Quando l'inquinamento industriale accorcia la vita

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Finalmente abbiamo una mappa dell'”Italia da rifare”. L'Italia ammalata per industrie insalubri e discariche abusive. L'Italia avvelenata dall'amianto e dalla diossina, e che da troppi anni aspetta di essere risanata. E' l'Istituto Superiore di Sanità a regalarci questa mappa con lo studio Sentieri, presentato oggi al Convegno dell'Associazione italiana di epidemiologia a Torino e appena pubblicato come supplemento sulla rivista Epidemiologia & Prevenzione (vedi sito). Si tratta di un ambizioso progetto, finanziato dal Ministero della salute, che ritrae la situazione sanitaria di 44 luoghi altamente inquinati, sparsi per tutta la penisola e le isole maggiori, in cui le condizioni ambientali fanno ammalare e morire la popolazione più della media. Località – da Porto Marghera a Gela, da Taranto a Porto Torres solo per citare le più note - in cui il livello di contaminazione dei suoli e delle falde, spesso dovute al pesante retaggio industriale, mettono a serio rischio la salute di chi ci lavora e ci abita.
Proprio per questo motivo questi luoghi sono stati battezzati da varie leggi con la sigla SIN, che sta per “Siti di bonifica di interesse nazionale”, dove però nella maggior parte dei casi le bonifiche sono ancora di là da venire. I SIN sono 57. Di questi, il pool di epidemiologi ambientali di Sentieri ne ha scelti 44 più interessanti sotto il profilo sanitario, per i quali sono stati analizzati i dati di mortalità in un arco di tempo che va dal 1995 al 2002.

Nel loro complesso, queste aree sono caratterizzate da una mortalità in eccesso rispetto alle medie regionali. Vale a dire che le morti “osservate” sono, in quasi tutte le località, maggiori di quelle “attese”. Sentieri ha definito le esposizioni ambientali sulla base dei decreti di perimetrazione di queste aree di bonifica, caratterizzate dalla presenza di impianti chimici, petrolchimici, raffinerie, industrie siderurgiche, centrali elettriche, miniere e cave di amianto e altri minerali, porti, discariche e inceneritori. Insomma, l'Italia dell'industria pesante e delle pattumiere, dove generazioni di lavoratori hanno prodotto benessere e ricchezza spesso a costo della loro salute.

Quanti i morti da contaminazione industriale?

3.508 in otto anni: ecco a quanto ammontano i morti in più per malattie riconducibili alle esposizioni industriali. Se invece si considera il surplus complessivo dei decessi in queste aree si sfiorano per lo stesso periodo le 10 mila persone (su 403mila morti complessivi), di cui non si può dire con certezza se la componente ambientale abbia giocato un ruolo più o meno rilevante.
C'è insomma un pezzo non piccolo d'Italia, pari a 298 comuni con 5,5 milioni di abitanti (un decimo della popolazione) che sta decisamente peggio degli altri. Non solo perché, abitando in aree industriali o comunque degradate (come il litorale domizio flegreo e l'agro aversano interessato dal fenomeno delle discariche abusive), la popolazione ha in media un reddito e una scolarizzazione più bassa dei loro vicini. Ma anche perché alle diseguaglianze economiche e sociali si aggiunge un ambiente più insalubre, tanto da far correre più rapidamente il pallottoliere della mortalità, soprattutto nel Sud Italia.

“Lo studi Sentieri fotografa la situazione sanitaria di una porzione rilevante d'Italia determinata dall'inquinamento industriale degli anni '50-'70. Un tributo pagato dalle popolazioni locali all'industrializzazione del paese, che ha lasciato un segno pesante nella contaminazione dei suoli e delle falde, dei fiumi e nei tratti di mare antistanti le aree più critiche” spiega il coordinatore Pietro Comba, dell'Istituto Superiore di Sanità. “I prossimi passi di Sentieri prevedono l'analisi in queste aree delle malattie e dei ricoveri per vedere se a una aumentata mortalità corrisponde anche – come è prevedibile – una maggior carico di malattie di natura ambientale, e quanto questa situazione perduri ancora oggi”.

Ecco la mappa delle mortalità da inquinamento industriale

Mappa delle zone avvelenate in italia
Mappa con le zone di bonifica in italia

Delle 63 cause di morte prese in considerazione dalle statistiche, alcune emergono come indubitabilmente legate a contaminazioni ambientali e malattie lavorative. Il caso più palese è rappresentato dalle 416 morti in eccesso per tumore alla pleura nei siti contaminati da amianto, per la presenza di cave di estrazione del minerale o di impianti di lavorazione (Balangero, Casale Monferrato, Broni, i dintorni dello stabilimento Fibronit di Bari, Biancavilla, Massa Carrara, Priolo, Pitelli e alcuni comuni lungo il litorale vesuviano). Più sfumato il quadro nei grandi complessi petrolchimici e siderurgici, dove alle emissioni di questi stabilimenti si associano altri fattori critici, come il traffico pesante e i fumi delle centrali termoelettriche. Tuttavia non è difficile ricondurre alle raffinerie di Porto Torres e Gela, alle acciaierie di Taranto, alle miniere del Sulcis-Iglesiente e alla chimica di Porto Marghera l'aumento di mortalità per tumore al polmone e malattie respiratorie non tumorali. O i decessi in più per insufficienza renale e altre malattie del sistema urinario alle emissioni di metalli pesanti, composti alogenati e idrocarburi degli stabilimenti di Piombino, Massa Carrara, Orbetello o la bassa valle del fiume Chienti.
Sempre nel Chienti, come nella Laguna di Grado-Marano e nella zona Nord di Trento (sede di impianti di produzione del piombo tetraetile fino alla fine degli anni settanta) si segnalano invece incrementi di malattie neurologiche come il morbo di Parkinson che potrebbero essere attribuite alle emissioni di piombo, mercurio e solventi organoalogenati. Anche un discreto aumento di decessi legati a malformazioni congenite è stato associato all'inquinamento da metalli pesanti e altre sostanze a Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres. “Da notare che per il sito di bonifica di Massa Carrara, nel quale le industrie più inquinanti sono state chiuse negli anni '80 ma la bonifica non è stata ancora effettuata, si registra l'eccesso maggiore di mortalità per cause ambientali: oltre 170 decessi in più ogni anno (13% in più dei decessi attesi)” commenta l'epidemiologo Fabrizio Bianchi del CNR di Pisa.
La lunga storia dello stabilimento Caffaro di Brescia, infine, con la vasta contaminazione di PCB nei terreni circostanti in piena città, ha lasciato il segno nei dati di mortalità con un aumento di casi di linfomi non-Hodgkin.

Sommando tutti questi casi si arriva quindi al totale di 3.508 morti in più dal 1995 al 2002 rispetto alle rispettive medie di mortalità regionale, pari a 439 casi eccedenti all'anno, che rappresentano solo la punta dell'iceberg dell'impatto sanitario da cause ambientali. La stima, infatti, da un lato considera solo un decimo della popolazione italiana, dall'altro si limita a considerare le malattie che possono essere associate con un certo grado di certezza a cause ambientali in base alla letteratura scientifica consolidata. In questo modo sono stati esclusi, per esempio, malattie come il tumore al seno, il diabete e alcuni disturbi neurologici che secondo alcune ipotesi potrebbero avere almeno in parte una spiegazione ambientale. L'analisi, infine, considera solo la mortalità, quindi non misura adeguatamente le malattie non letali.

Se invece si considera il complesso delle cause di morte, l'eccesso sale a 9.969 casi (oltre 1.200 casi all'anno), quasi tutti concentrati nel Sud Italia (8.933 decessi). Come sapere se queste morti non riguardano solo o soprattutto gli operai che hanno lavorato nelle industrie interessate dallo studio? “Ce lo dice il fatto che per quasi tutte le malattie considerate la mortalità ha riguardato sia gli uomini sia le donne e tutte le classi d'età. Tutta la popolazione quindi è stata più o meno interessata dalla contaminazione diffusa” spiega l'autrice di Sentieri Roberta Pirastu, della Sapienza di Roma. “Una popolazione che, già penalizzata da condizioni socioeconomiche sotto la media, deve per giunta fare i conti con una maggiore concentrazione di attività inquinanti” aggiunge Francesco Forastiere del Dipartimento di epidemiologia della Regione Lazio. “Loro pagano in prima persona con morti e malattie, mentre le bonifiche, in forte ritardo, le paga tutta la collettività e quasi mai i privati che hanno determinato queste situazioni”.

Tabella mortalità_1

Tabella mortalità_2

Tabella mortalità_3

Tabella mortalità_4

Oltre la mortalità

Lo sconsolante quadro sanitario di questa “Italia da rifare” non si ferma qui. Lo studio condotto fino ad ora estenderà il periodo in alcuni casi fino al 2008, analizzerà le schede di dimissione ospedaliera, i registri tumori, delle malformazioni congenite e di altre malattie per avere un quadro anche del carico di malattie di origine ambientale. Nelle sue raccomandazioni finali, inoltre, il gruppo di Sentieri indica anche la necessità di approfondire alcune situazioni specifiche, come la contaminazione diffusa di DDT, pesticidi e metalli pesanti a Pieve Vergonte, nella Val d'Ossola, dove fino al 1997 ha operato una fabbrica del pericoloso insetticida, riscontrato sopra i livelli di guardia anche nei pesci del non lontano Lago Maggiore. Oltre agli eccessi di mortalità per tumore al colon-retto e allo stomaco registrati da Sentieri studi analitici dovranno studieranno are anche i casi di tumore alla mammella, il diabete, il ritardo mentale nei bambini e la qualità dello sperma: tutti effetti imputabili all'esposizione al DDT.
Uno studio dovrà essere effettuato anche nella Valle del Sacco (Lazio), costellata da industrie chimiche e discariche, dove si andranno ad approfondire gli effetti sanitari (tumori e salute riproduttiva) conseguenti alla esposizione ad alti livelli dell'insetticida lindano prodotto nella valle.

Più in generale, nei prossimi anni partirà una serie di studi di biomonitoraggio umano e analisi di alcuni alimenti proprio per colmare le lacune della ricerca attuale. Lo studio Sentieri è infatti di tipo geografico-descrittivo, e non ha potuto misurare direttamente l'esposizione delle popolazioni ai diversi inquinanti. I morti in più sono un importante campanello d'allarme di una situazione degradata. Manca però la “pistola fumante”, l'individuazione puntuale delle sostanze killer e del modo in cui queste – dal suolo, dalle falde e dai corsi d'acqua – abbiano contaminato le persone. Delle ipotesi, ovviamente, esistono. “Escludendo il consumo di acqua potabile che in tutta Italia è controllata nel rispetto delle soglie di legge, si ipotizza che questi inquinanti in specifiche situazioni possano migrare dai terreni agli ambienti indoor sotto forma di vapori” spiega Loredana Musmeci, dell'Istituto Superiore di Sanità. “Un'altra via importante di contaminazione è attraverso il consumo di alimenti, in particolare verdure e pesce”.
Una caratterizzazione chimica dei terreni inquinati e campagne di analisi del sangue e di altri liquidi biologici della popolazione esposta consentiranno di formulare un quadro preciso della contaminazione ambientale, nonché un piano efficace di risanamento di questa Italia avvelenata.

Bonificare conviene
Finora si è fatto troppo poco per bonificare i SIN oggetto di questo studio. Eppure converrebbe, a giudicare da i conti fatti da uno studio italo-inglese pubblicato recentemente su Environmental Health. Solo considerando i comprensori petrolchimici di Priolo e Gela (dove per ora sono stati spesi in opere di bonifica rispettivamente a 744 e 127 milioni di euro) si potrebbero risparmiare 10 miliardi di euro in 50 anni in morti e malattie ambientali evitate a seguito di una completa bonifica delle areee. Gli studi epidemiologici condotti finora attribuiscono alla contaminazione ambientale delle due aree siciliane un eccesso ogni anno di 47 morti premature, 281 ricoveri per cancro e 2.700 ricoveri per altre malattie. Applicando a questi numeri un sistema di calcolo costi-benefici ne esce appunto quella cifra miliardaria. “Il calcolo si basa sulla cosiddetta willingness to pay, vedendo cioè quanto si è disposti a pagare per evitare malattie o l'accorciamento della vita per cause ambientali” spiega il responsabile del progetto Fabrizio Bianchi del CNR di Pisa. La stima è inevitabilmente incerta, ma ha il pregio di dare un valore economico alla bonifica dei siti inquinati.

Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche (SIN) nel Progetto SENTIERI: principali caratteristiche.

RegioneAcronimoSINTipologie degli impianti Comuni afferenti n. Popolazione residente al Censimento 2001
PiemonteBALBalangerocava lapidea, amianto, discarica26211
PiemonteCASCasale Monferratoamianto4885824
PiemonteSERSerravalle Scriviachimico (rigenerazione oli esausti)27928
Piemonte, LiguriaCESCengio e Salicetochimico (produzione di coloranti), discarica3238170
PiemontePIVPieve Vergonteimpianti chimici, discariche (RSU+rif.speciali non pericolosi+rifiuti da metallurgia Pb,Zn,Cu+cavi elettrici plastificati)36067
Valle d'AostaEMAEmaresecava, amianto, discarica1202
LombardiaCERCerro al Lambrodiscarica27794
LombardiaPIRPioltello Rodanochimico, discarica236261
LombardiaSESSesto San Giovannisiderurgico, discarica2127112
LombardiaBREBrescia Caffarochimico, discarica3200144
LombardiaBROBroniamianto19347
LombardiaLMNLaghi di Mantova e polo chimicochimico (metallurgia, cartaria), petrolchimico, area portuale, discarica257813
Trentino Alto AdigeBOLBolzanochimico (produzione di alluminio e magnesio)194989
Trentino Alto Adige AdigeTRETrento nordchimico1104946
VenetoVENVenezia (Porto Marghera)chimico, petrolchimico, raffineria, centrale elettrica, area portuale, discarica1271073
Friuli Venezia GiuliaLGMLaguna di Grado e Maranochimico (produzione di cellulosa), area portuale630496
Friuli Venezia GiuliaTRITriestechimico, raffineria, siderurgico, area portuale1211184
LiguriaCOSCogoleto e Stoppanichimico (produzione di bicromato di sodio), discarica220526
LiguriaPITPitellichimico, centrale elettrica, area portuale, amianto, discarica2102291
Emilia RomagnaFIDFidenzachimico, discarica241330
Emilia RomagnaSASSassuolo - Scandianochimico (lavorazione della ceramica)6102811
ToscanaMSCMassa Carrarachimico (farmaceutico), petrolchimico, siderurgico, area portuale, amianto, discarica, inceneritore2131803
ToscanaLIVLivornoraffineria, area portuale2172145
ToscanaPIOPiombinochimico, siderurgico, centrale termoelettrica, area portuale, discarica133925
ToscanaORBOrbetellochimico (produzione di fertilizzanti chimici)114607
UmbriaTERTerni - Papignosiderurgico, discarica1105018
MarcheFALFalconara Marittimachimico, raffineria, centrale elettrica128349
MarcheBBCBasso bacino fiume Chientichimico (industria calzaturiera)590807
LazioBFSBacino idrografico fiume Saccochimico988592
CampaniaLDFLitorlae domizio flegreo e Agro aversanodiscarica771314222
CampaniaALVArea litorale vesuvianoamianto, discarica11462322
PugliaMANManfredoniachimico, discarica271621
PugliaBARBari - Fibronitamianto1316532
PugliaTARTarantoraffineria, siderurgico, area portuale, discarica2216618
PugliaBRIBrindisichimico, petrolchimico, centrale elettrica, area portuale, discarica189081
BasilicataTITTitochimico, siderurgico, amianto, discarica16387
BasilicataAVBAree industriali Val Basentochimico, amianto639997
CalabriaCCCCrotone - Cassano - Cerchiarachimico, discarica380517
SiciliaMILMilazzoraffineria, siderurgico, centrale elettrica345177
SiciliaGELGelachimico, petrolchimico, raffineria, discarica172774
SiciliaBIABiancavillaCava, amianto122477
SiciliaPRIPriolochimico,petrolchimico, raffineria, area portuale, amianto, discarica4181478
SardegnaAPTAree industriali Porto Torreschimico, petrolchimico, centrale elettrica, area portuale, discarica2141793
SardegnaSIGSulcis - Iglesiente - Guspinesechimico, miniera, discarica39263117

Link
L'importante comunicato dell'Istituto Superiore di Sanità sulla studio SENTIERI

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Commenti

ritratto di Luca Carra

Buongiorno, grazie del suo commento. Tenga presente che lo studio Sentieri è una fotografia del passato e non del presente industriale del Paese, che si spera meno dannoso per la salute, anche in virtù di limiti più stringenti. Comunque è bene esercitare un atteggiamento di scrutinio continuo sulle fonti inquinanti. E' quindi motivo di soddisfazione che studi ben fatti come Sentieri continuino anche in futuro ad affinare l'analisi delle potenziali conseguenze che la contaminazione ambientale diffusa può avere sulla salute pubblica.

ritratto di Luca Carra

Parole sante sul principio di precauzione. A questo proposito consiglio la lettura di "Late lessons fron early warning: the precautionary principle 1986-2000" (facilmente scaricabile online dal sito dell'Agenzia europea dell'ambiente), da cui emerge quanto un atteggiamento precauzionale sulle nuove sostanze di orgine industriale avrebbe potuto salvare vite umane: dall'amianto al benzene, dal DES alle radiazioni, dal PCB e diossine al DDT. Per far vincere questa nuova filosofia uitlissimi sono i comitati civici che lei ricorda, nella loro opera di sensibilizzazione e contrasto degli interessi costituiti, che sempre hanno frenato l'accertamento epidemiologico e tossicologico alimentando uno strumentale scetticismo antiscientifico (il caso del tabacco resta di scuola!)

ritratto di Luca Carra

D'accordo sulla necessità di procedere il più rapidamente possibile alle bonifiche, che non devono seguire ma precedere l'accertamento dell'impatto sanitario delle situazioni a rischio.

ritratto di Luca Carra

Grazie Pasetto e Iavarone per l'importante precisazione del Presidente dell'istituto superiore di sanità Enrico Garaci che giustamente ricorda che lo studio Sentieri non è ancora in grado di stabilire un nesso causale con le fonti ambientali degli eccessi di mortalità riscontrati. Per questo è importante che Sentieri continui raffinando sempre più i suoi strumenti di indagine per darci più certezze e dimensionare correttamente un impatto sanitario sul quale peraltro il gruppo di lavoro di Sentieri è stato giustamente molto conservativo.

ritratto di Luca Carra

Risulta che la bonifica sia stata portata a termine - dopo una lunghissima storia anche legale - nel marzo del 2011. Così emerge fra la'ltro dalla voce Sisa di Wikipedia a cui la rimando http://it.wikipedia.org/wiki/SISAS così come per completezza le allego il diverso parere di Greenpeace: http://circolopasolini.splinder.com/post/24377916/una-sporca-storia-la-bonifica-di-pioltellorodano

ritratto di Luca Carra

Dal suo commento non capisco la località cui lei fa riferimento. Mi interesserebbe conoscerla, in modo da poterle mandare informazioni, nel caso esistessero.

ritratto di Luca Carra

Purtroppo non è possibile aggiungere a questo elenco se non i SIN (siti di interesse nazionale di bonifica) che vengono stabiliti e perimetrati per decreto. Comunque grazie della segnalazione: sicuramente ci potrebbe essere un interesse da parte di epidemiologi a condurre ricerche.

ritratto di Luca Carra

Senza togliere nulla ia meriti "insetticii" del DDT, continuano gli studi di tosicologia ed epidemiologia ambientale sul DDT, come testimonia, tra l'altro questo studio: http://ehp03.niehs.nih.gov/article/fetchArticle.action?articleURI=info:doi/10.1289/ehp.11748

ritratto di Luca Carra

I ricercatori da me citati sopra mi sembrano chiari ed equilibrati: vi sono più che sospetti di effetti tossici, che andrebbero approfonditi sull'uomo. Questo dice la ricerca. Il buon senso dice che han fatto bene a bandirlo. E probabilmente ha fatto bene l'OMS a dare il permesso ad usarlo per fronteggiare mali maggiori in situazioni ben determinate e localizzate.

ritratto di Luca Carra

Il quesito è interessante. Mi risulta che lo Studio Sentieri abbia comunque attribuito un eccesso di mortalità anche all'esposizione alle centrali termoelettriche. Probabilmenete nella codifica di quel SIN è prevalente un'altra fonte (miniere e chimica).

ritratto di Luca Carra

Ho posto il quesito a un epidemiologo che mi ha così risposto: innanzitutto vale la classica distinzione tra la dimostrazione a livello individuale e collettivo, poi che tra i tumori ci sono quelli più facilmente associabili e quelli meno, dal mesotelioma al ca al seno, per il quale tuttavia ci sono numerosi articoli scientifici che hanno osservato aumento associato all'inquinamento (con tutte le precauzioni su cosa significa aumento e cosa esposizione e a quali inquinanti). In sintesi non si può escludere e anzi ci sono ipotesi interessanti sul piano epidemiologico, specie sulla linea degli interferenti endocrini e dell'epigenetica. La dimostrazione individuale è difficile per carenza di ipotesi secche e per presenza di altri fattori di rischio, e poi prima di tutto bisogna vedere la familiarità e i geni coinvolti; insomma un classico tumore multifattoriale in cui l'ambiente gioca sicuramente il suo ruolo e che quindi è da tenere in considerazione al pari di altri negli studi e nella sorveglianza in aree inquinate.

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Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

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Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.