Migrazione e salute, oltre i luoghi comuni

Read time: 5 mins

Si pensa che i migranti portino nel paese d'arrivo malattie come la tubercolosi, insidiando la salute degli "autoctoni". Ma è davvero così? Gli studi condotti dall'Istituto nazionale salute migrazioni provertà (INMP) smentiscono questo luogo comune. “Lo raccontano i dati recentemente pubblicati nel report OsservaSalute2014, e lo confermano anche i risultati delle attività sul campo che facciamo quando andiamo di persona a visitare i profughi che arrivano a Lampedusa o transitano nelle nostre città, la maggior parte dei quali soffre di malattie come la scabbia e non certo di tubercolosi o ebola” spiega l'epidemiologo dell'INMP Giovanni Baglio. “Nel 2014, secondo i dati raccolti nell’ambito del progetto Praesidium dalla Croce Rossa Italiana, sono sbarcate sulle nostre coste circa 170 mila persone, ma al 31 dicembre scorso le richieste di regolarizzazione sono state circa 63 mila. Questo significa che oltre 100 mila fra quelli che sono arrivati nel 2014 hanno attraversato il nostro Paese diretti altrove.”

Vulnerabili, non untori

A quanto pare le condizioni sanitarie di chi migra verso l'Europa peggiorano all'arrivo, per le condizioni difficili, talora estenuanti, in cui è avvenuto il viaggio, e le condizioni precarie della permamnenza (spesso in clandestinità) nella terra ospite. Chi decide di partire per un'avventura simile, spesso è in realtà più sano della media, e ha una speranza di vita maggiore della popolazione locale. Secondo i dati riportati dal Ministero della Salute infatti, negli ultimi 15 anni il numero di casi di tubercolosi è rimasto invariato, circa 4500 segnalazioni annue, con un aumento degli stranieri colpiti dovuto al maggior numero di arrivi.
Secondo i dati della sorveglianza sindromica effettuata tra maggio 2011 e giugno 2013 dall’Istituto superiore di sanità su oltre 5.000 persone ospitate presso centri di accoglienza, si sarebbero evidenziate solo 20 allerte statistiche: fra le quali, 8 infestazioni, 5 sindromi respiratorie febbrili, 6 gastroenteriti e 1 caso di sospetta tubercolosi polmonare. In ogni caso lo studio non ha messo in evidenza cluster epidemici, ad eccezione di 3 allarmi statistici rilevati nei mesi di novembre 2012, dicembre 2012 e giugno 2013 per la sindrome “infestazione” che altro non erano che focolai di scabbia.

 

(Anteprima qui https://infogr.am/centri_di_accoglienza )

Come stanno gli invisibili

E lo stesso vale anche per i migranti “invisibili”, i profughi che sono fuggiti dai centri di accoglienza, quei 100 mila sprovvisti di permessi di soggiorno e che - sbarcati sulle coste italiane - intendono proseguire il viaggio verso altri paesi europei. “In questo caso i controlli a tappeto sono difficili, per ovvie ragioni. In molti casi si sa dove cercare queste persone, in molti altri casi no.” spiega Baglio. “Tuttavia le rilevazioni che sono state fatte al momento indicano anche nel caso di questi migranti uno stato di salute tutt'altro che precario: nella maggior parte dei casi si tratta anche qui di scabbia e non certo di malattie infettive gravi.”
I risultati di cui parla Baglio provengono da una particolare rilevazione epidemiologica condotta a Roma nell’ambito di un piano di assistenza sanitaria messo in atto dall’INMP e dalla ASL Roma B, in collaborazione con diverse organizzazioni sociali.
Si è trattato di quella che si chiama offerta attiva, recarsi cioè sul posto a visitare tre insediamenti, Collatina, Ponte Mammolo (ora sgombrato) e Selam Palace, dove vivono persone che altrimenti non si sarebbero mai recate in ospedale o in ambulatorio per paura di essere registrate. “Il problema anche in questi casi non è dunque la condizione del migrante che arriva in Italia malato, ma quello che viene definito effetto migrante esausto e che porta chi è sano ad ammalarsi qui in Italia, a causa delle condizioni di estrema povertà, associate a scarsissima igiene nelle abitazioni, o al fatto di lavorare in situazioni a rischio.”

(Anteprima qui https://infogr.am/infezioni_invisibili)


I dati qui parlano chiaro: all'interno delle 3.870 visite effettuate nel 2014 nei tre insediamenti romani esaminati, si sono rilevate prevalentemente patologie dermatologiche di tipo infettivo quali scabbia, foruncolosi e impetigine.
Al secondo posto, figurano le malattie a carico del sistema respiratorio, per la maggior parte infezioni delle prime vie aeree, bronchiti e sindromi influenzali, seguite dalle patologie a carico dell’apparato digerente, principalmente diarrea, dolori addominali, odontalgia e pirosi retrosternale. “Insomma, nella maggior parte dei casi niente di grave per la salute pubblica” commenta Baglio. Solo lo 0,5% della casistica totale riguardava malattie infettive sistemiche, per un totale di 20 casi su 3870, fra cui 7 persone con sospetta tubercolosi, poi rivelatisi tutti negativi, 8 casi sospetti di malaria e 5 di varicella. “Tra chi resta, o soggiorna per un breve periodo in attesa di varcare la frontiera dunque, qualcuno inevitabilmente si ammala, ma questo non significa epidemia o un pericolo epidemiologico concreto per il paese” afferma Baglio.

Gli stranieri residenti: stanno bene ma il problema è la prevenzione

A confermare che la popolazione straniera residente sta tutto sommato bene, meglio degli italiani, è uno studio pubblicato qualche giorno fa dall'Università Ca' Foscari di Venezia in collaborazione con l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che racconta come gli immigrati residenti in Italia siano sì quadruplicati dal 2002 a oggi, ma con meno ospedalizzazione rispetto agli italiani, meno fumo e alcol, un tasso inferiore di obesità e più attività fisica.
Anche la salute percepita è migliore. 
Come rivela lo studio PASSI relativo al periodo 2008-2013, alla domanda “come percepisci il tuo stato di salute?” a rispondere “buono/molto buono" è l'83% di chi risiede in Italia da meno di 4 anni, contro il 68% dei nati in Italia. Sempre nel periodo 2008-13, il 12% degli stranieri riferisce una diagnosi medica di malattia cronica, significativamente meno del 18% osservato fra gli italiani. “Questo anche perché fra gli immigrati c'è una prepaonderanza di giovani” precisa Baglio. E' però vero che fra gli immigrati c'è un minor ricorso alla prevenzione, dalla mammografia, al pap-test allo screening colonrettale. Secondo il rapporto, questo dipende anche dal fatto che i nuovi arrivati non ricevono con regolarità la lettera di convocazione per il controllo, come se fossero fuori dal sistema.

(Anteprima qui https://infogr.am/fattori_di_rischio

(Anteprima qui https://infogr.am/prevenzione-71)

Aggiungi un commento

Grazie, Obama!

Read time: 3 mins

E’ giunta al termine una Presidenza, quella di Barack Obama, che lascerà il segno negli USA. Un segno importante nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica, in un Paese che negli ultimi 80 anni è stato all’avanguardia nella scienza e nella tecnologia.

Durante i suoi due mandati alla Casa Bianca, Obama ha fortemente enfatizzato la visione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica come uno dei pilastri della leadership degli USA nel mondo. E ha effettuato, a sostegno, gesti significativi - come ricevere alla Casa Bianca Emily Whitehead, bimba di 6 anni guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche - e scelte finanziarie anche coraggiose. Ad esempio, investendo miliardi di dollari per favorire la ricerca, attraverso finanziamenti competitivi, nel momento di più profonda crisi finanziaria. Andando, quindi, controtendenza.

Emily Whitehead, la bambina di 6 anni, guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche, ricevuta alla casa Bianca da Obama. Di fianco, la... giustifica per l'assenza da scuola

Questa mia percezione è stata confermata anche da alcuni amici, membri della National Academy, che hanno avuto modo di incontrare l’ormai ex Presidente USA personalmente.

Vale la pena ricordare le ultime due iniziative di Obama in questi ambiti. La prima è la Medicina di Precisione, che Obama ha non solo indicato come frontiera, ma anche concretamente sostenuto. Si tratta di una visione della medicina che incrocia le caratteristiche genetiche dell’individuo, lo stile di vita e l’ambiente in cui vive, e che utilizza i progressi della genomica per identificare strategie preventive e terapeutiche più efficaci e personalizzate. Una sfida che richiede l’integrazione di competenze diverse - medici, medici-ricercatori, ricercatori preclinici, tecnologie avanzate - al servizio del paziente. La “Precision Medicine Initiative” di Obama, annunciata nel 2015, ha visto un investimento di 215 milioni di dollari nel 2016: nel giro di poco tempo, dunque, si è passati da un annuncio di visione all’implementazione di azioni a sostegno.

La seconda iniziativa è l’operazione “Moonshot”, balzo sulla luna, per accelerare la ricerca sul cancro e trovare nuove cure per questa malattia che rappresenta, appunto, la luna da conquistare grazie all’avanzamento delle conoscenze, significativo negli ultimi 30 anni, ad esempio nel settore dell’immunologia e immunoterapia. Al lancio del Cancer Moonshot, sono seguiti una serie di finanziamenti e di azioni concrete, guidate dal vicepresidente Joe Biden, mirate non solo a rendere disponibili per i pazienti nuove terapie, ma anche a migliorare la capacità di prevenire il cancro e diagnosticarlo in fase precoce. E’ stata inoltre creata una task force di esperti, composta da alcuni dei migliori cervelli degli USA, che ha indicato le nuove sfide del settore ed una serie di azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo Cancer Moonshot.

L’eredità che lascia Obama, dunque, dal punto di vista della ricerca scientifica per la salute è un’eredità di visione e di scelte - coerenti per contenuto e tempistica - mirate a realizzarla concretamente. Ci auguriamo che le prossime amministrazioni negli USA continuino sulla stessa linea. Per il bene di tutti.

Questa riflessione sulle scelte della presidenza Obama non può non farci interrogare su quanto accade nel nostro Paese. L’orizzonte tracciato negli USA è quello in cui dobbiamo muoverci anche noi. Per ora, siamo purtroppo sostanzialmente fermi al palo, ma non è troppo tardi: abbiamo un patrimonio di risorse intellettuali e di passione, nei nostri giovani, che ci consentirebbe al di fare un “moonshot” sul cancro e, più in generale, sulla ricerca scientifica. Dobbiamo quindi raccogliere la sfida che Obama ha lanciato: visione, scelte e sostegno economico alla ricerca. Per il futuro del nostro Paese.

Pubblicato su La stampa il 15/1/2017.