La fisica delle particelle diventa open

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Dal gennaio 2014 il 90% delle pubblicazioni scientifiche nel campo della fisica delle alte energie sarà liberamente disponibile a chiunque possieda una connessione internet. Dopo 6 anni di negoziazioni con 12 case editrici scientifiche e più di 200 partner in tutto il mondo, il consorzio SCOAP3 (Sponsoring Consortium for Open Access Publishing in Particle Physics) è ora pronto per dare inizio al progetto di open access ai circa 7000 articoli scientifici che ogni anno vengono pubblicati nel campo della fisica delle particelle. 

Il meccanismo è semplice quanto innovativo. Attualmente le riviste specializzate guadagnano dalla vendita di (costosi) abbonamenti, che permettono la lettura degli articoli: tipicamente solo biblioteche e istituzioni sono in grado di acquistarli. Per garantire a tutti il libero accesso, è necessario eliminare gli abbonamenti; tuttavia le riviste devono in qualche modo avere una fonte di guadagno per ripagare il loro lavoro. Il consorzio SCOAP3 ha proposto di riunire in un unico fondo tutti i denari attualmente destinati dagli enti a pagare gli abbonamenti e con questo ha indetto tra le case editrici una “gara d’appalto” per scegliere a chi affidare la pubblicazione. Quelle che, garantendo l’open access finale, hanno mostrato il miglior rapporto qualità/prezzo per articolo pubblicato sono state scelte per essere finanziate. Le riviste specializzate svolgono per la comunità scientifica il compito cruciale di validazione e filtro della qualità della ricerca tramite il servizio di peer review, ovvero la “revisione dei pari”: quando un lavoro su un determinato tema viene proposto al giornale, questi lo invia per correzione e valutazione ad altri ricercatori, esperti dello stesso argomento. Se l’articolo viene accettato, il giornale lo pubblica. Non si tratta soltanto di un affare interno alla comunità scientifica: il numero di pubblicazioni su giornali peer reviewed è anche alla base della distribuzione dei fondi pubblici - quindi dei cittadini - alla scienza. 
L’accordo SCOAP3 è stato possibile nel campo delle alte energie poiché esiste un’istituzione, il CERN, che ha potuto svolgere il ruolo di mediatore tra le riviste e i loro acquirenti.

Salvatore Mele, napoletano, responsabile del settore che si occupa dell’open access al CERN, ha diretto le negoziazioni fin dal loro esordio. Fisico di formazione, prima di occuparsi di informazione scientifica ha lavorato per l’INFN ed il CERN a partire dagli anni ‘90, all’esperimento L3 del LEP e brevemente per CMS in LHC.

Gli abbiamo chiesto quali sono le principali implicazioni di questo accordo.

Dottor Mele, qual è la novità dell’accordo raggiunto?

Due cose sono particolarmente innovative: la prima riguarda l’informazione scientifica, la seconda la struttura dell’editoria scientifica, che attualmente è costruita come un’industria fondata sulla compravendita di contenuti.

Mi spiego meglio. Riguardo al primo aspetto, non ci sono dubbi che rendere pubblicamente accessibili a tutti i risultati della ricerca rappresenti un valore sociale: nessun politico oggi oserebbe affermare il contrario, soprattutto in un contesto socio-politico in cui le persone si informano su Wikipedia e  i “Pirate Parties” conquistano seggi al Parlamento Europeo e nelle varie democrazie europee. Nel caso dell’editoria scientifica notiamo tuttavia un paradosso lampante: si destinano soldi pubblici alla ricerca, per pagare stipendi pubblici a dipendenti pubblici, che con altri fondi pubblici creano informazione. Questa viene poi passata gratuitamente alle case editrici, che, dopo un processo di selezione, realizzano il loro guadagno rivendendola. Non perché se ne approfittino, ma perché far funzionare una casa editrice comporta dei costi che vanno coperti; se la società poi ha degli azionisti, deve garantirgli una percentuale minima annua di profitto, (numeri attorno al 6% non sono rari). 

Tuttavia, osservando il processo a distanza, è evidente che fondi destinati al bene comune vengono al termine del ciclo sottratti al bene comune. Non si tratta solo di un problema che riguarda il cittadino comune, che potrebbe non essere interessato alla fisica delle alte energie: anche alcuni settori del pubblico “educato” vengono tagliati fuori a causa della crescita continua del costo degli abbonamenti - per garantire quel 6%, o perché il volume di articoli cresce e con quello i costi: un crescente numero di  istituzioni e biblioteche non può più permetterseli. Si crea una spirale da cui non c’è uscita - e chi continua ad abbonarsi deve pagare di più per compensare le defezioni. In alcuni settori la rinuncia all’accesso all’informazione scientifica è particolarmente grave: pensiamo a giornali che parlano di epidemiologia, o di best practices in ospedali, che semplicemente non vengono letti dagli interessati.

Nel campo della fisica delle alte energie, tuttavia, gli articoli scientifici sono già consultabili liberamente su arXiv.

Ci sono campi, come il nostro, in cui l’informazione è in qualche modo accessibile a tutti quelli che hanno un interesse. Su arXiv vengono pubblicati, fino a un anno prima della pubblicazione ufficiale, i preprint, ovvero gli articoli che non hanno ancora subito la peer review. Oppure, in altri campi, esistono pubblicazioni scientifiche che si possono permettere di essere in open access perchè contano su finanziatori che ne pagano i costi di pubblicazione, o lo fanno gli autori stessi. Infine alcune università hanno interesse a mantenere pubblici gli articoli prodotti dai propri ricercatori, in tutti i settori, per mostrare la loro capacità produttiva. Tutto questo tuttavia non avviene in maniera sistematica: bisogna conoscere chi pubblica in modo aperto e orientarsi pazientemente nella galassia delle riviste scientifiche. La novità introdotta da SCOAP3 è che tutti i risultati finali, peer reviewed, di un intero settore, saranno pubblici. È la prima volta che questo avviene in modo sistematico.

E il diritto d’autore come sarà tutelato in questo modo?

Il diritto d’autore rimarrà con gli autori. Ora l’editoria scientifica si basa sul fatto che il diritto d’autore viene trasferito all’editore, che così può guadagnare dalla vendita dei contenuti. L’articolo finale, con il nostro accordo, viene posto sotto licenza Creative Commons BY, ovvero con attribuzione all’autore. Non è irrilevante, dato che attualmente un’assoluta maggioranza di scienziati e ricercatori è praticamente “fuorilegge…”

Come? Scienziati fuorilegge? 

Certo, perché prima o poi ciascun ricercatore in buona fede utilizzerà un grafico o una tabella tratte da una propria pubblicazione in una presentazione pubblica o in un altro articolo o un libro: legalmente queste non gli appartengono più, e dovrebbe richiedere autorizzazione (ed in caso pagare) l’editore a cui ha ceduto i diritti per il permesso di riutilizzarle… non mi risulta molti lo facciano… anzi!

Che altre novità emergono da queste licenze?

Se in un anno si producono solo in inglese oltre un milione e mezzo di articoli scientifici (solo in inglese) nei campi delle scienze, della tecnologia e della medicina, è chiaro che nessun essere umano può leggere tutti gli articoli, mentre un robot lo può fare agevolmente. Si possono progettare macchine che leggano articoli e capiscano i rapporti di causa-effetto - la tal proteina è collegata alla tal malattia, o il tal farmaco è utile o inutile. Queste macchine che fanno “text mining” - scavare nel testo già esistono in formato sperimentale, ma non sempre si possono usare! Al momento è in generale addirittura vietato fare una copia locale, sul proprio computer, degli articoli, pur pagando l’abbonamento, che di per sé conferisce soltanto il diritto di leggere gli articoli in rete: una volta sospeso l’abbonamento non li si possiede più, a differenza di quanto avveniva per i giornali cartacei. È esplicitamente vietato fare text mining senza autorizzazione. E anche potendolo fare risulterebbe inutile, perché per essere completo dovrebbe essere fatto su tutti gli articoli del settore, che appartengono a diverse case editrici. Giusto per informazione, ci sono voci che le case farmaceutiche comprino abbonamenti speciali proprio per poter fare text mining.

Ci parlava anche di un secondo ambito di novità…

Infatti: c’è un altro motivo di novità che è molto più sottile, e per il quale abbiamo ricevuto molta attenzione, ad esempio da analisti finanziari. Attualmente ciò che fa l’editoria scientifica è applicare un filtro, tramite la peer review, al gran numero di pubblicazioni prodotte ogni anno. Si può discutere se si tratti di un buon filtro o meno, ma al momento è la cosa migliore che abbiamo: l’intero sistema accademico e di attribuzione dei finanziamenti si basa su questo filtro, ed è un sistema che ha un’inerzia enorme, perciò per ora non si può togliere. In un campo come il nostro in cui il 93% della letteratura scientifica è su arXiv da anni, questo ruolo di filtro è ancora più evidente. L’industria editoriale ora è fondata sulla produzione o l’acquisto di contenuti: la casa editrice Bloomsbury compra da J.K Rowling, i diritti di Harry Potter, dopodiché vende i contenuti per recuperare le spese e fare profitto. Così funziona l’editoria da quattrocento anni. Nel nostro settore sperimentiamo il paradosso che, pur avendo gli articoli disponibili fino a un anno prima della pubblicazione, per ottenere il servizio di filtro cediamo gli articoli alla casa editrice, che quindi guadagna rivendendo dei contenuti già disponibili gratuitamente altrove. 
La bellezza e la novità di SCOAP3 risiede nel rendere esplicito il fatto che si paga non per i contenuti ma per il servizio di filtro in quanto tale, scardinando così il concetto che l’editoria sia un’industria di contenuti e portando l’editoria scientifica finalmente nel XXI secolo, in cui le industrie sono industrie di servizi ad altissimo valore aggiunto, nell’ambito della knowledge economy. Questo è l’aspetto che più fa girare la testa…
Noi siamo i primi a poterlo fare, perché da noi il contenuto è già pubblico, perciò è chiarissimo che tra i contenuti e il pubblico c’è solo un piccolo film sottile, il filtro della peer review, che è il valore aggiunto dall’editoria per il quale paghiamo. 

Si tratta di accettare il cambio di paradigma. 

Ma come funziona esattamente il meccanismo di SCOAP3?

Dopo avere ottenuto le promesse di finanziamento dalle istituzioni e biblioteche in tutto il mondo, quello che materialmente abbiamo fatto è una gara d’appalto, in cui ogni giornale ci ha comunicato il costo della pubblicazione di un articolo. Abbiamo valutato i preventivi combinando il prezzo con altre condizioni: il livello del giornale - il cosiddetto impact factor -, la quantità di diritti d’autore che restavano all’autore e l’accessibilità dell’informazione - un pdf è molto meno leggibile da un robot rispetto a un file xml, formattato. Tanto più è alta la qualità e basso il prezzo, tanto più è preferibile finanziare il giornale.  Il consorzio ha deciso di stanziare 10 milioni di euro in totale: una volta ordinate tutte le offerte per qualità decrescente e prezzo crescente, abbiamo allocato questi fondi. Dato che è una quantità di denaro è fissa e finita, non tutti potevano essere scelti: la cosa sorprendente è che quasi tutti gli editori nel nostro campo sono stati inclusi: i vantaggi della competizione!

Le tre cose nuove quindi sono: l’accesso libero e universale (dai diritti d’autore  ai diritti di riuso), il passaggio da un mercato dei contenuti a un mercato dei servizi - e questa è l’ultima industria che deve fare questo salto perché tutte quante le altre l’hanno fatto - e la dimostrazione che ci può essere un processo competitivo in cui i prezzi medi per articoli possano avere un tetto. Nessuno mai aveva pensato a un modello simile: noi siamo riusciti a realizzarlo: in partnership con le case editrici!

Qual è stato lo sforzo maggiore in questo processo? Convincere le case editrici?

Le case editrici sono 12; le nazioni più di 40. 

Dato che il progetto non era usare soldi nuovi, ma trasferire quelli che già esistono, è stato necessario individuare dove attualmente si trovino i soldi per pagare gli abbonamenti. In alcune nazioni si tratta di due o tre istituzioni; in altre, come gli USA, gli abbonamenti sono comprati da migliaia e migliaia di biblioteche e università. Abbiamo dovuto discutere con ognuno di essi per spiegare loro che quello che è stato fatto negli ultimi 350 anni nel campo dell’editoria scientifica è sbagliato. Quindi, se da un lato abbiamo dovuto convincere le 12 case editrici a cambiare il loro business model per questo campo particolare, dall’altro è stato necessario parlare con rappresentanti di istituzioni e biblioteche in tutti i 29 paesi attualmente aderenti allo SCOAP3. E quelli dove abbiamo discussioni in ancora in corso. A un certo punto tutte queste narrative si sono dovute incontrare: la narrativa di cos’è il CERN e cosa rappresenta, la narrativa economica (questo è un nuovo modello) e quella prettamente finanziaria (ci sono soldi bloccati che devono essere sbloccati per essere utilizzati). Quello che abbiamo fatto è stato trovare una quantità di accordo sufficiente nei 29 paesi per poter proporre il progetto alle case editrici. 

Per quanto tempo ci avete lavorato?

Nel 2007 abbiamo sviluppato il modello, quindi abbiamo ricevuto circa il 40% delle promesse di finanziamento in Europa - le prime tre nazioni sono state Italia, Germania e Francia nel giro di una settimana - dopodiché dal 2008 al 2010 il numero di nazioni è cresciuto; negli Stati Uniti non c’è un ente unitario che possa fare queste promesse di finanziamento per cui queste conversazioni sono state condotte con 180 università differenti. Questa paziente costruzione di consenso, bilanciare le tre narrative - istituzioni, CERN e case editrici - è stata la cosa più difficile. 

Se avete firmato un accordo significa che ci siete riusciti… cosa resta da fare?

Quello che siamo riusciti a fare è stato avere un’espressione di interesse da questi 200 partner in 29 paesi, per poter fare la gara d’appalto tra le case editrici.  Quello che dobbiamo fare ora è tornare nei paesi che non hanno ancora aderito - Brasile, Polonia, Russia, Messico, Cile, Argentina, India e Taiwan - e infine convertire tutte queste promesse in denaro vero per firmare i contratti e cominciare realmente a pubblicare.

Il livello di complessità dell’intero processo è simile a quello necessario per costruire uno dei grandi rivelatori del CERN: un gruppo costruisce le camere a muoni se qualcun altro fa l’elettronica, un altro ancora si occupa dell’elettronica però non del calorimetro, un altro ancora paga la bolletta del gas… alla fine si cuciono assieme tutte le promesse e si realizza la macchina. L’unione fa la forza!


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