Alluvioni: il meteorologo servito in pasto al popolo

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Chi lavora nei servizi pubblici per l'allertamento, che faccia il meteorologo o si occupi delle valutazioni sugli effetti idrogeologici, non fa questo mestiere solo il 9 ottobre del 2014.
Lo fa 365 giorni l'anno (che anche in un meccanismo di turnazione vuol dire, per ogni singola persona, novanta o cento turni all'anno), per tutti gli anni che conducono dall'inizio dell'esperienza lavorativa alla pensione.
Facciamo conto paro, tremila turni in trent'anni? Tremila volte ad assumersi la responsabilità civile e penale di quello che si scrive nero su bianco su documenti ufficiali e istituzionali.
E basta una singola volta su tremila in cui qualcosa, per qualsiasi motivo, non ha funzionato, dopo le precedenti novecentonovantanove volte (e magari le prossime duemila) in cui si erano messe le istituzioni e le amministrazioni pubbliche nelle condizioni di salvaguardare la collettività con le informazioni più precise e professionali possibili, per finire sulla graticola.
Fa parte del mestiere, certo. E che la Procura della Repubblica se ne occupi fa parte delle regole di una democrazia, fa parte del mestiere anche questo, l'assumersi con dignità le proprie responsabilità e spiegare (con dovizia di particolari e dettagli, senza conoscere i quali è facile condannare chiunque, compresi gli innocenti) cosa è andato e cosa non è andato. Nulla da dire.
Però le inchieste della magistratura sono una cosa, la gogna mediatica un'altra, e vedere, sui mezzi di informazione, dei colleghi dati in pasto all'opinione pubblica come quelli che "hanno sbagliato le previsioni o le valutazioni", per quanto detto prima su come è fatto questo mestiere, non la ritengo una cosa corretta, e mi fa male due volte.

Per prima cosa mi fa male come loro collega, conoscendo in prima persona il carico di quelle responsabilità che ci si assumono quotidianamente, i sacrifici che si fanno, le giornate da quindici ore in ufficio per seguire gli eventi e gli aggiornamenti dei modelli dal mattino presto alla sera tardi, i turni a Natale, Capodanno o Ferragosto, le notti o le domeniche in sala previsioni, i telefoni che non smettono di squillare anche se la testa ti scoppia, i briefing operativi in cui non puoi permetterti di sbagliare una virgola, perché sai che in caso di contestazioni la registrazione di quella riunione verrà sbobinata sillaba per sillaba.
Aspetta rimanda indietro il video, ha detto cm o ha detto mm? Perfetto ha detto proprio cm, meno male, allora è il Sindaco che non aveva capito niente. Tutti bravi a giudicare chi fa le previsioni, ma in quei frangenti la faccia ce la mette uno, tutti gli altri non rischiano nulla, sapete. E basterebbe una unità di misura fuori posto, alle dieci di sera, quando sei in ufficio dalle sette del mattino, e hai saltato sia il pranzo che la cena, ma ti devi concentrare perché basta una sillaba per salvarti o fregarti, anche se le previsioni che si riveleranno poi corrette le hai messe per iscritto nero su bianco.
Ecco perché mi fa male da collega, vederli sbattuti così sulle prime pagine dei giornali come fossero dei delinquenti, e bersagliati sulle bacheche dei social network da ogni sorta di cattiveria, di infamità, di calunnia, di illazione.
Ci potevo stare io, e forse un giorno ci starò pure io, o qualcun altro dei miei colleghi, ad aver lavorato con impegno ed onestà, ad aver contribuito tante volte in silenzio e dietro le quinte alla salvaguardia dei cittadini, ma ad aver toppato la sillaba sbagliata al momento sbagliato con la persona sbagliata, ritrovandosi per questo sbattuti sui giornali e alle prese con accuse più grandi di noi, oltre che con il linciaggio mediatico.
Ma questo mestiere ci piace, ci crediamo maledizione, e allora lo continuiamo a fare, a testa bassa sulle carte, ma a testa alta per la dignità e la serietà che ci mettiamo. Tutti.
E come seconda cosa mi fa male da cittadino, perché la polemica allerta/non allerta è una polemica strumentale e pretestuosa, per cercare capri espiatori e non parlare dei veri problemi e delle vere responsabilità, quelle di un territorio ridotto a un colabrodo da decenni di scempi edilizi ed urbanistici e di lavori per la messa in sicurezza mai iniziati anche quando erano stati finanziati.

Un Paese che cade a pezzi (non sono parole mie, sono scritte nei verbali della Commissione Ambiente alla Camera e al Senato a seguito di occasioni analoghe a queste), in cui le allerte sono proprio per questo importanti ma costituiscono un tampone, uno strumento messo a disposizione delle amministrazioni per mitigare i danni, ma non sono provvedimenti curativi, non è che con l'emissione dell'allerta il Bisagno restava negli argini.

La realtà è che in un Paese così disastrato e dissestato, in cui il rischio del disastro incombe a ogni pioggia intensa, sul sistema di allertamento cade un peso colossale e spropositato di responsabilità civili, penali, mediatiche, morali (che andrebbero invece distribuite su ben altre questioni), e un carico altrettanto eccessivo di aspettative, rispetto alle reali potenzialità di una allerta, che ne fanno il capro espiatorio di ogni catastrofe e di ogni tragedia.
In Sardegna il 18 novembre 2013, nella stessa Genova il 4 novembre 2011 e alle Cinque Terre il 25 ottobre 2011 (e cito solo tre esempi) era stato emesso tempestivamente, dalle istituzioni competenti, il massimo livello possibile di allerta. Eppure persero la vita rispettivamente diciotto, sei e tredici persone: trentasette vittime in soli tre eventi coperti tempestivamente dalla massima allerta. E allora, di cosa stiamo parlando?

L'allertamento può salvare la vita alla gente, certo (e tante volte lo fa, nel silenzio mediatico assoluto, perché quando manca la vittima anche la più disastrosa alluvione non fa notizia, e poi parlar bene degli enti pubblici non va di moda), ma la gente in Italia muore perché è stata messa ad abitare in luoghi la cui insicurezza è indegna di un paese civile, non perché l'allerta arriva o non arriva.
Infatti le vittime, che ci sia o non ci sia l'allerta, dipendono dalla concomitanza di tutt'altri fattori, purtroppo indipendenti dall'emissione dei messaggi di allertamento, in ordine sparso ne citerei tre:
- la scelleratezze umane (un esempio fra diecimila, l'abitabilità ai seminterrati in quartieri a conclamato rischio alluvionale, atto amministrativo a dir poco criminale che non dipende certamente da chi fa le previsioni del tempo);
- i comportamenti molte volte non sufficientemente improntati alla consapevolezza del rischio ed alle cose più sicure e prudenti da fare in quel momento (il famoso "Io non rischio" della campagna di comunicazione istituzionale sulle buone pratiche di protezione civile, in cui il soggetto declinato alla prima persona singolare non è un caso);
- la fatalità (l'unico aspetto su cui nessuno può fare nulla, compresi i meteorologi), perché quel cittadino in quel momento poteva essere da un'altra parte e non gli sarebbe successo nulla.

Le regolari polemiche sul mancato, tardivo o non sufficientemente incisivo allertamento, quindi, sono polemiche capziose, pretestuose e strumentali, tese ad individuare nei  tecnici che lavorano alle previsioni meteorologiche ed alle valutazioni idrogeologiche il colpevole da servire in pasto al popolo, il più comodo dei capri espiatori da utilizzare invece di mettere mano alle reali soluzioni strutturali (e magari di chiarire perché in fondi stanziati dopo le catastrofi precedenti sono rimasti nella migliore delle ipotesi inutilizzati, quando non sono spariti).

E quegli stessi sindaci e presidenti di Regione che regolarmente si attaccano alla questione del "non c'era l'allerta", poi nei restanti giorni dell'anno evitino allora di fare pressioni affinché vengano emesse meno allerte (perché queste ultime poi costringono a spendere dei soldi per attivarsi, e nessuno vuole spendere soldi)... e allora si decidano, le allerte le vogliono o no? Perché le previsioni non sono certezze, le aree colpite si possono delineare in anticipo ma non alla scala del singolo comune come vorrebbero loro, l'ora esatta del nubifragio, che regolarmente ci chiedono pensando di attivare e spegnere con il timer le misure di prevenzione, la sa solo (forse) il Padreterno, e falsi allarmi e mancati allarmi sono i due estremi di una coperta corta, da quale parte vogliono che la si tiri? Scelgano ma poi se ne assumano la responsabilità.
Queste sono alcune delle cose che (in forma più sintetica ma spero esaustiva) ho sentito il dovere morale di dire a Geo, nella prima puntata utile dopo l’alluvione di Genova, e ringrazio la trasmissione e la terza rete del servizio pubblico per avermi messo in condizione di dirle.
Mi scuso se ho deluso l'italiano medio, a cui piacciono tanto la caccia al colpevole, il linciaggio mediatico e le crocifissioni dei capri espiatori. Ma personalmente ritengo che queste ultime attività siano il peggior viatico per il più diffuso e praticato sport nazionale.

Ma no, non il calcio. Intendo lo scaricabarile.

p.s.: E comunque resta il fatto che se un avviso (dicesi avviso) di avverse (dicesi avverse) condizioni meteorologiche per temporali (dicesi temporali) organizzati (dicesi organizzati), forti (dicesi forti) e persistenti (dicesi persistenti) non viene considerato condizione sufficiente per emettere una allerta in una città costruita sui fiumi tombati, qualsiasi sia stato il motivo e l'anello esatto della catena di responsabilità a cui va ricondotta questa decisione (io non lavoro a Genova, non c'ero, non lo posso sapere e non mi unisco alla folta schiera degli opinionisti che, sapendone ancor meno di me, scrivono le sentenze prima della magistratura)... in ogni caso non è colpa dei meteorologi.
E, alla luce di quanto sopra, parlare del fatto che "sono state sbagliate le previsioni" corrisponde a rendersi responsabili del reato (dicesi reato) penale (dicesi penale) di calunnia (dicesi calunnia). Fine della storia.

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L'illustrazione "The Fin de Siècle Newspaper Proprietor" di Frederick Burr Opper, pubblicata nel 1894 sul magazine Puck. Credit: Library of Congress. Licenza: Public Domain.

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