L’Aquila: processo alla scienza o alla negligenza?

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Sono intervenuto al convegno ospitato dal centro MaCSIS dell'Università Milano-Bicocca, L’Aquila: il racconto oltre la sentenza, con una relazione dal titolo “L’aquila e il trauma mediatico”, nel tentativo di indagare un aspetto che ritengo chiave. E cioè: attraverso quali passaggi un capo d’imputazione molto preciso (“valutazione negligente del rischio” e “informazione fuorviante”) sia stato sostituito da un altro (“mancato allarme”) e come in questo “altro” si sia oggettivizzata la narrazione – presto divenuta globale - del “processo alla scienza”. E come quest’ultima, prendendo le mosse da assunti travisati, abbia riproposto un dibattito falsato che ancora, se da un lato ingenera confusione nel lettore, dall’altro marginalizza le problematiche messe a tema dalla sentenza.

Nello scritto letto in apertura al convegno ospitato da MaCSIS, Bruna De Marchi, una delle maggiori esperte italiane in comunicazione del rischio, ha accennato al fatto che si sia precisato “ad nauseam” che a esser processata non sia stata la scienza. Una “verità” che è necessario calare nel contesto concreto del quotidiano, perché il cittadino – ancora oggi - ha le idee molto confuse sulla “questione Grandi rischi” e continua a chiedersi “perché siano stati messi in galera degli scienziati”. Del resto, molta stampa, anche internazionale, continua a offrire ricostruzioni senza un vero punto focale, con passaggi spesso contraddittori quando non ambigui.

Giugno 2010, si sapeva già tutto

E’ necessario tornare ai primi di Giugno del 2010 per capire dove e come inizi questo meccanismo di distorsione mediatica. E le date – soprattutto in questa fase - sono importanti. L’1 giugno la Procura dell’Aquila invia gli avvisi di garanzia ai sette imputati della Commissione Grandi Rischi (Cgr), nel cui capo d’imputazione si parla (dell’ormai nota) “valutazione negligente del rischio” e “informazione fuorviante”. Se il capo d’imputazione in cui si oggettivizza la narrazione del processo alla scienza è “mancato allarme” e se negli avvisi di garanzia non se ne trova il minimo cenno, quando se ne inizia a parlare? Ciò avviene nell’allegazione difensiva depositata dall’avvocato di Franco Barberi alla procura dell’Aquila. E’ il 28 giugno 2010: il documento contiene, in allegato, copia delle oltre 4mila firme di scienziati di tutto il mondo con la richiesta di non procedere contro gli imputati, perché, si legge nel documento: “la comunità scientifica internazionale è unita nell’affermare l’attuale impossibilità di prevedere i terremoti a breve termine, in Italia come in ogni altra parte del mondo”. Le firme degli scienziati sono in calce a una “lettera aperta” al Presidente Napolitano, promulgata il 18 Giugno 2010 dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). Anzi, la firma è: “I dirigenti INGV”. Si legge nella lettera: “Questa iniziativa è stata intrapresa a seguito del recente invio degli avvisi di garanzia per l’accusa di omicidio colposo ai componenti della Commissione Grandi Rischi, ad alcuni dirigenti del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile e al Direttore del Centro Nazionale Terremoti dell’INGV per non aver promulgato uno stato di allarme (…)”.

Di fatto, i vertici dell’istituto chiedendo l’adesione dei colleghi su un travisato capo d’imputazione – quindi una falsa informazione - si prestano alla strategia della difesa degli imputati. E’ necessario sottolineare che, quando viene promulgato l’appello, il contenuto degli avvisi di garanzia era noto da oltre due settimane. Quindi, la lettura degli atti è quantomeno “negligente” e l’informazione ai colleghi – italiani ed esteri - “fuorviante”.

Media “distratti”

 Se gli avvisi di garanzia erano noti, un momento collusivo si registra anche per quei media che “a caldo” non fanno adeguate verifiche. Emerge così che se la stampa nazionale (Es: Repubblica, Corriere, Sole24Ore) e internazionale (Es: New York Times, Guardian, Science, Nature) non “metabolizzano” l’errore, travisando anch’essi il capo d’imputazione, un discorso a parte merita la stampa locale. A partire da Il Centro e passando per le molte realtà web nate in seguito al terremoto, la rappresentazione offerta nel circuito abruzzese è ricca: si parla di “documento rassicurante”, di “rassicurazionismo”, dei punti critici del verbale , della sbrigatività con cui “si è liquidato tutto”, della riunione e del suo “ruolo centrale per le indagini”. E se già il 7 Giugno del 2010 Repubblica aggiusta il tiro, riportando le parole di Boschi, secondo cui si decise “rassicurare la popolazione”, il refrain del “processo alla scienza” è ormai partito fino a diventare un mantra. Mauro Dolce dichiara da Washington l’impossibilità di prevedere i terremoti (3 giugno) e se Science crede che un Pm impazzito abbia messo sotto processo gli scienziati perché non hanno ascoltato le parole dello “stregone” Giampaolo Giuliani, anche Nature (22 giugno 2010) parte con il piede sbagliato e dà voce all’indignazione della comunità scientifica mondiale. Circa un mese dopo –  luglio del 2010 -  è già pubblica la prima memoria di Fabio Picuti, dove per 224 pagine il Pm parla in modo ampio di valutazione del rischio e di come quelle rassicurazioni, secondo l’accusa, abbiano potuto indurre le persone a un cambiamento nei comportamenti che è stato fatale. Così, a luglio del 2010 le informazioni erano tutte disponibili. Anche la rete lo dimostra. E cioè i molti blog di controinformazione nati durante il post-sisma: Anna Colasacco, per esempio, la prima (in assoluto) a raccontare i dieci mesi dell’occupazione della Protezione Civile, commenta che “dopo tutte le bugie raccontate sulla nostra pelle, se ci fosse stata una travisazione di quel tipo (“mancato allarme”, ndr) ci sarebbe stata una sollevazione popolare. Era impensabile perché all’Aquila tutti sapevano che il tema era la rassicurazione”.

Non tutti se la bevono

All’interno di questa storia se ne inscrive un’altra meno nota: alcuni scienziati stranieri non credono all’appello. E non firmano. Vladimir Kossobovok, a capo della Russian Accademy of Science e Lalliana Mualchin, sismologa californiana, sono tra le voci più attive: prendono informazioni e inizia così un “contro-giro” di email tra colleghi, che si concretizzerà più avanti in un’altra “lettera aperta” a Napolitano, di segno diverso. Si legge infatti: “Siamo fortemente in disaccordo con chi paventa che, a seguito della sentenza del tribunale de L’Aquila, gli scienziati, in futuro, avranno paura di fornire la propria opera a supporto alla protezione civile. Riteniamo che una tale infondata visione sia il risultato diretto dell’errata interpretazione delle motivazioni dell’accusa e della sentenza di condanna che le ha recepite. Pensiamo che la conclusione di questo tragico evento possa rappresentare l’inizio di un percorso più virtuoso, sia dal punto di vista scientifico che etico”. Responsabilità personale, corretta comunicazione del rischio, indipendenza della scienza sono dunque i punti chiave che la sentenza, secondo gli scienziati firmatari, mette a tema. 

Ma nell’Ingv il clima è teso

Se molte firme alla “contro-lettera” sono straniere c’è un motivo preciso. Alle richieste di anonimato del tipo “non mi spinga a espormi” ricevute da chi scrive, si aggiunge la testimonianza di Wania Della Vigna, uno dei difensori dei familiari delle vittime: “A suo tempo (2009, ndr) faticai molto, in Italia, a trovare dei consulenti sul piano scientifico disposti a partecipare al processo. Mi rispondevano tutti alla stessa maniera: ‘lei ha perfettamente ragione, ma non posso permettermi di mettere a repentaglio la mia carriera”. E’ anche per questo, dunque, che tra i consulenti per la difesa dei familiari delle vittime, sul piano scientifico, ci sono anche nomi esteri – poi firmatari della lettera “pro-sentenza”. E che su impulso dell’esperienza aquilana fonderanno l’International Seismic Safety Organization (Isso), con sede legale simbolicamente in Abruzzo.

“L’operazione mediatica” e alcune retromarce

Quando esce l’intercettazione di Bertolaso (che tramite l’assessore Stati dà ordine di tranquillizzare la popolazione imbeccando i luminari, Repubblica – 17 Gennaio 2012) se ne parla – in sostanza - solo nel circuito aquilano. I media esteri, pure, si mostrano sordi all’evidente ingerenza politica, ma qualche autorevole retromarcia si nota.

La più significativa e netta la fa Science il 12 Ottobre 2012, con un lungo reportage – molto equilibrato - a firma di Edwin Cartlidge. In apertura si sottolinea il fatto che Alan Leshner – editore di Science e amministratore delegato della più grande società scientifica mondiale, la American Association for the Advancement of Science (AAAS) – abbia scritto al Presidente Napolitano che le accuse erano “unfair and naïve” perché mal informato. Ma adesso “è emerso un quadro più complesso (…), l’accusa non era di non aver previsto i terremoti, bensì una valutazione negligente del rischio (…)”.

Un discorso diverso merita Nature, che mostra un atteggiamento quasi schizofrenico. Dopo la falsa partenza iniziale la rivista aggiusta il tiro e nel luglio del 2011 pubblica il lungo e dettagliato reportage di Stephen S. Hall (At Fault?), probabilmente uno dei prodotti migliori sulla situazione aquilana. A commento della sentenza (editoriale del 30 ottobre 2012), invece, la rivista britannica interviene in modo sprezzante liquidandola come “ridicola e perversa” e riattivando la rappresentazione dell’”Italia medievale” (“una cosa del genere non sarebbe pensabile in nessun altro paese europeo o negli Stati Uniti”).

Il commento a caldo

 Le motivazioni ancora non sono note, ma il commento alla sentenza che grida al medioevo non si fa attendere. L’allora ministro Clini parla di “unico precedente Galileo”, e così i politici. Casini: “pura follia”; Schifani: “imbarazzante”; Sacconi: “agghiacciante” - confermandosi imprigionati nelle parole del “mancato allarme” e nella logica della “condanna alla condanna”. 

Se Repubblica è sul pezzo – Caporale scriverà anche “L’Aquila non è Kabul” e così Il Fatto quotidiano (che ospita tra i suoi blogger Alberto Poliafito, giornalista e regista di “Comando e Controllo”, eccezionale documentario sulla macchina di propaganda messa in moto dalla Protezione civile), il Corriere della Sera – per interposto esperto, Thomas Jordan – riattiva sia il refrain dell’imprevedibilità sia quello del “tutto questo è possibile solo in Italia”. Molto centrato invece sul “rassicurazionismo” l’Economist, mentre David Ropeik per Scientific American sottolinea le responsabilità degli scienziati in termini di inadeguata comunicazione del rischio.

Tra i commentatori di casa nostra sono Piergiorgio Odifreddi e Sergio Rizzo i primi a gridare all’Italia oscurantista, mentre il commento italiano specializzato – di cui qui si esemplificano solo due tra le voci più autorevoli – propone letture diverse. Pietro Greco (anche) su Scienzainrete parla di “processo alla comunicazione del rischio” e di “possibili effetti perversi sui diritti dei cittadini (…) all’accesso all’informazione scientifica”, facendo eco a quella paura del “nessuno parlerà più” ricorsa spesso. Mentre Marco Cattaneo, Direttore di Le Scienze (edizione italiana di Scientific American), sul suo blog focalizza l’analisi parlando dei membri della Cgr come “capri espiatori” –chiude Cattaneo: “l’impressione è che ci sia fermati ai bersagli più facili”. 

Per evidenti limiti di spazio non è possibile passare in rassegna molte altre analisi che meriterebbero attenzione, anche per quel che segnalano: una certa difficoltà a slegarsi dalla logica interna al dispositivo giuridico, con il rischio di riproporre versioni più sfumate del “processo al processo”. Tuttavia, l’impulso che mi ha spinto a tentare una riflessione sul lavoro svolto dai media è nelle parole scambiate con Massimo Giuliani, psicologo-psicoterapeuta, per un reportage sul disagio psicologico lasciato dal sisma (Le macerie nell’anima, Mente&Cervello, Aprile 2013):

“Quando Berlusconi diceva che gli aquilani si erano fatti ‘solo qualche giorno di tenda’ le persone si sono sentite defraudate della propria sofferenza. E il dibattito che metteva a tema se a essere processata fosse stata la scienza o meno è stata una ferita ulteriore. Soprattutto quando abbiamo letto la stampa internazionale, dove L’Aquila è passata per il paese dove le fattucchiere hanno la meglio sulla razionalità. Perché non c’è niente di peggio che raccontare bugie sul dolore delle persone".  

di Ranieri Salvadorini

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Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

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Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.