantellamento e di bonifica. Spesso si tratta di aree limitrofe a centri abitati o dentro centri urbani, a causa della inadeguata localizzazione dei siti dalla nascita o di inappropriato sviluppo urbanistico o per entrambe le motivazioni. Si tratta di aree di proprietà privata o pubblica o mista, per il risanamento delle quali le procedure, gli accordi e i contenziosi sono il più delle volte inestricabili e interminabili, col risultato che rimangono in stato di abbandono i manufatti e i territori, non permettendo risanamento e riutilizzo, e talvolta continuando ad inquinare l’ambiente e danneggiare la salute.In queste situazioni l’intervento pubblico può fare la differenza, attraverso la promozione di interventi che rientrano pienamente negli obiettivi della strategia Europa 2020: la riqualificazione delle aree dismesse rientra infatti tra le azioni eco-compatibili per la crescita economica (green solution for economic growth). Gli studi di numerosi economisti dimostrano infatti che le azioni di bonifica e di riqualificazione urbana, non solo fanno solo bene all’ambiente e alla salute, ma creano anche nuovi posti di lavoro e incentivano l’economia in maniera sostenibile. Dopo il parere positivo del Parlamento europeo e del Comitato delle regioni, che rappresenta il punto di vista di regioni ed enti locali, sulla proposta della Commissione arrivata sul tavolo dei leader europei, la discussione dei Governi è in corso. In queste poche settimane che ci separano dalla fine dell’anno, emergono le cifre e si gioca la partita cruciale sulla destinazione del budget a disposizione dei Paesi per il periodo 2014-2020. Il Quadro Comunitario di Sostegno ha provato negli ultimi decenni a colmare la distanza tra regioni nell’Unione, in un complesso disegno di programmazione e mediazione tra le quote che i diversi paesi versano e quelle che possono prelevare dalle casse comuni, dettando gli obiettivi nei diversi capitoli di spesa.

La Commissione ha stabilito di aumentare di circa il 5% il budget totale destinato al Fondo di Sviluppo Regionale, portandolo a 1.025 miliardi di Euro, e propone un aumento del 5% dei fondi a disposizione per “azioni integrate di sviluppo urbano sostenibile”, che comprendono sia interventi di riqualificazione dei siti industriali dismessi che ricerche innovative nel campo dello sviluppo urbano sostenibile. Quando decide sulla destinazione dei fondi regionali, l’Unione vincola la spesa degli stati membri sia per quote che per obiettivi: le regioni più ricche per esempio devono spendere come minimo il 22% dei fondi allocati per progetti che utilizzano tecnologie a bassa emissione di carbonio (low-carbon technologies solutions) mentre le regioni più povere sono vincolate ad un 15%. E’ possibile per i Paesi scegliere su quali aree concentrare i nuovi fondi europei e ci sono diverse possibilità di scelta, sulle quali la scienza e la partecipazione della società dovrebbero svolgere un ruolo rilevante. La rilevanza del tema è enorme sia sul piano ambientale e sanitario sia su quello economico e la programmazione a livello comunitario necessiterebbe di una conoscenza più approfondita e aggiornata di quella esistente. Per ammissione della stessa Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) i dati sui siti contaminati sono carenti e difficilmente comparabili, e riflettono l’assenza di una definizione comune tra i Paesi membri della UE. La mancata standardizzazione porta a stime molto diverse: la EEA nel 2007 stimava 250.000 siti da ripulire in Europa, e 80.000 siti risanati nei precedenti 30 anni, mentre nella proposta di nuova direttiva europea per la protezione del suolo (che da diversi anni stenta a trovare la luce) si parla di oltre 500.000 siti contaminati con rischi significativi per la salute e l'ambiente, stimando una perdita di 38 miliardi di euro all'anno per il degrado del suolo a livello di società.

Dunque stime molto diverse, ma che parlano di un ordine di grandezza enorme di siti da risanare e di risorse da una parte da investire, e dall’altra da risparmiare.

In Italia si è parlato molto dei 57 siti di bonifica di interesse nazionale, anche grazie allo studio epidemiologico SENTIERI, e di alcuni siti singoli molto rilevanti per gli impatti su ambiente, salute, economia e società (si veda Taranto, Gela e Priolo su scienzainrete), e delle aree interessate dalla presenza di amianto, specie dopo la sentenza sull’Eternit di Casale Monferrato. Meno si è parlato delle migliaia di siti di bonifica riconosciuti da normative regionali e delle aree con presenza di particolari insediamenti produttivi, come i 1.120 stabilimenti a rischio di incidente rilevante (DLgs 334/99). Lo sforzo sul piano ambientale e sanitario per caratterizzare, monitorare e studiare gli effetti è enorme ma i progressi sono tutt’altro che insignificanti, anche se quello che resta da fare è molto di più di quanto fatto, come del resto accade sempre nelle situazioni in cui da una parte i problemi non vengono risolti e dall’altra c’è una crescita vertiginosa delle tecnologie. Tutto questo è con tutta evidenza strettamente connesso col ruolo della ricerca e richiama le opportunità che un adeguato finanziamento creerebbe per ancorare le politiche a dati scientifici e per uno sviluppo sostenibile della società nel suo complesso.

Un ruolo importante nella prioritarizzazione di studi e interventi dovrebbe essere giocato dall’uso adeguato delle evidenze scientifiche consegnate dagli studi sugli impatti su ambiente, salute ed economia nelle aree ad alto rischio e nei siti di bonifica. Per la valutazione degli effetti sulla salute la novità più rilevante andrebbe colta sul piano epistemologico prima che su quello tecnico, adottando linee-guida per applicare in modo standardizzato ed efficace il modello della valutazione di impatto sulla salute o VIS (Health Impact Assessment), che ha lo scopo di valutare ex-ante gli impatti negativi e positivi del non intervento e dell’intervento, con l’obiettivo primario di diminuire le diseguaglianze tra cittadini, in termini di esposizione a rischio che si tramuta in danno, impatto appunto, e in termini di condizioni socio-economiche, culturali, di opportunità. Tutti valori ben fissati dalle strategie comunitarie che raccomandano l’inclusione degli stakeholders dalle fasi iniziali di valutazione a quelle finali di trasferimento dei risultati ai decisori e poi di monitoraggio dell’adozione e dell’applicazione.

La terza componente è quella delle valutazioni di impatto economico e il ricorso all’Economia Sanitaria Ambientale si mostra più che promettente, in quanto che attraverso lo strumento  dell’analisi di costo beneficio si possono valutare i benefici sanitari che l’introduzione di una politica ambientale è in grado di ottenere. Le analisi possono essere condotte secondo due approcci diversi (si veda il BOX di seguito). Un esempio pratico di quello che questa disciplina può produrre è stata l’ analisi  del potenziale beneficio sanitario derivante dalla bonifica dei suoli inquinati in Campania e dei siti inquinati di Gela e Priolo (Sicilia). In entrambi gli studi si è concluso che, dato il detrimento per la salute derivante dall’inquinamento ambientale, è costo-efficace bonificare e spendere.

Il guadagno economico riferito agli esiti di salute, prevenibili attraverso interventi ambientali, può essere valutato con due approcci: quello del capitale umano (Human Capital Approach) e quello della disponibilità a pagare (Willigness to Pay - WTP approach). L’approccio del capitale umano assegna un valore monetario ad un outcome sanitario quantificando i costi tangibili (es. i costi sostenuti per le i farmaci oppure il costo delle giornate lavorative perse) ad esso associati. Pur essendo più semplice e veloce lo Human Capital Approach fornisce una sottostima del costo reale in quanto non include  i costi intangibili associati ad una patologia come la paura e il  dolore questi costi intangibili diventano altissimi specialmente nel caso di patologie serie (es quelle onocologiche). Per questo motivo il Willigness to Pay approach, offre stime molto più realistiche del potenziale beneficio sanitario in termini monetari che può derivare da una politica di disinquinamento. Utilizzando il metodo delle preferenze espresse, il Willigness to Pay approach permette di ottenere direttamente dagli individui, utilizzando  appositi questionari, il valore che essi attribuiscono ad un miglioramento delle condizioni ambientali  misurando, per esempio, la loro disponibilità a pagare in cambio di una riduzione del rischio sanitario per un determinato health outcome (es. mortalità prematura). 

In tale contesto, il contributo della società civile organizzata, che viene ascoltata con diverse modalità (vedi il sito del Quadro Comunitario di Sostegno europeo, ed in particolare la pagina “stakeholder’s view”). Sui fondi si pronunciano quindi imprenditori e forze sociali, associazioni ambientaliste e di cittadinanza attiva: tra le altre sui temi economici sono attivi in Europa il CEE Bankwatch Network  e i Friends of the Earth EuropeIn Italia ci sono molte proposte sul tappeto, un vero e proprio tappeto volante, poiché mancano sedi “vere” di discussione con le istituzioni competenti, in particolare sui temi della gestione del territorio, il destino delle aree abbandonate e la riqualificazione urbana. Ci sono proposte come quella del WWF, che in occasione di Urban Promo tenuto a ottobre a Bologna, ha lanciato la campagna “RiutilizziAMO” che si sta dimostrando un vero successo. RiutilizziAMO coinvolge tutti i cittadini ed in particolare urbanisti, architetti e studenti di queste discipline a segnalare le aree degradate o dismesse presenti in Italia, compilando un'apposita scheda e a proporre possibili soluzioni per l’area censita. In pochi giorni l’iniziativa ha raccolto ben 250 segnalazioni ed è stata, dato il successo, prolungata fino al 30 novembre. L’obiettivo primario di RiutilizziAMO è quello di opporsi al degrado e alla speculazione edilizia con la partecipazione dei cittadini. Ci sono poi le voci di Legambiente, che costantemente commenta le leggi in approvazione ed elabora proposte in direzione delle alternative “verdi”, di campagne come Re:Common che fornisce notizie sui fatti della finanza internazionale e le alternative possibili, il movimento per la decrescita felice e diverse altre voci che si orientano a criticare ma anche a proporre le alternative sostenibili per il futuro vicino. Il successo delle iniziative in corso suggerisce che le idee dei cittadini italiani non mancano, e con i nuovi fondi sperabilmente messi a disposizione dall’UE sarà possibile proporre come Italia, piani di investimento concreti, motivati e sostenibili per dare a molte aree del nostro territorio una seconda vita. 

N.d.r: dei temi trattati nell'articolo si parlerà durante il 1° forum internazionale su Sviluppo Ambiente Salute nell'ambito del 7° forum su Risk Managemnet in Sanità, che si terrà ad Arezzo dal 21 al 23 novembre.

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