Migrazione e salute, oltre i luoghi comuni

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Si pensa che i migranti portino nel paese d'arrivo malattie come la tubercolosi, insidiando la salute degli "autoctoni". Ma è davvero così? Gli studi condotti dall'Istituto nazionale salute migrazioni provertà (INMP) smentiscono questo luogo comune. “Lo raccontano i dati recentemente pubblicati nel report OsservaSalute2014, e lo confermano anche i risultati delle attività sul campo che facciamo quando andiamo di persona a visitare i profughi che arrivano a Lampedusa o transitano nelle nostre città, la maggior parte dei quali soffre di malattie come la scabbia e non certo di tubercolosi o ebola” spiega l'epidemiologo dell'INMP Giovanni Baglio. “Nel 2014, secondo i dati raccolti nell’ambito del progetto Praesidium dalla Croce Rossa Italiana, sono sbarcate sulle nostre coste circa 170 mila persone, ma al 31 dicembre scorso le richieste di regolarizzazione sono state circa 63 mila. Questo significa che oltre 100 mila fra quelli che sono arrivati nel 2014 hanno attraversato il nostro Paese diretti altrove.”

Vulnerabili, non untori

A quanto pare le condizioni sanitarie di chi migra verso l'Europa peggiorano all'arrivo, per le condizioni difficili, talora estenuanti, in cui è avvenuto il viaggio, e le condizioni precarie della permamnenza (spesso in clandestinità) nella terra ospite. Chi decide di partire per un'avventura simile, spesso è in realtà più sano della media, e ha una speranza di vita maggiore della popolazione locale. Secondo i dati riportati dal Ministero della Salute infatti, negli ultimi 15 anni il numero di casi di tubercolosi è rimasto invariato, circa 4500 segnalazioni annue, con un aumento degli stranieri colpiti dovuto al maggior numero di arrivi.
Secondo i dati della sorveglianza sindromica effettuata tra maggio 2011 e giugno 2013 dall’Istituto superiore di sanità su oltre 5.000 persone ospitate presso centri di accoglienza, si sarebbero evidenziate solo 20 allerte statistiche: fra le quali, 8 infestazioni, 5 sindromi respiratorie febbrili, 6 gastroenteriti e 1 caso di sospetta tubercolosi polmonare. In ogni caso lo studio non ha messo in evidenza cluster epidemici, ad eccezione di 3 allarmi statistici rilevati nei mesi di novembre 2012, dicembre 2012 e giugno 2013 per la sindrome “infestazione” che altro non erano che focolai di scabbia.

 

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Come stanno gli invisibili

E lo stesso vale anche per i migranti “invisibili”, i profughi che sono fuggiti dai centri di accoglienza, quei 100 mila sprovvisti di permessi di soggiorno e che - sbarcati sulle coste italiane - intendono proseguire il viaggio verso altri paesi europei. “In questo caso i controlli a tappeto sono difficili, per ovvie ragioni. In molti casi si sa dove cercare queste persone, in molti altri casi no.” spiega Baglio. “Tuttavia le rilevazioni che sono state fatte al momento indicano anche nel caso di questi migranti uno stato di salute tutt'altro che precario: nella maggior parte dei casi si tratta anche qui di scabbia e non certo di malattie infettive gravi.”
I risultati di cui parla Baglio provengono da una particolare rilevazione epidemiologica condotta a Roma nell’ambito di un piano di assistenza sanitaria messo in atto dall’INMP e dalla ASL Roma B, in collaborazione con diverse organizzazioni sociali.
Si è trattato di quella che si chiama offerta attiva, recarsi cioè sul posto a visitare tre insediamenti, Collatina, Ponte Mammolo (ora sgombrato) e Selam Palace, dove vivono persone che altrimenti non si sarebbero mai recate in ospedale o in ambulatorio per paura di essere registrate. “Il problema anche in questi casi non è dunque la condizione del migrante che arriva in Italia malato, ma quello che viene definito effetto migrante esausto e che porta chi è sano ad ammalarsi qui in Italia, a causa delle condizioni di estrema povertà, associate a scarsissima igiene nelle abitazioni, o al fatto di lavorare in situazioni a rischio.”

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I dati qui parlano chiaro: all'interno delle 3.870 visite effettuate nel 2014 nei tre insediamenti romani esaminati, si sono rilevate prevalentemente patologie dermatologiche di tipo infettivo quali scabbia, foruncolosi e impetigine.
Al secondo posto, figurano le malattie a carico del sistema respiratorio, per la maggior parte infezioni delle prime vie aeree, bronchiti e sindromi influenzali, seguite dalle patologie a carico dell’apparato digerente, principalmente diarrea, dolori addominali, odontalgia e pirosi retrosternale. “Insomma, nella maggior parte dei casi niente di grave per la salute pubblica” commenta Baglio. Solo lo 0,5% della casistica totale riguardava malattie infettive sistemiche, per un totale di 20 casi su 3870, fra cui 7 persone con sospetta tubercolosi, poi rivelatisi tutti negativi, 8 casi sospetti di malaria e 5 di varicella. “Tra chi resta, o soggiorna per un breve periodo in attesa di varcare la frontiera dunque, qualcuno inevitabilmente si ammala, ma questo non significa epidemia o un pericolo epidemiologico concreto per il paese” afferma Baglio.

Gli stranieri residenti: stanno bene ma il problema è la prevenzione

A confermare che la popolazione straniera residente sta tutto sommato bene, meglio degli italiani, è uno studio pubblicato qualche giorno fa dall'Università Ca' Foscari di Venezia in collaborazione con l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che racconta come gli immigrati residenti in Italia siano sì quadruplicati dal 2002 a oggi, ma con meno ospedalizzazione rispetto agli italiani, meno fumo e alcol, un tasso inferiore di obesità e più attività fisica.
Anche la salute percepita è migliore. 
Come rivela lo studio PASSI relativo al periodo 2008-2013, alla domanda “come percepisci il tuo stato di salute?” a rispondere “buono/molto buono" è l'83% di chi risiede in Italia da meno di 4 anni, contro il 68% dei nati in Italia. Sempre nel periodo 2008-13, il 12% degli stranieri riferisce una diagnosi medica di malattia cronica, significativamente meno del 18% osservato fra gli italiani. “Questo anche perché fra gli immigrati c'è una prepaonderanza di giovani” precisa Baglio. E' però vero che fra gli immigrati c'è un minor ricorso alla prevenzione, dalla mammografia, al pap-test allo screening colonrettale. Secondo il rapporto, questo dipende anche dal fatto che i nuovi arrivati non ricevono con regolarità la lettera di convocazione per il controllo, come se fossero fuori dal sistema.

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