I fisici italiani della materia ritornano a convegno

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Lunedì 14 aprile scadono i termini della “call for paper” e, con essa, la possibilità di presentare una relazione o un poster a FisMat 2013, la prima riunione, per così dire, plenaria dei fisici della materia italiani fin da quando, nel luglio del 2005, l’Istituto Nazionale di Fisica della Materia fu praticamente sciolto e, in parte, assorbito del Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR). Da allora si sono (ri)create due comunità – quella interna al CNR e quella dei ricercatori che operano nelle università – che non hanno più avuto un’occasione ufficiale per incontrarsi.

L’occasione ufficiale per rivedersi è l’Italian National Conference on Condensed Matter Physics, FisMat 2013, appunto, che si terrà a Milano dal 9 al 13 settembre prossimi, in occasione del 150° anniversario della fondazione del Politecnico della città.
I topics (sì, insomma, i temi) della Conferenza – dagli atomi e le molecole all’eredità culturale, dalla superconduttività alla fisica del plasma – sono ben 22. E il numero ci dà già un’idea della vastità degli studi che si svolgono nell’ambito della “fisica della materia condensata”. Disciplina davvero strategica, per via sia dei suoi correlati teorici (sebbene riguardi quasi sempre la materia a livello macroscopico, sono molti tuttora i “perché?” senza risposta nell’ambito di questa fisica che si occupa di sistemi costituiti da collettività di atomi e di molecole), sia delle sue applicazioni pratiche.

Ma è interessante, questo convegno, anche per gli aspetti, per così dire sociologici. Occorre, in qualche modo recuperare l’antica unità perché i fisici italiani della materia condensata possano fare massa critica, dopo la divisione, decisa a tavolino nel 2003 e realizzata nel 2005, contro la volontà della comunità scientifica, dall’allora ministro Letizia Moratti.
I fisici della materia, infatti, avevano deciso di seguire l’esempio dei loro colleghi che si occupano di alte energie e nel 1994 avevano costituito un Istituto Nazionale di Fisica della Materia (INFM) che li radunava tutti in un’unica e autonoma rete nazionale costituita da 2800 tra docenti, ricercatori e tecnici distribuiti in 38 unità di ricerca, 4 gruppi coordinati e un laboratorio nazionale in cui operavano circa 2800 tra docenti, ricercatori e tecnici. L’Ente pubblico di ricerca aveva ottenuto ottimi risultati scientifici. Ed è controverso il motivo della sua sostanziale divisione. Già perché l’antico INFM ha generato due gruppi: uno più piccolo, assorbito dal CNR, che fino al 2010 si chiamava INFM-CNR ed era diretto da Elisa Molinari, poi è stato sciolto e i suoi membri disseminati in altri istituti. Un secondo gruppo, più numeroso, è costituito dai docenti universitari che non si sono trasferiti nel CNR. Per qualche tempo questo gruppo è stato frammentato. Ma poi si è, per così dire, auto-organizzato, costituendo il Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze fisiche della Materia (CNISM). Il CNISM, diretto da Ezio Puppin, aggrega 1300 ricercatori in fisica della materia che operano nell’università. Ma il consorzio non dispone né di personale proprio, né di risorse proprie significative, né di completa autonomia.
Una terza parte minore, ma certo significativa, di fisici della materia lavora presso l’Istituto Italiano di Tecnologia, presso l’Elettra – Sincrotrone di Trieste, presso l’INFN, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, e presso l’ENEA, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile.

Difficile dire se la divisione con tanta frammentazione abbia fatto ben alla fisica della materia italiana. Molto probabilmente no. Certo la comunità avverte il bisogno di ritrovare un luogo per incontrarsi e magari coordinarsi, per tornare a fare massa critica. Scrive, infatti, Ezio Puppin: «Oltre ai tanti problemi che affliggono tutti i settori di ricerca (mancanza di risorse e di riconoscimento politico) quello della fisica della materia ne ha uno specifico, quello della mancanza di un efficace coordinamento nazionale che consenta il raggiungimento di una massa critica essenziale per la partecipazione alle grandi imprese internazionali e consenta al paese di contare nella definizione delle infrastrutture europee e globali di ricerca. La speranza di chi lo organizza è che FisMat 2013 possa dar luogo a una svolta».

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Il delirio di onnipotenza di un medico di campagna

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Il film di Thomas Lilti Il medico di campagna, da tempo nelle sale cinematografiche, racconta di un dottore della provincia francese che esercita, indefesso, il suo mestiere oscuro ed eroico, perfino quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello, elargendo consigli di salute e di vita, conforto e speranza e avendo in odio il lavoro di gruppo, i computer e gli ospedali stessi. Infatti, vede come un’ingerenza la collaborazione che gli offre una collega, scrive a mano appunti sui malati che poi cela gelosamente dove lui solo sa ritrovarli e preferisce mantenere i suoi assistiti lontano dalle corsie.

Poiché ogni film è un’opera d’arte, il suo autore ha il diritto di disegnare il protagonista come meglio crede e anche di circondarlo di un’aureola di santità; non è, però, un bene, per il pubblico coltivare la convinzione che gran parte dei guai della sanità italiana sarebbero ridimensionati, se tutti i medici di famiglia assomigliassero al dottor Jean-Pierre Werner.

E’ vero: la maggior parte degli spettatori (così come dei critici cinematografici) è composta da pazienti potenziali o effettivi che possono desiderare di ricevere le cure di un medico/genitore al punto di perdonargli il paternalismo e l’autoreferenzialità che fanno da contorno.

Chi, però, ha alle spalle più di 35 anni di medicina di famiglia, guarda alla figura del collega cinematografico con maggiore senso critico: sono tanti i colleghi coetanei che, come il dottor Jean-Pierre, hanno praticato, nei primi anni del loro ingresso nel Servizio sanitario, una medicina senza orari, senza tregua, senza prezzo, che, però, era, al contempo, una medicina senza confronto tra pari, senza una registrazione dei dati cui altri (sostituti, successori, medici ospedalieri) potessero accedere e, in definitiva, senza concessione al paziente del primato sulla sua salute.

L’esercizio eroico della medicina ha sempre un fascino irresistibile: lo testimoniano il moltiplicarsi delle serie televisive a partire da quella sulla famosa Emergency Room del County Hospital di Chicago, dove tutti i momenti si facevano respirare gli asfissiati con la tracheotomia, ripartire cuori in arresto (“libera!”) e nascere bambini in presentazione podalica. Due veri medici di Pronto Soccorso, A Ross e H Gibbs, consulenti di Michael Crichton per la sceneggiatura di ER, hanno poi scritto in un libro che l’altruismo dei personaggi era realistico, ma che “se i dottori si comportassero così nel mondo reale, emergerebbero gravi responsabilità e seri grattacapi che farebbero venire gli incubi agli amministratori”.

L’altruista medico di campagna francese che sfida gli elementi della natura, i dissesti stradali e la propria caducità per lenire le altrui sofferenze, ha un modello di riferimento nel libro “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Si tratta di una raccolta di otto avvincenti racconti autobiografici che narrano il cimento con la malattia e con la morte di un neolaureato del 1916 mandato a coprire un posto vacante in un remoto governatorato russo, dove riscuoterà la riconoscenza dei suoi molti beneficati

Nel film, il figlio del medico di campagna, dice: “Mio padre, da queste parti, è come un dio che regge le sorti della comunità; quando non ci sarà più, anche la comunità finirà”. Ma i medici di famiglia proiettati nel futuro, che non intendono affatto abdicare alla cura della persona anche nei suoi aspetti psicologici e sociali, sanno, invece, che l’interesse del paziente sta nell’essere trattato non solo con il maggior calore umano, ma con la miglior certezza scientifica e con le più avanzate tecnologie disponibili.

Nessun medico di buona volontà, solo in mezzo a un campo, è in grado di salvare un uomo con l’arteria femorale tranciata, come fa credere il film: per fare il miracolo occorre un efficiente 118 e un chirurgo vascolare con annessa sala operatoria.

E quando un medico lascia la professione, per pensionamento o peggio, nessuna comunità dovrà estinguersi o patirne, se egli avrà lasciato, a chi lo rimpiazza, cartelle cliniche dettagliate ed esplicative e pazienti che confidano non nella sua persona, ma in una medicina responsabile e in una sanità realmente democratica.